LA SPOSA DI BUDDHA

CAPITOLO III - LA LEGGE DEL DHARMA

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Sono una donna indiana, ed ho abbracciato sin da bambina la missione di aiutare il prossimo. Mentre ho vissuto, non ne sono stata sempre consapevole, sebbene una voce garante mi abbia sostenuto, alleviando la mia sofferenza. Sono fiera al pensiero che l’affrontare il dolore come una guerriera mi abbia portato a dare il buon esempio. Tutti i giorni i Saka Gakkai recitano, a sostegno di questo voto, la preghiera tratta da brani del Sutra del Loto. Questa è anche la legge del dharma, alla quale il Buddha si risvegliò, fatta apposta per tutti gli uomini. Risvegliarsi in questa legge vuol dire aprirsi alla natura della vita eterna. Mi piace pensare che, prima di nascere, abbia scelto di acquisire un karma negativo, consapevole di dover vivere in circostanze negative. Questo è, in sintesi, il mio pensiero rafforzato dall’indottrinamento del maestro Sunil, che mi ha protetta e amata sin da prima di sapere della mia malattia inguaribile. Sono sempre stata ben disposta ad affrontare le difficoltà della vita, alzandomi ogni volta dopo ogni caduta, per ricominciare. Il mio esempio dà speranza a chi mi osserva. Offro il mio dolore come sostegno a chiunque si confronti in me, speculando difficoltà e dolori per trasfonderli in coraggio e forza.

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MIO PADRE, UN EROE

Intrattengo mia madre con argomentazioni che tengono acceso il ricordo di mio padre italiano. "Siamo tutti impegnati in attività materialistiche che generano un cattivo karma, e soffriamo in quanto ciechi, guidati da altri ciechi. Ed è così che diventiamo artefici e vittime del cattivo karma: se agiamo come delinquenti saremo perduti; ma se, ad esempio, un poliziotto compie un’azione da encomiare, lo Stato gli è certamente grato, e gli conferisce una medaglia". Riferisco queste parole a mia madre per sollevarla dalla sofferenza nel ricordare di aver perso il suo uomo nel 1978, mentre era incinta di un bimbo, morto ancor prima di nascere, vittima anche lui della guerra metropolitana della prima repubblica. Quando ha saputo la notizia dell’uccisione della scorta dell’onorevole pugliese, mia mamma era seduta davanti al giornale, una mattina come tante. In compagnia del caffè e della musica in radio. "Avere un buon karma significa godere del beneficio della liberazione. Questo succede, se siamo in grado di sviluppare qualità trascendenti. Allora si può ambire a questo obiettivo. Diversamente, se sviluppiamo qualità negative, saremo schiavi". Continuo a spiegare la mia dottrina. Le parole volano come farfalle bianche, che sembrano distrarre mia madre. Ormai la dolce Marsela non piange più per la morte del suo eroe. Ha perdonato, scegliendo di aspettare di raggiungere il suo amato in altra vita, quando sarà giunto il tempo che Dio vorrà.

“Ma questo accade perché nessuno sa cosa significhi realmente liberazione. Siamo orgogliosi del nostro progredire, ma siamo sciocchi, perché non conosciamo la vera natura di queste due parole: schiavitù e liberazione” sostiene mia madre bevendo il caffè amaro, nella tazzina di vetro trasparente.

“Non sai cosa significa liberazione, madre? Quindi tu puoi considerarti come un treno in corsa, che non conosce la sua destinazione”.

“Il Padre nostro dice: liberaci Signore da tutti i mali. Ovvero: il ladro è colui che ruba, con la scusante che è povero ed ha fame. Ma tutti siamo poveri, in quanto abbiamo da soddisfare delle necessità, e il denaro non basta mai. E allora, se prendo un oggetto incustodito e lo sottraggo al legittimo possessore, anch’io divento ladra. Se alla fine dei nostri giorni ci pentiamo, Dio ci assolve e ci libera da tutti i mali. Tutti rubiamo, tutti siamo ladri. Ma chi accetta di essere guidato da Gesù Cristo otterrà sicuramente la liberazione. E non sono certa che ciò sia giusto. Sebbene la violenza sia contro gli insegnamenti di ogni religione, si uccidono gli uomini giusti. Le Brigate Rosse hanno ucciso vostro padre. Quegli uomini saranno assolti da qualunque dio generoso, se si pentiranno di aver ucciso” dice Marsela con voce ferma e pacata, rivolgendo lo sguardo chiaro prima sul mio viso e poi sul viso di Benedetta. Conclude il suo discorso senza denunciare rabbia né rancore.

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“Come possono uccidere e allo stesso tempo seguire la Bibbia?” indaga Benedetta con un punto di domanda che non presuppone risposta.

“Nella Bibbia è scritto che Gesù mangiava carne. Il Maestro poteva mangiare tutto ciò che voleva, perché egli era molto potente. Per quanto il suo comandamento fosse quello di non uccidere, Gesù poteva mangiare carne, se voleva. Tuttavia nessuno può paragonarsi a Gesù Cristo, ma bisogna seguire il suo insegnamento. Pertanto, potrai dire di essere guidato da Colui che ha potere, e può fare ciò che vuole, ma non per questo gli altri possono imitarlo” dice Marsela, scuotendo la testa.

"A me sembra una contraddizione. Vogliamo imitare Gesù nel mangiare la carne, ma non siamo disposti a sacrificarci per gli altri, come ha fatto lui, andando sulla croce. Questo è il cristianesimo" concludo amareggiata.

Mi sveglio. Non so bene se la mia coscienza abbia viaggiato nello spazio, ma sicuramente ho cercato un altro tempo, quello dei ricordi, che sebbene tristi mi riportano al calore della famiglia e dello scorrere della vita.

