LA PAGINA DELLA CULTURA NEI DIALETTI ITALIANI - XI^

Aspettando il Natale in …Toscana

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L’attesa del Natale in Toscana è caratterizzata da un tripudio di tradizioni di antica origine che si mantengono nel tempo con una potenzialità attrattiva coinvolgente l’intera collettività, soprattutto nei borghi, dove il clima di festa è maggiormente tangibile.

Il ceppo

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Anche in questa Regione nella sacralità della festa è pervasivo il simbolismo precristologico legato alla celebrazione del solstizio d’inverno, ancora presente, seppure con attributi diversi da quelli osservati dalle comunità rurali, nella ritualità dell’accensione del ceppo. Nel suo significato simbolico coesistevano il mistero religioso della vita, morte e resurrezione con il tributo reso alle forze vitali della natura: una sacralità in cui si suggellava anche il legame con le anime dei defunti.

Fino a qualche decennio fà il ceppo, ossia il ciocco di legno adiacente le radici, veniva acceso il giorno della Vigilia di Natale e lo si lasciava ardere fino al giorno di Santo Stefano o, talvolta, fino all’Epifania. La valorizzazione del fuoco, rito comune in tutto il territorio, si stagliava in storie e leggende egualmente diffuse, sebbene con trame diverse, tra sacro e profano.

A S. Pellegrino in Alpe e Chiusi della Verna il ceppo si faceva ardere per tutta la notte Santa e nei tre giorni consecutivi perchè il piccolo Gesù potesse riscaldarsi.

Nel Casentino, per esattezza, a Fauglia, a Borgo alla Collina e a Castel Focognano si riteneva, invece, che il ceppo dovesse essere lasciato acceso perché la Madonna potesse far asciugare le fasce con cui avvolgere il Santo Bambino.

Il simbolismo profano sopravvive ancora nell’Aretino dove la sacralità del ciocco natalizio resta sia nelle sue potenzialità propiziatorie (testimoniate dalla credenza diffusa a Caprese Michelangelo e a Pieve S. Stefano che bisognasse conservare le ceneri per proteggere i campi dagli insetti o dai fulmini) che nell’assolvimento della funzione (altrove assunta da S. Nicola, da Santa Lucia, da Gesù Bambino o dalla Befana) di portare doni ai bimbi piccoli.

La tradizione aretina trova una simpatica attualizzazione delocalizzata nelle zone comprese tra Licciana Nardi, in Lunigiana, fino alla garfagnina Pieve Fosciana, a Chiusure d’Asciano, a Manciano, a Capalbio, in Val Tiberina (e a Castiglion Fiorentino), nella zona di Volterra, nel senese sud­orientale (e presumibilmente a Castagneto Carducci), territori in cui al ceppo si associa la figura Babbo Natale.

A Sasso d’Ombrone, invece, sono i bambini che offrono un ceppo di legno a una persona importante.

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A Marciana nell’isola d’Elba il ceppo era utilizzato dagli adulti come dono di Natale per chiedere la questua. Il ceppo come ’dono natalizio’ era legato anche all’usanza dell’essere regalo che il fidanzato in quel giorno faceva alla fidanzata e che lei ricambiava per l’Epifania (perché chi non inceppa, non imbefana, come recita un proverbio reperito alcune volte sia a nord sia a sud [...]).

Era, invece, ’dono del contadino al padrone a fine d’anno’ a Quercegrossa, ’mancia natalizia’ in zona lucchese-pistoiese e ’regalo dei fornitori ai clienti’, all’Elba (La Pila) e a Porto S. Stefano, sull’Argentario.

