LA TENTAZIONE COME PROVA D’AMORE

Francesco commenta la prima domenica di Quaresima

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Stanchi del valzer politico e della pandemia, la nostra memoria cerca un rifugio tranquillo, una sorta di porto sicuro dove ancorarci nelle difficoltà del quotidiano. La domenica di quaresima si apre con l’immagine del deserto, che certamente alla detta di molti genera ansia e angoscia. Non è un caso, che il deserto coincida con il periodo quaresimale, fatto di penitenze e di riflessione. Ad oggi, ci risulta difficile riflettere, perché siamo costantemente bombardati di futilità e negatività da ogni parte. “Andrà tutto bene”, dicevano, ma la realtà è un’altra. Ebbene, la Quaresima mette a nudo il nostro essere, mette a nudo la nostra incapacità nell’ascoltare. La nostra generazione fatta più di slogan che di concretezza, si rifugia nelle parole sminuendo il suo significato più profondo. Per questo, il deserto oggi ci dona una nuova chiave di lettura, capace di trasformare l’angoscia in gioia. Come ben sappiamo, Dio si rivela anche nel deserto anche se suona in maniera stonata. Eppure, nell’antico testamento, il Dio di Isacco e di Giacobbe, ha rivelato la profezia della vita.

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Nel deserto Gesù ha preso coscienza della suo essere messia, scacciando la tentazione del maligno. Proprio in merito al maligno, Francesco chiarisce una volta per tutte la visione cristiana: “Dobbiamo essere consapevoli della presenza di questo nemico astuto, interessato alla nostra condanna eterna. La grazia di Dio ci assicura, con la fede, la preghiera e la penitenza, la vittoria sul nemico”. Parole che potrebbero risuonare come scontate, ma che riflettono la volontà di non dialogare con il maligno. Ovviamente, Gesù attraversa la tentazione in quanto uomo, è questo ha qualcosa di magico. Il Dio fatto carne, incarna consapevolmente le nostre sembianze per mostrarci che tutto è possibile. Tante parole sono state profuse sul significato della Quaresima, ma non bastano. La nostra mente, seppur sviluppata non riuscirà mai a circoscrivere tale mistero. Riflettere non vuol dire essere monaci, ma persone consapevoli di quello che gli accade. Troppo spesso, siamo pieni della nostra conoscenza, non ammettendo i nostri limiti. Pertanto, il periodo quaresimale non va inteso come penitenza assoluta, bensì come la riscoperta di se stessi.

Giuseppe Capano

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