Dalla finestra della stanza bianca entra la luce del tramonto, ma potrebbe essere un’alba. Non vedo Benedetta, e nemmeno mia madre, che mi indichino dei segnali per conoscere l’ora. Seduta accanto al mio letto c’è una ragazza bruna che legge un giornale. Non ricordo di aver mai visto il suo viso, non mi pare di conoscerla. La giovane donna mi osserva, mi scruta, e poi torna a leggere. Non la conosco, ne sono certa. Quando prende la mia mano, la sento familiare, mi tranquillizzo e riprendo a pensare. E penso a chi sarò dopo questa vita, o cosa sarò.

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LA MOGLIE DI SIDDHARTA

Nell’’induismo l’anima, nel suo continuo reincarnarsi, tende a diventare man mano più o meno pura, in base alla virtù dimostrata in vita. Ero immersa in questi pensieri, guardando in un punto lontano, fuori dalla finestra della classe di quinta elementare di cui sono la maestra.

“Maestra, vuoi dirmi perché si nasce poveri o ricchi?”

Non sapevo cosa rispondere ad una domanda apparentemente semplice, posta da un alunno, consapevole che della mia risposta sarebbe rimasta sicuramente traccia nel suo divenire. Se il bimbo fosse stato indiano come me, la risposta sarebbe stata immediata, e gli avrei detto: essere nato membro di una casta inferiore significa, secondo il sistema delle caste, aver vissuto la vita precedente come peccatore. Nascere nella casta più alta nella gerarchia, indica che la tua anima è pura. Se l’uomo vive una vita virtuosa, può raggiungere il nirvana e rompere il ciclo di morte e rinascita, oppure la vita sarà quella di un uomo appartenente ad una casta più bassa. Le caste più alte sono più sane di quelle più basse. Di conseguenza l’idea della purezza va vista semplicemente come legittimante della vera natura delle differenze sociali. E anziché rispondere, al fine di non fare errore, propongo una risposta collettiva, dando la possibilità a ciascun scolaro di riflettere sull’argomento, ognuno secondo la propria cultura, attraverso un componimento scritto. Il pensiero più bello, lo ricordo ancora, è quello scritto da una bambina fra le più brave, che si è espressa in questi termini: “La ricchezza è un dono ed anche un premio. L’uomo che nasce ricco ha il privilegio di aiutare il povero, perché può donare i suoi beni e ricevere la gratifica nel sentirsi ricompensato da un sorriso, o un ringraziamento, oppure un bacio. Ma il povero nasce tale, perché può produrre nel ricco il beneficio di operare nel bene. Secondo me, la ricchezza e la povertà sono delle cose che risiedono nell’animo degli uomini. Se l’uomo è ricco di buoni propositi, è premiato laddove egli sa ben disporre dei suoi preziosi averi”.

Riapro gli occhi, e la sedia accanto al mio letto è vuota. Li richiudo, ricercando ancora qualche attimo di buio. Ruoto gli occhi, apro lentamente le palpebre, ho voglia di alzarmi, di camminare, ma posso solo sperare di volare. Sento delle voci sommesse, distinguendo la voce di mia madre e la voce di uomo con un marcato accento del sud, che conosco bene. Un tonfo al cuore, una rabbia dentro. Il rancore è un triste sentimento. Lui è qui. E’ venuto a salutarmi. E allora penso che è proprio vero, che sto andando via.

“Madre dimmi: perché lui è qui?”.

Non sento più le voci. Chiudo gli occhi e ringrazio il cielo.

Nabhila, ascoltami figliola, perdona tuo marito. Lui tornerà ancora, per avere il tuo perdono”.

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“Madre, ascolta, madre. Ora ti racconto una storia del grande Osho.
Quando Ananda iniziò al sannyas il cugino Gautama, guardandolo dritto negli occhi gli disse: ‘Dopo l’iniziazione io non ci sarò più, e pertanto ti dico: Il tuo mondo è la mia vita, il tuo ordine è il mio sentiero. Prima di essere iniziato, ti chiedo di rispettare tre condizioni. La prima condizione è che non mi manderai mai da nessuna parte a diffondere la parola. La seconda, è che io stia con te tutto il giorno, anche la notte poiché dormirò con te, nella stanza in cui dormirai tu. E la terza: se ti pongo una qualsiasi domanda, o se ti porto qualcuno che vuole farti una qualsiasi domanda, tu non dovrai rifiutare di rispondere’. Gautama accetta le condizioni del cugino, e parte lasciando la moglie e il figlio.

Dopo dodici lunghi anni, Buddha torna dalla moglie e chiede al cugino Ananda di allontanarsi dalla stanza, in quanto certamente sua moglie sarebbe esplosa di collera nel rivederlo. Sicché i due sposi si incontrano da soli. Come previsto, la moglie di Gautama, il Buddha, nel rivederlo esplode di rabbia. Gautama le chiede il motivo, e lei risponde: ‘Potevi dirmi che saresti andato via, ed io essendo guerriera, avrei compreso e ti avrei lasciato andare, senza versare una lacrima. Se tu me lo avessi detto, io avrei capito’”

La ragazza dall’aria familiare è ora seduta accanto al mio letto, e mi guarda con espressione amorevole. Mi sorride e si presenta.

“Sono Maria Bernadette, maestra. Si ricorda di me?”

Adesso la ricordo. Sì. È proprio lei. Mi dice che ha saputo della mia malattia. E’ intimidita. Io le dico di non preoccuparsi per me, perché le cose vanno come devono andare. La giovane donna si tranquillizza, e mi racconta di sé. Mi dice che si è sposata e ha un bimbo. Sembra felice. E mi chiede dell’India come faceva da bambina. “Maestra Nabhila, ti prego, parlami dell’India”.

Susy Tolomeo

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