LA ZONA ROSSA DELLE NOSTRE CASE

Cose e oggetti che non ci appartengono più

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Costretti a rintanarci nelle nostre case per il sopravanzare di una ondata pandemica che sembra non volerci più lasciare, torniamo nuovamente a riscoprire gli oggetti del quotidiano, le cose che sembravano doverci passare accanto solo per il momento contingente di uno stanziamento forzato all’interno delle nostre mura domestiche e che invece ora riscopriamo essere compagni inseparabili della nostra vita. Già la Arendt lo aveva ben testimoniato nel suo Vita Activa “gli uomini, malgrado la loro natura sempre mutevole, possono ritrovare il loro sé, cioè la loro identità, riferendosi alla stessa sedia e allo stesso tavolo”. Un anno fa maledivamo oggetti e cose attorno a noi che sembravano più che compagni di soltudine, guardiani delle nostre inazioni quotidiane. Ora torniamo a (far) contare gli oggetti nella nostra vita, in un ripetersi coatto di restrizioni domiciliari nelle quali facciamo ordine, disponiamo, spostiamo, ci sbarazziamo di oggetti d’affezione tenuti assieme solo per una specie di termometro invisibile d’affezione nei loro confronti. Il mondo delle cose è sempre stato lì, solo che noi non lo abbiamo mai percepito prima. Ora non possiamo fare a meno di riconoscerne la portata e il significato intrinseco (affettivo e familiare), di riscoprire la tenacia ma anche la vergogna spesso del nostro privato.

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Perché allora prima non notavamo l’esistenza delle cose raccolte, posate, rinchiuse nelle nostre abitazioni? Forse perché eravamo stati fagocitati dalla rivoluzione digitale e dall’avanzare impetuoso della technè nelle nostre vite: usiamo cioè sempre gli stessi oggetti (manufatti per e della comunicazione) che non siamo in grado di conoscere del tutto e di cui ignoriamo il funzionamento interno. Ecco allora approssimarsi fittamente un universo nel quale la vita ci appare come un grande schermo nel quale siamo immersi h24, intorpiditi e plasmati da una network society che non ci molla più.

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Perdendo allora di vista capacità di discernimento tra ciò che è utile e ciò che non lo è più, angosciati dall’incertezza del futuro, non ci priviamo più di nulla, collezionisti compulsivi di oggetti di cui non conosciamo origine e provenienza. Stare con gli oggetti, riscoprirne la loro funzione di trasmissione emotiva, rinsaldarne il loro rapporto con noi, smuovere vecchie disposizioni bibliografiche nelle nostre impolverate librerie, possono essere allora tutte azioni di ri-possesso delle cose. L’ipertecnologicizzazione ha portato con sé, per gran parte della popolazione occidentale, l’appetibilità, come ha sottolineato Stefano Boni, del confort, ovvero ciò che Latouche definiva “protesi e trattamenti che ci tengono in vita, ma che riducono le nostre capacità di goderla”. L’insieme dei poteri istituzionali ha favorito la crescita di una tecnologia pervasiva, ubiquitaria, parassitaria tale da rendere i consumatori entusiasti di fronte al progetto di una crescita consumistica e nell’uso dei mezzi di comunicazione istantanea. Il modello tecno-produttivo ha fatto sì che nel breve masse di individui, chiamati non a caso utenti, fossero assoggettati con docilità e senza spargimenti di sangue in confortevoli zone di comodità d’azione. Non sorprende quindi che abbiamo ristretto il raggio d’azione dei nostri sensi a uno solo (la vista), scoraggiando la curiosità, la passione e il contatto con le realtà delle piccole cose, gli oggetti del nostro immediato quotidiano, futilità in grado solo di riempire i nostri vuoti affettivi al momento del bisogno.

Andrea Alessandrino

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