Il Presepe

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La Toscana è nota per la diffusione, anche nel mondo, delle figurine di gesso realizzate dai “Figurinai” della lucchesia, con la capanna realizzata in sughero o legno e gli altri personaggi raffiguranti le arti e mestieri rurali. Grazie alla continua evoluzione dell’arte del presepe ed alla fervida immaginazione dei presepisti, sono stati creati personaggi che poi sono entrati nella tradizione. I Presepi riproponevano le figure di Giuseppe, Maria ed il Bambino Gesù, oltre ad un angelo che presiedeva la scena dall’alto, un bue ed un asinello a riscaldare la capanna e i pastori in cammino verso la grotta.

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Ma la Toscana è nota anche per aver ospitato, nel Natale 1223, il primo Presepe vivente della storia, voluto da San Francesco che riuscì ad ottenere dal Papa il permesso di ricreare a Greccio una rappresentazione della Nascita di Gesù, ambientato in una grotta, con una mangiatoia e della paglia, il bue e l’asinel

La Vigilia di Natale

Riti e antiche tradizioni, differenti da zona a zona, costellano le ore che precedono la Nascita di Gesù.

In Abbadia San Salvatore, il delizioso borgo alle pendici del Monte Amiata, la notte del 24 dicembre si trasforma in Città delle Fiaccole, una cerimonia antica e suggestiva, risalente all’anno Mille, quando i pellegrini si avventuravano lungo la via Francigena e avevano bisogno di luce lungo il cammino. In ricordo di quel lontano periodo enormi cataste di legna a forma di piramide vengono incendiate a mezzanotte in ogni angolo del centro storico. Fino all’alba il paese è illuminato dalla luce del fuoco, intorno a cui le persone si riuniscono per stare insieme, cantare, mangiare dolci tipici e bere vin brulé. Oggi il fuoco viene benedetto sotto i portici del comune e poi portato per le vie del borgo per accendere altri falò, tra canti e vino caldo bevuto in compagnia.

A Monteriggioni la sera del 24 dicembre si svolge una suggestiva passeggiata notturna sulla Via Francigena, partendo dal Castello duecentesco si cammina nei boschi, illuminati solo dalla luce di centinaia di torce, per arrivare a Valmaggiore e Abbadia ad Isola, dove nell’Abbazia dei Santi Salvatore e Cirino, si celebra la Santa Messa.

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L’accensione di fuochi è una tradizione viva sulle montagne della Garfagnana. A Gorfigliano, piccolo borgo nel comune di Minucciano, secondo una tradizione antichissima, la sera del 24 dicembre è dedicata ai Natalecci, altissimi falò. Costruiti intrecciando rami di ginepro a un palo di castagno raccolti durante la pulitura del sottobosco, vengono posizionati sulle colline più visibili del paese e incendiati al suono della campana che dà il via alla preghiera.

A Pienza, nel cuore della Val d’Orcia, sotto il Loggiato del Comune nei giorni che vanno da Natale a Capodanno si pratica l’antico Gioco del Panforte (il celebre dolce senese a base di mandorle e spezie di cui parlerò), diffuso anche in altri Comuni della provincia di Siena, del Monte Amiata e della Maremma. Il gioco consiste nel lancio del Panforte su un lungo tavolo in legno fino a farlo arrivare il più lontano possibile senza farlo cadere.

Er Presepio

La poesia di Natale che propongo è custodita nella Biblioteca Statale di Lucca

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Natale a tavola

Un antico detto toscano recita che chi guasta la Vigilia di Natale, corpo di lupo e anima di cane. Con queste parole si allude ancora oggi all’antico divieto di mangiare la carne nel giorno della Vigilia,

A tavola la cena della Vigilia veniva celebrata con una minestra di ceci e baccalà, accompagnata talvolta con le castagne secche cotte in acqua.

Il pranzo di Natale prevedeva cappelletti, o altra pasta ripiena, in brodo di cappone e cappone lesso, o, in alternativa, condita con sugo. Dopo il primo, sulle tavole dei benestanti veniva servito solitamente un arrosto a base di pollo ruspante o cappone o un misto di carni arrosto insaporite con rosmarino, salvia ed aglio.

