LA PAGINA DELLA CULTURA NEI DIALETTI ITALIANI - IV^

Aspettando Natale... in Veneto

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In Veneto la festività del Natale è talmente sentita che se ne coglie la suggestione fin dal mese di novembre, quando le piazze e le vie di molte città - da Padova a Cortina, da Asiago a Venezia - vengono addobbate con luci e decorazioni che richiamano l’attenzione di grandi e piccini con fastosi mercatini.

Il viaggio nella tradizione offre analogo entusiasmo ma un diverso contenuto di spiritualità.

Nelle campagne dell’entroterra, ma anche nelle città, fin oltre la metà del ’900 l’attesa del Natale significava il momento del raccoglimento in famiglia, periodo in cui i dissapori avrebbero dovuto essere allontanati, facendo prevalere i sentimenti della bontà e della condivisione di quanto l’inverno, con il gran freddo, avrebbe tentato di strappare alle mense.

Nelle giornate lunghe tra case fredde e campagne erose dalle intemperie la vita era difficile, con poco da mangiare e scarsa legna da ardere. Ma era l’attesa a scaldare i cuori. Nelle vie risuonavano i canti. Percorreva le contrade il canto della Chiarastella, in dialetto ciarastéa, intonato da grandi e piccoli in cerca di un probabile obolo che, tuttavia, nessuno era tenuto a dare. Racimolare qualche cosa da portare in famiglia era importante sebbene non fosse lo scopo primario.

La ricchezza interiore non si alimenta di beni materiali e la cultura della tradizione ne esprimeva pienamente la bellezza. Ai cantori viandanti importava comunicare lo spirito del Natale, suggestionare l’anima trasmettendo ai bambini i valori antichi nella gioia della festa e agli adulti i motivi per riflettere sulla vanità degli umani egoismi.

Il medesimo spirito animava nelle case la preparazione del Presepe con muschi, sassi, foglie e statuine forgiate con mollica di pane. Il muschio era di facile reperimento perché lo si staccava dalle basi degli alberi che popolavano la campagna, in particolare salgari e stropari (alberelli tozzi e bassi che avevano rami di giunchi color arancio i quali, denominati strope, venivano utilizzati dai contadini a fine inverno per legare i tralci delle viti appena potati ai pali di sostegno e al filo zincato teso su tutto il filare).

In chiesa, invece, il Presepe sarebbe stato grande ma con l’aiuto di tutti perché ciascuno era chiamato a contribuire nell’allestimento. E poi c’erano le Messe e la Santa Messa di Natale!!!

cms_20250/2v.jpgVissute da tutti, infagottati nei loro pastrani, di ottima forgia per i più abbienti. Larghi, stretti o deformati dai troppi maglioni di lana scadente e riutilizzata per i meno abbienti. Tra questi ultimi alcuni, meno disgraziati, disponevano di tabarri in cui avvolgersi.

Questo popolo formato in prevalenza da poveri si ritrovava poi in chiesa a ranghi ben divisi: da una parte i maschi adulti, davanti e, sempre davanti, sull’altro lato, i bambini maschi; dietro di questi i maschi giovani e dietro di loro le donne anziane, mentre dietro i maschi adulti si disponevano le donne più giovani e le ragazze; tutte le femmine avevano il fazzoletto o il velo in testa, piccolo e bianco per le bambine, via via più grande e più scuro a seconda di quanto cresceva l’età per le altre. Si trattava di costumanze non di natura religiosa ma sociale del cui rispetto dovevano si doveva dar conto alla comunità, soprattutto se si apparteneva al genere femminile. La minima trasgressione avrebbe segnato a vita una donna.

