LETTERATURA SICILIANA DA NOBEL - I^

Luigi Pirandello e Salvatore Quasimodo

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Nobel

cms_22177/1v.jpgDa padre della dinamite a benefattore il passo può essere più breve di quanto si immagini. Alfred Nobel, svedese di Stoccolma, ebbe fama e denaro per la prima, salvo poi, probabilmente a seguito di un’intima riflessione sugli equilibri dell’esistenza, ideare – e chiaramente darne fondamento economico, su base testamentaria – il premio a cui il suo nome è associato.

Nobel, a un certo punto della sua terrena presenza, a età avanzata, diede dunque spazio al cercare e al cercarsi. Forse si sentì solo, sul cuore della terra, e comprese che quel raggio di sole che illuminò la sua anima fosse preludio di una sera accomunante ciascun uomo. Forse, lungi dalla maschera di inventore della carica distruttiva, cercò l’Alfred difforme e affrontò un nuovo percorso, come chi ha un lampo e cambia treno.

Trascorso circa un anno dalla redazione del testamento istituente il premio, Nobel, nel 1896, trovò la sua notte.

Non poteva immaginare che, tempo dopo, il proprio nome – di svedese che salutò la vita lungo una costa italiana – sarebbe stato legato a due siciliani cui il premio meritoriamente giunse per la letteratura; e che al pensiero di Luigi Pirandello e di Salvatore Quasimodo, in un certo qual senso, la sua esistenza stessa pareva accostarsi.

Pirandello: zolfo, teatro e grandezza.

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Luigi Pirandello (Girgenti, attuale Agrigento, 1867 – Roma 1936), nacque in una famiglia di patrioti e di zolfatari. Il nonno materno, l’avvocato Giovanni Battista Ricci Gramitto, fu uno dei capi dei moti rivoluzionari del 1848 e del 1849 a Palermo. Il padre Stefano e gli zii di parte materna, Rocco e Vincenzo, parteciparono alle imprese dei Mille e seguirono Garibaldi nel 1862, in Aspromonte. Provvide Rocco a soccorrere il Generale – il Garibaldi che “fu ferito, fu ferito a una gamba” –, ottenendo in dono lo stivale insanguinato. Oggi quello stivale, divenuto cimelio, è visibile presso il Vittoriano di Roma, su liberalità della famiglia Ricci Gramitto.

I futuri genitori di Luigi Pirandello, Stefano e Caterina Ricci Gramitto, interloquirono per la prima volta proprio in occasione dei festeggiamenti per il ritorno di Rocco a Girgenti, dopo un periodo di prigionia. Fu amore a prima vista.

C’è chi ritiene che l’unificazione dell’Italia recò nocumento alla Sicilia ma di sicuro, stante l’incontro a sua volta derivante dalla voglia di festeggiare l’eroe in camicia rossa rientrato in città, l’impresa dei Mille favorì la nascita di Luigi Pirandello.

Luigi fu il secondogenito di cinque figli. La primogenita fu chiamata Rosalina in onore di Rosalino Pilo, medaglia d’oro al valor militare, rivoluzionario indipendentista siciliano e figlio del Conte di Capaci. Si, Capaci, il ridente paese siciliano diventato, suo malgrado, noto al mondo per la strage di vile mano (perlomeno) mafiosa in cui persero la vita, il 23 maggio 1992, Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Anche Rosalino Pilo fu ucciso in primavera, il 21 maggio 1860.

Pirandello visse gran parte della sua vita a Roma, risiedendo in Sicilia solo per i primi venti anni. Fu un periodo florido e formativo, quello siculo, durante il quale conobbe da vicino l’epopea delle zolfare e dei fasci siciliani. A Roma percepì la mutazione della borghesia, nel passaggio da un secolo all’altro, i tumulti che precedettero la Grande Guerra, le angosce del conflitto e dei mesi successivi, la nascita e il consolidamento del fascismo. Essendo morto nel 1936, gli fu risparmiata la visione di tante altre atrocità, tra cui le vomitevoli leggi razziali.

Iniziò l’Università a Palermo, la continuò a Roma e la completò a Bonn, laureandosi nel 1891 in Filologia Romanza. Occorre dire che egli si laureò in Germania non proprio per libera elezione, bensì perché espulso da “La Sapienza” di Roma, su richiesta del rettore prof. Onorato Occioni, approvata dal Consiglio di Disciplina. La causa? Un contrasto sorto durante una delle lezioni dello stesso prof. Occioni: Pirandello e un suo collega di corso – per inciso, un prete – pare si accorsero di un errore di traduzione da parte del docente. Un episodio che fa pensare come forse, almeno da ragazzo, Luigi fosse simile a suo padre, quanto a irruenza e impulsività. Ma diamo atto al genitore che la sua ribellione si consumò contro l’egemonia borbonica e la mafia delle zolfare, in un periodo in cui erano entrambe viste come “autorità”. Di sicuro, più di conflittualità con un docente.

cms_22177/3v.jpgNel 1894, Luigi sposò Antonietta Portulano. I primi anni furono felici e allietati dalla nascita di tre figli, Stefano, Lietta e Fausto. Nel 1903, la svolta: allagatasi la zolfara di Aragona, arrivò un tracollo economico per la famiglia Pirandello che aveva investito tutto nella miniera, compresa la dote di Antonietta. Fu, per lei, un trauma dal quale non si riprese mai più. A poco a poco, le montò un disagio interiore, con crescente gelosia abnorme. La vita nel contesto familiare divenne un inferno. Pirandello intese sopperire alle difficoltà economiche anche con l’insegnamento e il doposcuola. Con l’aiuto del siciliano Luigi Capuana, si inserì nel mondo artistico della capitale.