Nella zona del Monte Amiata, venivano servite le lumache (chiocciole cotte), mentre a Livorno si preparava il Cacciucco, una zuppa di pesce con fette di pane tostato.

I dolci, prevalentemente a base miele, di frutta secca e spezie, fanno del Natale toscano una tradizione ormai diffusa anche in altri periodi dell’anno e nota in tutto il mondo.

Tipicamente toscani sono il panforte (o panpepato), i cavallucci, i ricciarelli, la ricciolina e i befanini.

Panforte

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Le origini del panforte (detto anche panpepato) sono liturgiche perché risalgono all’usanza di offrire al vescovo o al clero questo pane speciale durante il periodo natalizio. Con il trascorrere del tempo tale consuetudine perse il suo speciale carattere religioso per trasformarsi in una sorta di obolo dovuto ad alcuni luoghi religiosi.

Si narra che il 7 febbraio 1205 alcuni servi e coloni del Monastero di Montecellesi (oggi Montecelso presso Fontebecci fossero stati obbligati a portare alle monache a titolo di censo un buon numero di “panpepati” e “mielati” – panes pepatos et melatos”.

La preparazione del panpepato nelle case e nei conventi si sviluppò a partire dal XV secolo e da allora è divenuto una specialità senese, tanto che nel 1515 il Concistoro distribuiva questo dolce ai suoi membri in occasione delle festività.

La preparazione del panpepato nelle case e nei conventi si sviluppò a partire dal XV secolo e da allora è stato perfezionato e reso comune come dolce specialità senese, tanto che nel 1515 il Concistoro distribuiva questo dolce ai suoi membri in occasione delle festività.

Altra prelibatezza sono i cavallucci (detti anche “barrocciai”, o “cavallari”) preparati con miele, zucchero, farina, droghe delicate e canditi.

Ricciarelli

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I Ricciarelli sono dolci delicati celebrati dagli scrittori fin dai tempi antichi. Si ha notizia di questo dolce fin dal 1447, quando, in occasione del matrimonio di Caterina Sforza con Gerolamo Riario, furono offerti, come dicono i documenti del tempo “marzapani all’usanza senese”. Nel tempo cambiarono nome perché venivano preparati a mano in una forma arricciata.

A Grosseto, la Vigilia di Natale si consumavano le Vecchierelle (castagne bollite, cariche di calorie per compensare un pranzo solitamente privo di carne).

A Porto Santo Stefano, invece, veniva preparato una sorta di pane dolce cotto in forno cui venivano aggiunti fichi secchi, uvetta, pinoli, noci e mandorle, chiamato Pagnottella di Natale che, solo per il fatto di avere le noci, era considerato un lusso.

Ricciolina

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Nella zona del Monte Amiata, invece, si gusta la Ricciolina, una specie di dolce con cioccolata, noci e nocciole di ogni tipo, guarnito con meringhe ed altra cioccolata.

Befanini

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A Livorno, e in tutta la parte settentrionale della Toscana, trionfano ancora oggi i Befanini, biscotti di zucchero al sapore di rum, che un tempo le famiglie solevano scambiarsi come presente, soprattutto il 6 gennaio in occasione della visita della Befana.

Ogni dolce toscano nella tradizione più recente deve esser accompagnato sempre da un bicchierino di vin santo, il vino dolce fatto con i grappoli di uva appassita.

Fonti: P. DE SIMONIS, Europa: le tradizioni popolari del Natale,Firenze, Comune di Firenze, 1985; P. MAFFEI BELLUCCI, Componimenti di letteratura tradizionale lunigianese, Villafranca Lunigiana, Associazione "M. Giuliani", 1974; A. NESI, Atlante Lessicale Toscano: aspetti etnografici, in AA.VV. Atlanti regionali: aspetti metodologici, linguistici e etnografici, Pisa, Pacini, 1989, pp. 369-378).

Antonella Giordano

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