Santa Lucia

La festa di Santa Lucia è un caposaldo della tradizione popolare in tempo di Avvento. Nasce a Verona, intorno al XIII secolo, quando in città dilagò tra i bimbi una terribile epidemia di "male agli occhi". La gente si unì in preghiera per chiedere la grazia a Santa Lucia, con un pellegrinaggio a piedi scalzi e senza mantello, fino alla chiesa di S. Agnese. A causa del freddo i bambini dovettero restare a casa., In esito al pellegrinaggio poco tempo dopo l’epidemia si esaurì. Da quel momento è rimasta la tradizione di portare in chiesa i bambini per la benedizione degli occhi, il 13 dicembre di ogni anno. Ancora oggi, la notte del 12 dicembre, i bambini aspettano S. Lucia che porta loro i dolci, in sella ad un asinello e lasciano un piatto sul tavolo con del cibo con cui ristorare sia lei che l’asinello prima di andare a dormire.

Tra tutte la città di Verona è celebre per i Bancheti de Santa Lussia, il mercatino di Santa Lucia allestito a Piazza Bra.

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Nelle giornate dal 10 al 13 dicembre Piazza Bra in onore di Santa Lucia è gremita di bancarelle di venditori sotto lo sfavillìo di un’enorme bianca stella cometa che esce dall’Arena.

La tradizione dei banchetti natalizi è diffusa in tutte le città e i piccoli paesi del Veneto. Nei numerosi mercatini figurano dolci prelibatezze, articoli artigianali in legno, decorazioni fatte a mano, addobbi per l’albero natalizio e per la casa, e molto altro. Dovunque, poi, ci sono banchi che servono il tipico vin brulé, cioccolata calda e biscotti secchi. Immancabile nella laguna di Venezia l’angolo dedicato al vin brulé, il vino rosso servito caldo speziato con chiodi di garofano e aromatizzato all’arancia che in passato aveva il “compito” di rinsaldare e rafforzare i legami sociali della collettività paesana.

El me pastore sopo

E’ la poesia che ho scelto in questo viaggio nella tradizione veneta.


L’è cascà in tera

e s’à roto ’na gambeta,

finta de gnente,

nissun à visto ’na lagrimeta.

El me pastore,

su le so spale n’agneleto,

l’ò sempre tegnù da conto

col so difeto.

La stradeta de farina,

el lagheto e tuto el resto

e ogni ano, lu,

lo fracà in mezo al mus-cio fresco,

in mezo a le pegore,

’n’anara o ’n’oco:

nissun faséa caso..

che lu el fusse sopo.

Vegnarà el curato

a premiare el presepio pi’ belo

e qualchedun cavarà dal mus-cio

el me pastorelo

el l’à cavà

sbregandome ìa qualcossa dal core

che a mi…

el me piasèa sopo… el me pastore.

Il mio pastore zoppo

E’ caduta a terra

e si è rotta una gambetta

finta di niente,

nessuno ha visto una lacrimetta.

Il mio pastore,

sulle sue spalle un agnello,

l’ho sempre conservato

con il suo difetto.

La stradina di farina,

il laghetto e tutto il resto

e ogni anno,

l’ho fatto stare in piedi in mezzo al muschio fresco,

tra le pecore,

un’anatra o un oco:

nessuno faceva caso...

che lui fosse zoppo.

Arriverà il curato

a premiare il presepe più bello

qualcuno toglierà dal muschio

il mio pastorello,

lo ha tolto

strappandomi qualcosa dal cuore

che a me... piaceva zoppo...

il mio pastore.

Natale in famiglia

In ogni comunità la famiglia era, come ho detto in premessa, il caposaldo, custode fedele di riti e anche, più prosaicamente, di pietanze la cui origine si perde nell’antichità. Piatti vecchi di secoli diffusi ovunque nel territorio, pur variando in base all’area geografica della regione.

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Nella Storia documentata di Venezia (10 volumi, 1853-61) di Samuele Romanin si legge che a Venezia “il popolo aveva certi cibi in giorni segnalati, come le anguille, il salmone, i cavoli crespi, la mostarda, il mandorlato alla sera della vigilia di Natale”.

