LA PAGINA DELLA CULTURA NEI DIALETTI ITALIANI - III^

Aspettando il Natale… in Lombardia

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L’avvento del Natale in Lombardia assume un significato particolare il 7 dicembre, giorno in cui si festeggia Sant’Ambrogio, speciale per la città di Milano ma anche per le altre città lombarde.

Sant’Ambrogio

cms_20238/sant-ambrogio-milano_mosaico.jpgNel capoluogo tre eventi rendono tangibile il clima della festa: vengono accese le luci dell’albero di Natale in Piazza Duomo, va in scena la prima al Teatro La Scala e nelle vie attorno la Basilica del Santo viene allestita la fiera degli O bei, O bei, una manifestazione le cui origini risalgono al 1288.

La festa di Sant’Ambrogio racchiude in sé manifestazioni a carattere religioso, popolare, culturale e rappresenta un evento significativo per Milano. Ogni anno i milanesi ricordano il loro patrono, recandosi alla Messa, celebrata dall’Arcivescovo, nella Basilica dedicata al Santo, seguendo un rituale che è rimasto costante nel tempo. La città, attraverso i suoi rappresentanti ufficiali e quelli delle categorie economiche e produttive, rende omaggio al Patrono.

Nel rito Ambrosiano, in vigore in periodo precedente S. Ambrogio (che comunque ebbe il merito di rivederlo profondamente) la Chiesa Milanese ha una liturgia diversa da quella romana. Il rito ambrosiano caratterizzato da un proprio calendario, una propria liturgia, differenti paramenti sacri e talari, dalla Croce astile, nell’ Agnus Dei-Kyrie eleison invece dell’Agnus Dei, nell’ incensazione al momento dell’omelia,nel sabato festivo (per esigenze espositive del tema in argomento, non vado oltre nel citare) è riuscito a resistere in questa Regione quando tutti gli altri riti minori sono stati eliminati e coesiste con quello romano praticato nel resto d’Italia. Per quanto d’interesse in questo articolo mi limito a dire che nella Diocesi di Milano l’Avvento inizia l’11 novembre e dura sei settimane mentre nel rito romano inizia il 26 novembre e dura 4 settimane.

La Fiera degli "Oh bei, oh bei"

A partire dal 1866 nelle vie attorno alla Basilica, dal 7 all’8 dicembre, si tiene la Fiera degli "Oh bei, oh bei", la manifestazione popolare natalizia particolarmente cara ai milanesi. Risale, come ho detto in premessa, al 1288, anno in cui essa si svolgeva nei pressi di Santa Maria Maggiore. Famosa per le numerose bancarelle, la fiera è luogo di ritrovo per grandi e piccini, attratti da giocattoli, dolci tipici, oggetti d’antiquariato ed ogni sorta di cianfrusaglie.

Nello stesso giorno il Teatro alla Scala apre la sua stagione operistica.

Voglia di Natale

Se nelle case milanesi il Presepe è una consuetudine diffusa molti borghi lombardi si trasformano in vere e proprie rappresentazioni a cielo aperto. Il Presepe vivente è l’espressione massima della tradizione del Presepe in Valtellina e Valchiavenna. Suggestivi sono i Presepi viventi della Valchiavenna: Fraciscio, Campodolcino (So), Crana, Piuro (So), Samolaco (So). In Valtellina, invece, il Natale è anche sinonimo di ricchi mercatini di prodotti locali, artigianali ed enogastronomici capaci di stupire qualsiasi appassionato. Albosaggia, Bormio e Livigno sono spettacolari in questo periodo.

Considerando lo spirito con cui i lombardi, in particolare, vivono il tempo dell’Avvento l’antica poesia dialettale che ritengo meglio interpreti questo periodo è Voglia di Natale.

VOGLIA DI NATALE

Col cœur an’mò ingarbiaa in de la cassina

el se bestira i òss l’ultim paisan,

e la candela pizza in la bosia

la mett in ciar i barlafus d’on temp:

la bròcca in del tripee portacadin,

l’acquasantin e la Maria Bambina

fassada in de la cuna d’on veder a campana.

E l’œucc el corr sui trav e sul camin

con dent an’mò freguj de scendra antiga.

