LA VERITA’ COME MISSIONE DI VITA: LA STORIA DI BURHAN OZBILICI

Il fotografo turco ha sfidato il terrore per immortalare l’assassinio dell’ambasciatore Andrei Karlov

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cms_5569/2.jpgLunedì scorso, il fotografo turco Burhan Ozbilici ha trionfato alla 60esima edizione del World Press Photo (WPP), aggiudicandosi il primo premio nella categoria Spot News grazie a uno scatto che immortala l’istante successivo all’assassinio dell’ambasciatore russo Andrei Karlov, avvenuto lo scorso 19 dicembre.Ozbilici, fotografo e giornalista dell’Associated Press, aveva preso parte all’inaugurazione della mostra fotografica presenziata dall’ambasciatore, con lo scopo di raccogliere del materiale per un articolo sul rapporto Turchia-Russia. “L’evento sembrava di routine. Quando un uomo in abito scuro e cravatta ha estratto una pistola sono rimasto sbalordito e ho pensato che fosse una trovata teatrale. Invece era un assassinio freddamente calcolato, che avveniva di fronte a me e ad altre persone che scosse, terrorizzate, cercavano di mettersi al riparo mentre un uomo uccideva l’ambasciatore russo” ha dichiarato il 59enne ai microfoni del quotidiano britannico The Guardian.

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Pare che il fotografo stesse avanzando verso Karlov, cercando di scattargli un primo piano, quando l’ambasciatore, travolto da una pioggia di proiettili, cadde riverso a pochi passi dall’obiettivo della sua macchina fotografica. L’autore dell’agguato – l’insospettabile agente di polizia Mevlut Mert Altintas, di soli 22 anni - continuò per alcuni minuti la sua messinscena, terrorizzando la folla al grido di “Allahu Akbar”, fino all’intervento delle forze dell’ordine. Lo scatto premiato dalla giuria del WPP (che fa parte di una sequenza di immagini, scattate a pochi minuti di distanza l’una dall’altra) testimonia la folle ferocia dell’attentatore, con la pistola ancora stretta nella mano destra e gli occhi pieni di odio e disprezzo. La totale assenza di pentimento nel suo sguardo crudele fa di lui l’emblema dell’ideologia jihadista, di quella fede pronta a sacrificare giovani vite pur di portare avanti la propria “guerra santa” contro l’Occidente. Quelli immortalati da Ozbilici sono stati infatti gli ultimi istanti di vita del 22enne, abbattuto immediatamente dai militari turchi. Egli stesso sapeva che sarebbe finita così. Non ha nemmeno tentato la fuga, ha voluto lasciare questo mondo professando la sua fede fino all’ultimo respiro, come gli era stato insegnato dai suoi mentori, di certo esponenti dello Stato Islamico.

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“È stata una decisione molto molto difficile, ma alla fine abbiamo ritenuto che la foto dell’anno fosse un’immagine esplosiva, che parlasse davvero dell’odio dei nostri tempi. Ogni volta che arriva sullo schermo devi quasi spostarti indietro, tanto è forte quell’immagine” ha commentato Mary F. Calvert, una dei giurati del WPP. Un parere condiviso dal presidente di giuria Stuart Franklim, che l’ha descritta come “una foto con un impatto incredibilmente forte”.

L’importante riconoscimento ottenuto non premia solo il prodotto artistico in sé, ma anche la “storia” che si cela dietro lo scatto. Ozbilici si trovava a pochi passi dall’uomo che avrebbe potuto compiere una strage, mentre nella sala imperversava il panico. Eppure, ha deciso di portare avanti il suo lavoro fino in fondo, in un atto di totale devozione e di pura professionalità. “I colpi di pistola, almeno otto, sono rimbombati nella galleria d’arte. E’ scoppiato il pandemonio. La gente ha iniziato ad urlare cercando riparo dietro le colonne e sotto i tavoli. –racconta il giornalista - Anche io ho avuto paura ed ero confuso, ma ho trovato copertura parziale dietro un muro e ho fatto il mio lavoro: fotografare. [...] Sono avanzato un po’ e l’ho fotografato mentre si rivolgeva al suo pubblico disperato e prigioniero. Ho pensato: sono qui. Anche se rimango ferito, o ucciso, sono un giornalista. Devo fare il mio lavoro. Potevo fuggire senza scattare neanche una foto... ma non avrei saputo cosa rispondere se mi avessero chiesto ’perché non hai fotografato?’".

Così come Altintas è morto in nome della sua fede, anche Ozbilici ha scelto di immolare la sua esistenza in favore della verità, offrendo una grande lezione di vita a tutti coloro che lavorano nel campo dell’informazione. L’urgenza di documentare quanto stava accadendo si è rivelata più potente dell’istinto di sopravvivenza insito in ognuno di noi, che avrebbe spinto chiunque ad allontanarsi dall’attentatore. Forse la verità, intesa come una missione da compiere, può aiutarci a sconfiggere quell’ “esercito del terrore” che ci vorrebbe invece silenti, annichiliti, immobilizzati dal panico durante l’agguato e incapaci di tornare a vivere subito dopo. La presenza di Ozbilici su quel palco è una vittoria, seppur solo simbolica, contro quel mondo di crudeltà e odio che chiamiamo Isis.

Federica Marocchino

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