E ancora. Nelle Osterie veneziane (1928) Elio Zorzi scrive: “Oh delizia della cena della vigilia, come cantarne degnamente i fasti? Chi saprebbe dire saporosamente la bontà dei risotti di cape, o della minestra di risi e verze, le gioie del salmone fresco, le piccanti voluttà dei bovoli col vin bianco, la grassa morbidezza del bisato allesso, arrosto ed in umido, la delicatezza dei maestosi brancini e delle sode boseghe di valle? E la crocchiante sensuale rinfrescante carezza del radicio rosso di Treviso e di Castelfranco che si scioglie tra i denti come un fiore candito? E la piccante dolcezza della mostarda e le attaccaticce squisitezze dei mandorlati, e la spuma delicata della panna montata con i relativi storti, e con i maroni rosti, o con balote, cioè le castagne allesse con le foglie d’alloro?”.

Nelle famiglie dell’alta borghesia quale pesce della vigilia era preferito il branzino o spigola; mentre in quelle della media borghesia e del ceto popolare di buone condizioni imperava l’anguilla. I “repentini”, i “bisnenti” (coloro che hanno due volte niente), ossia i più poveri s’accontentavano di un buon piatto di chiocciole e polenta (poenta e s’ciosi).

Dai tempi della presenza austriaca (1816-66), tra il Congresso di Vienna e la terza guerra d’indipendenza, i veneti adottato il piatto natalizio degli occupanti, ossia la tacchinella arrosta (in Austria era accompagnata dalle castagne). Al tutto faceva da contorno il radicchio rosso di Treviso, principe della tavola natalizia, o quelli di Verona, di Chioggia e il variegato di Castelfranco.

Retaggio della tradizione è anche il pasticcio con ragù di carne.

Il pasticcio (in tutta Italia viene chiamato “lasagna al forno”) risale alla cucina dell’antichità greco-romana.
La prima testimonianza è di Marco Gavio Apicio che, nel suo De re coquinaria (30 d.C. circa), fornisce indicazioni dettagliate sul procedimento da utilizzare per realizzare la Patinam Apicianam, simile alle note lasagne, poichè costituito dall’alternanza di strati di sfoglia e strati di ripieno. La ricetta prevedeva di alternare in una pentola strati di sfoglia (laganum) a mestolate di sugo, avendo cura di terminare con una sfoglia cosparsa di pepe.

In epoca romana, quindi, la lagana cuoceva in forno insieme al suo condimento (che fungeva da liquido di cottura), nel Medioevo invece si assiste ad un cambiamento fondamentale nel metodo di cottura, poiché da questo momento in poi la pasta veniva cotta per bollitura in acqua, brodo o, più raramente, latte.

Nella tradizione culinaria veneta l’aia ha un valore importantissimo per le famiglie che abitavano le campagne venete.

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La regina dell’aia era sicuramente la gallina e i capponi.

A concludere il pranzo di Natale in passato c’era la pinza, il pane dolce di Natale mentre nel veronese c’è, da tempi lontani, il Nadalin. Solo dalla fine dell’800, esordisce il Pandoro, ormai ovunque presente, il mandorlato e i biscotti secchi accompagnati a fine pasto da un ottimo vino dolce, come il Recioto.

Quelli citati erano i cibi ricorrenti. Vediamo, nel dettaglio, il menù della vigilia di Natale. La cena della vigilia era di magro, penitenziale, con anguilla o baccalà, introdotto nel Veneto nella seconda metà del ‘500 dai mercanti veneziani proprio per assolvere al dovere dell’astinenza dalle carni, o ancora la soda bosega di valle.

Nelle tavole venete più ricche imbandite a festa, invece, non potevano mancare il fegato alla veneziana (un secondo piatto a base di bocconcini di fegato cotti a lungo assieme alla cipolla), le sarde in saòr (condite anch’esse con cipolla, con un sapore agrodolce), il baccalà mantecato (cotto a lungo con il latte), “risi e bisi” (saporita minestra a base di riso e piselli), la pasta e fagioli, preparata con i fagioli di Lamon, la soppressa all’aceto, i tortellini in brodo di cappone e ancora, il lesso di cappone al “cren” (una salsa a base di rafano dal sapore molto pungente).

L’aperitivo, come il pasto principale, erano e sono attualmente spesso accompagnati da dell’ottimo vino bianco spumante, il noto Prosecco.

Antonella Giordano

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