LA PIAGA DEL FEMMINICIDIO IN ITALIA

Il caso di Vanessa Zappalà: una tragedia che poteva essere evitata?

1629931093Copertina.jpg

‘Se il femminicidio si chiamasse maschicidio, se le 3500 vittime negli ultimi 20 anni fossero uomini ammazzati da donne, non ci occuperemmo d’altro né esisterebbe altra priorità. E invece Vanessa è solo un altro numero da aggiungere ad una storia di morte e violenza che abbiamo deciso di non affrontare’

Quello di Vanessa Zappalà è solo l’ultimo di una serie di nomi che in questi otto mesi di 2021 ha raggiunto la quarta decina. Quaranta vittime, quaranta donne la cui vita è stata spenta nel modo più inaspettato, impensabile, inaccettabile, incomprensibile, inconcepibile, inammissibile. E chi più ne ha più ne metta, di questi sinonimi. Siamo qui a usare le parole, chi meglio e chi meno, per commentare l’ennesimo caso di una piaga che non verrà certamente estirpata nel breve termine, considerato il modo assurdo in cui il sistema giuridico si è mosso. D’altronde, i vermi si annidano nel cuore dei frutti, mica in superficie. Il problema dei femminicidi è alla radice, nell’incompetenza di chi avrebbe il potere di ridurre drasticamente questi casi.

Prima di procedere, come quando si analizza un problema, è utile avere una definizione non fraintendibile del brutale atto in questione. Per “femminicidio” si intende un omicidio doloso o preterintenzionale in cui una donna viene uccisa da un carnefice di sesso maschile. Il neologismo nasce per indicare una determinata categoria di omicidi, il peggior crimine commettibile, nelle società di forte stampo patriarcale. Nel corso degli anni questo vocabolo ha inglobato in sé qualunque forma di violenza sulle donne, sulla scia degli studi psico-sociologici che sostengono come siano l’individualità e la dignità femminile a essere uccise.

cms_22946/Foto_1.jpg

Il racconto di quanto avvenuto ad Aci Trezza, Catania, martedì 24 agosto, è agghiacciante. “L’ha presa per i capelli e ha iniziato a spararle” narrano i tre amici che l’hanno vista spirare sotto i loro sguardi attoniti e pietrificati. “È arrivato con la macchina e quando Vanessa se n’è accorta gli ha detto di andarsene altrimenti avrebbe chiamato il maresciallo, ci siamo allontanati e lui ci ha inseguito a piedi”. E dire che il padre della ragazza aveva presentato varie segnalazioni agli investigatori: “La aspetta, la pedina, mia figlia non esce più di casa”. Solo a sentire queste parole, auspicandoci che l’uomo non sia stato preso per uno dei tanti che stava iperbolizzando la situazione, si sarebbero dovuti prendere seri provvedimenti. Invece quello che è successo è da far letteralmente cadere le braccia. “Si può fare affidamento sullo spontaneo rispetto delle prescrizioni da parte dell’indagato, non gravato da precedenti penali specifici”. Questa è la motivazione fornita dal GIP, che si era limitato ad imporre all’ex di Vanessa, morto suicida per impiccagione, un divieto di avvicinamento nonostante la procura ne avesse richiesto l’arresto ai domiciliari. Peccato che per un soggetto che si era macchiato di atti violenti fisici e psicologici nei confronti della ragazza, le aveva vandalizzato la casa, le aveva teso agguati a profusione e le aveva installato un GPS sotto la macchina per tenerla d’occhio, i domiciliari fossero veramente poco.

cms_22946/Foto_2.jpg

C’è da considerare, inoltre, che una denuncia per stalking, come quella che Vanessa aveva presentato agli inquirenti ai danni dell’ex, delinea gli estremi di quello che è a tutti gli effetti un reato penale. Pertanto le motivazioni che sottostanno alla base di un arresto mancato, e quindi di una vita volutamente non salvata, cadono come un castello di carte. Ed evidenziano, in maniera incontrovertibile, l’incompetenza di chi detiene i poteri più delicati. Perché non è per nulla difficile immaginare come le cose, se al posto di chi ha agito alla condanna della vita di Vanessa ci fosse stato qualcuno con la testa sulle spalle, sarebbero potute andare. Invece siamo qui a strapparci i capelli, forse nel più ipocrita dei gesti, e a piangere un’altra donna sottratta alla vita. Se vogliamo veramente mettere un punto definitivo al femminicidio, chiudere questo libro e bruciarlo, bisogna iniziare a far saltare un po’ di teste. Perché la morte di Vanessa Zappalà pesa su molte coscienze, sebbene talvolta la sensazione è che si compili uno sterile elenco di vittime nel disinteresse generale. In Italia, nel 2021. Ma dell’anno potremmo anche dubitare.

(Si ringrazia la fonte autrice della citazione riportata in apertura, tenuta anonima per questioni di rispetto e privacy)

Francesco Bulzis

Tags:

Lascia un commento



<<Pagina Precedente | Stampa | Torna Su


News by ADNkronos


Salute by ADNkronos