Nel 1904, con il romanzo “Il fu Mattia Pascal”, raccolse il suo primo grande successo. Nel 1916, un altro exploit con la messa in scena di “A birritta cu’ i ciancianeddi”, poi tradotta in italiano con il titolo “Il Berretto a sonagli”. Ancora oggi – a oltre un secolo di distanza – è una delle commedie più rappresentate in Italia. È tragica e divertente, si chianci e si riri. Fa pensare a o risu di babbaluci (il riso di lumaca), cioè il fischio, somigliante a una risatina, che si leva dalle lumache messe a cucinare.

Nonostante il successo, Pirandello era proprio disperato. Il patimento psichico della moglie si aggravava sempre di più. Quando vide la consorte vicino al letto con un coltello in mano, capì che occorreva intervenire e nel 1919, accompagnato dai figli Stefano e Fausto, la fece ricoverare presso una clinica romana, ove lei morì il 17 dicembre 1959.

Antonietta non fu forse una grande donna nel senso che noi intendiamo comunemente. Come si suol dire, la natura è matrigna; e con lei non ha avuto pietà. Nonostante ciò, a detta di tutti i critici, è stata inconsapevolmente importante per il successo letterario di Luigi. Infatti, nello sforzo di comprendere la moglie, Pirandello ha studiato la psiche umana in tutte le sue sfaccettature, riportando, nelle commedie e nei drammi, le sue sensazioni e le sue riflessioni. Poco dopo il ricovero di Antonietta, nel 1921, mise in scena “Sei personaggi in cerca d’autore”, il suo più famoso dramma che lo aprì nettamente alla ribalta internazionale.

Il 19 settembre 1924, subito dopo il delitto Matteotti, in un momento storico in cui il fascismo barcollava, inviò al Duce un telegramma che suscitò sorpresa, critiche e scalpori, Si dichiarò fascista, scrivendo: “Eccellenza, sento che questo è per me il momento più proprio di dichiarare una fede nutrita e servita sempre in silenzio. Se l’E.V. mi stima degno di entrare nel Partito Nazionale Fascista, pregierò come massimo onore tenervi il posto del più umile e obbediente gregario. Con Devozione intera”.

Secondo Leonardo Sciascia, che ha studiato a fondo l’arte e la psicologia del Vate siciliano, lo fece“per un voler essere diverso, per uno scatto d’umore, per puntiglio. Da siciliano.

Pirandello, negli ultimi dieci anni della sua vita, dal 1926 al 1936, ebbe un po’ di conforto grazie all’amicizia con Marta Abba, mai amante. Le scrisse centinaia di lettere e Marta non sempre gli rispondeva. Nel 1985, Marta, ormai molto anziana, donò le lettere all’Università di Princeton nel New Jersey.

In questo epistolario, spicca la missiva di Pirandello del 4 marzo 1930. Con essa, citando come fonte il giornalista svedese Thorstad, confidò a Marta Abba che Mussolini stesso impedì l’assegnazione a lui del Premio Nobel per non causare pericolose gelosie in Italia e chiese che, piuttosto, fosse assegnato alla Deledda, cosa che non avrebbe creato alcuna rivalità. È accaduto davvero ciò? Il Mussolini non propriamente distantissimo dal maschilismo che pone in risalto una donna? E per evitare le “gelosie” di quale o quali, tra i tanti autori? Forse il Vate, Gabriele D’Annunzio?

cms_22177/4v.jpgL’8 novembre 1934, Luigi Pirandello venne però insignito del premio Nobel per la letteratura con le seguenti motivazioni: “Per il suo coraggio e l’ingegnosa ripresentazione dell’arte drammatica e teatrale”. Risu di babbaluci! Poco tempo dopo scrisse a Marta Abba: “Non mi sono mai sentito tanto solo. […] Il dolce della Gloria non può compensare l’amaro di quanto è costata. E poi, quando Ti arriva, se non sai più a chi darla, che fartene?”.

Due anni dopo, il 10 dicembre 1936, Pirandello morì. Ed ecco come intese l’evento, programmaticamente: “Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera non che di parlarne sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzi né partecipazioni.

Morto, non mi si vesta. Mi s’avvolga, nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso. Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti, né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. Bruciatemi. E il mio corpo appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere, vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui.”. Quindi, per specifica volontà del siciliano, contrariamente a quanto avvenne nel 1938 per il Vate abruzzese, non ci fu il funerale di Stato che avrebbe voluto il regime fascista.

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La foto della tomba di Pirandello ad Agrigento

In un articolo pubblicato nel 1938, sull’Almanacco letterario Bompiani, Margherita Sarfatti, per inciso non estranea alla biografia del dittatore romagnolo, evidenziò bene l’anima tormentata di Pirandello e il suo amore per la famiglia e la Sicilia: Non amici, non gloria, non fiori, egli tollerò intorno alla propria salma; neppure il conforto della religione e della famiglia, alla quale era legato da più che affetto; da quel fanatismo carnale e sentimentale insieme, così tenace nei meridionali. Aveva vissuto con i figli, e con i figli dei figli, sino all’ultimo giorno, pure li volle discosti da sé nel pudore della morte. Da anni e decenni viveva lontano dalla Sicilia, ma la sua fiera crudezza subì il richiamo di quella terra, a cui volle che ritornassero le sue ceneri. Non ho mai sentito la grandezza e la sincerità del tormento che è in fondo all’arte di Pirandello come innanzi a quel terribile testamento, amaro verso se stesso, implacabile verso tutte le illusioni, e che pure non arrivava a spogliarsi da quell’ultimo fremito di tenerezza: la Sicilia, il suo paese, Agrigento.”.

(Continua domani)

Andrea Vaccaro e Camillo Beccalli

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