La vœuja de Natal l’è lì con lù

sul materass de fœuja de melgon.

La vœuja d’on Natal come ona vòlta,

con tanti vos che riven de lontan,

come in d’on sògn…

Vos de tosann che canten sul sentee…

…là in fond… tra i fontanitt.. vesin al Lamber…

“Tu scendi dalle stelle…”

Su donca! Riva gent!

Gh’è chi el Natal, Natal come ona vòlta…

Mett el pariœu sul fœugh…

canella, acqua e saa, farina gialda…

e…alé…òli de gombed.

Se sgrana trii rosari

e se la cuntom-sù dent in la stalla.

Gh’è chì l’Armida, quella di ricamm,

el Gino cavallant cont el clarin…

i fiœu ch’hinn mai cressuu, el bergamin.

Tra el pòrtich e la stalla… quanta gent…

ghe vœur an’mò on quej scagn, ona banchetta

e on para de fiaschett… per la polenta.

Se smòrza la candela sul ciffon,

el gatt el s’è fognaa in d’on quej canton

e intant l’ultim paisan

el nega in d’on bell sògn…

e par ch’el rida.

°°°°°°°°

Con il cuore ancora aggrovigliato nella cascina

si stiracchia le ossa l’ultimo contadino.

E la candela accesa nella bugia

mette in luce le cianfrusaglie di un tempo:

la brocca nel treppiedi porta catino,

l’acquasantiera e la Maria Bambina

fasciata nella culla

di una campana di vetro.

E l’occhio corre sulle travi e sul camino

con dentro ancora briciole di antica cenere.

La voglia di un Natale è lì con lui

sul materasso di foglie di granoturco.

La voglia di un Natale come un tempo,

con tante voci che arrivano da lontano,

come in sogno…

Voci di ragazze che cantano sul sentiero…

…là in fondo… tra i fontanili… vicino al Lambro…

“Tu scendi dalle stelle…”

Su, dunque! Arriva gente…

C’è qui Natale, il Natale di un tempo…

Metti il paiolo sul fuoco…

cannella, acqua e sale, farina gialla…

e… alé… olio di gomito.

Si sgranano tre rosari

e ce la raccontiamo dentro la stalla.

C’è l’Armida, quella dei ricami…

il Gino cavallante con il clarino…

i figli mai cresciuti, il bergamino.

Tra il portico e la stalla… quanta gente…

occorrono altre sedie, una panca

e un paio di fiaschetti per la polenta.

Si spegne la candela sul comodino,

il gatto si è ficcato in qualche angolo

e intanto l’ultimo contadino

annega in un bel sogno

e sembra ridere.

Festa in tavola tra pietanze salate e dolci

In Lombardia la sacralità del Natale si compendia con la tavola imbandita. I piatti cambiano da zona a zona ma, tra i primi piatti, è la pasta ripiena a fare da protagonista. In ossequio alla tradizione non possono mancare i tortellini cotti e serviti in un saporito brodo di gallina o cappone.

In alternativa, le paste ripiene possono essere servite asciutte: i casoncelli (casoncei) tipici di Bergamo e Brescia e i tortelli di zucca, conditi con burro, salvia e parmigiano delle zone mantovane e cremonesi.

Dopo il primo tutt’altro che leggero, sulle tavole lombarde, a Natale, come secondo, trionfa il cappone ripieno.

Un tempo il ripieno era fatto con le interiora a cui, per dar sapore, si aggiungevano castagne o noci e qualche pezzetto di salsiccia e pane raffermo. Oggi, l’ingrediente principale per farcirlo è la carne macinata, impastata con pane raffermo, uova, latte, mortadella, prosciutto cotto o salsiccia e frutta secca.

A Milano il piatto tipico continua ad essere la cassoeula, un intingolo di varie parti del maiale e verze.

Per le feste natalizie ogni provincia ha il proprio e tipico dessert della tradizione.

Anello Di Monaco

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A Mantova si gusta l’Anello di Monaco, morbida specialità tramandata da oltre due secoli. Si tratta di un anello decorato con glassa reale il cui nome, molto probabilmente, fa riferimento alla città di Monaco di Baviera.

Fin dall’Ottocento, Bergamo propone la versione dolce del tipico Polenta e osei. Una cupola di pan di spagna bagnato in liquore all’arancia e ricoperto da pasta di mandorle; a completare l’opera, uccellini in cioccolato o marzapane sulla sommità.

In montagna, in Valtellina, la Bisciola (Besciola o Pan di Fich) sostituisce il panettone sulle tavole imbandite per Natale. Gustosa e profumata, è una pagnotta piuttosto consistente arricchita con frutta secca e fichi.

Risale al Medioevo la Tortionata di Lodi, un dolce a base di mandorle, molto simile alla Sbrisolona mantovana.

Cremona, sin dai tempi delle nozze di Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza, è nota per il celebre Torrone a base di albume d’uovo, miele, zucchero e mandorle.

cms_20238/3v_1607310774.jpgPavia da fine Ottocento sforna le Offelle di Parona, biscotti secchi al burro, di forma ovale ed estremità appuntite, generalmente serviti con zabaione caldo.

A Como e Lecco, le varianti del Panettone sono Miascia, Pan Mataloch, Matoch e Torta Grigna, dolci lievitati con farciture che variano tra le singole zone: uva sultanina e canditi, mandorle e amaretto, caffè, nocciole e mandorle.

Dall’origine incerta è la Bossola (o bissòla, o bussòla) di Brescia: un ciambellone frutto di tre impasti a lunga lievitazione, piuttosto sostanzioso, che dà il meglio di sé, se inzuppato.

Simpatico il nome del Pan Tranvai di Monza: un pane arricchito con uvetta che, agli albori del secolo passato, veniva acquistato con il resto del biglietto del tram (da qui il nome), mezzo che iniziò a viaggiare nel 1899 con la linea Milano – Monza.

Varese e provincia, per il dolce di Natale, prediligono i Re Magi con cammelli o dromedari in pasta sfoglia, da gustare lisci o farciti con le differenti varianti di crema e cioccolato.

Curiosità

Il ciocco

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In Lombardia il capofamiglia prendeva fra le braccia il ciocco (o zocco) come fosse un bambino e lo poneva nel camino accendendolo con una fascina di ginepro benedetto. Poi versava del vino in un bicchiere, ne rovesciava un po’ sulle fiamme, beveva un sorso del rimanente e lo passava a tutti i membri della famiglia. Gettava poi una moneta sul ceppo ardente e ne donava un’altra a tutti i familiari.

Per completare il cerimoniale da tre grandi pani – gli antenati del panettone – tagliava una fettina che veniva messa accuratamente da parte per essere data come “medicina” a chi, durante l’anno, si ammalava. Nel camino di casa il ciocco veniva poi lasciato ardere fino all’Epifania. Del ceppo ne veniva conservata una parte come buon auspicio per l’anno successivo.

Il panettone

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Il panettone è il dolce milanese conosciuto in tutto il mondo. La sua origine si radica in tre leggende, altrettanto note.

La prima ha come protagonista un falconiere del duca Ludovico Maria Sforza di nome Ughetto, innamorato di Aldagisa, la figlia di un pasticciere di nome Toni. In un momento di difficoltà della pasticceria, Ughetto pensò di aggiungere al pane dolce lievitato burro e canditi. Il dolce ebbe un enorme successo nel milanese prendendo il nome di Pan de Ton.

Una seconda leggenda nasce nella corte di Ludovico Sforza dove, durante la Vigilia di Natale, il cuoco di corte lasciò bruciare il dolce a cupola andando in ansia, quando l’aiutante di nome Toni suggerì di servire il dolce ugualmente.

L’ultima leggenda riporta l’origine del panettone in un convento in difficoltà economiche, dove suor Ughetta preparò il dolce con i pochi ingredienti a disposizione. Per benedire il dolce disegnò una croce col coltello, creando il famoso dolce a cupola.

“San Bias benediss la gola e el nas” : secondo la tradizione Meneghina, per scongiurare raffreddori, bisogna far benedire e mangiare un pezzetto di panettone il giorno di San Biagio, il 3 febbraio, contro raffreddore e contro i malanni di stagione.

Antonella Giordano

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