LA PAGINA DELLA CULTURA NEI DIALETTI ITALIANI - VIII^

Aspettando il Natale in… Emilia Romagna

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Anche nella cultura romagnola (prevalentemente contadina) il Natale affonda le sue radici in un singolare intreccio di ritualità pagana e fede cristiana.

Con l’arrivo del mese di dicembre iniziava per i contadini un lungo inverno di gelo e neve abbondante. Era un periodo dell’anno poco amato perché c’erano molta miseria e pochi mezzi per resistere al freddo. Per darsi coraggio si soleva dire: “préma ed Nadēl al fradd a-n fà mēl e da Nadēl in là al fradd al-s n-in và” che tradotto significa “prima di Natale il freddo non fa male e da Natale in là il freddo se ne va”.

La festa del Natale era tra le altre la più sentita dell’anno perché in seno alle famiglie e nelle comunità si davano tutti un gran da fare: i bambini e i ragazzi facevano il presepe, gli uomini preparavano il ciocco, le donne di casa (le rezdore) impastavano il pane di Natale.

Le fiere

Dalla fine del XVI secolo fecero la loro comparsa le fiere. Oggi sono numerose. L’Antica Fiera di Santa Lucia è uno dei più importanti eventi fieristici della Regione e una delle più antiche tradizioni natalizie bolognesi che si ripete ogni anno, da metà novembre a fine dicembre, nel portico monumentale della Chiesa di Santa Lucia.

Con le medesime caratteristiche ma con nomi diversi fiere di Natale e mercatini sono presenti ovunque. Tra i tanti: a Ravenna e Rimini i mercatini di Natale, a Piacenza i mercatini Farnesiani, a Ferrara il mercato di Natale, a Forlì e a Cesena la fiera di Natale, a Castel San Pietro Terme c’è il Castelanadel

Il ceppo di Natale

Dal 25 dicembre, giorno in cui in epoca precristiana si festeggiava la nascita del sole dopo il solstizio invernale, prendeva avvio il ciclo di 12 giorni dedicati a pratiche propiziatorie e divinatorie.

Fin dai tempi più remoti veniva celebrata la rinascita del sole che, dopo essere apparso nei giorni precedenti nel punto del massimo declino e, quindi, nella sua fase più debole per luce e calore, dal 22 al 24 dicembre sembra fermarsi in cielo (solstitium significa sole fermo) per riprendere subito dopo il suo cammino verso l’alto fino al solstizio d’estate, dove invece si verifica il fenomeno inverso.

Al culto del sole era legato, anche in questa Regione, il rito del ceppo natalizio, ceppo che doveva essere preferibilmente di quercia (ritenuto legno propiziatorio) e doveva bruciare nelle case, come ho detto, per 12 giorni consecutivi, fino a Capodanno. Dal modo in cui bruciava si presagiva come sarebbe stato l’anno futuro.

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Analogamente a quanto abbiano visto per le altre Regioni la tradizione del ceppo era presente anche nelle comunità rurali di questo territorio, come rito benaugurante per il nuovo anno.

La Vigilia di Natale il capofamiglia (al rezdôr) metteva nel camino un grosso tronco di albero e dopo aver recitato il rosario lo accendeva. Il ciocco doveva bruciare fino all’Epifania e i suoi resti venivano conservati con cura, in quanto considerati magici: si credeva che avrebbero favorito i raccolti, la salute e la fertilità delle donne e degli animali.

Una curiosa cerimonia si svolgeva mentre il ciocco bruciava: infatti lo si interrogava. Gli si chiedeva, ad esempio, quanti vitelli sarebbero nati l’anno venturo e contemporaneamente lo si batteva con le molle del camino: più scintille si sprigionavano, più vitelli sarebbero nati. Naturalmente le domande rivolte al ciocco erano tante e di tutti i tipi.

In provincia di Ravenna il ceppo veniva rigorosamente scelto il 25 novembre, giorno di Santa Caterina. Prima di esser bruciato nel camino, veniva spruzzato di acqua benedetta per togliergli ogni parvenza di paganesimo e veniva lasciato ardere per tutta la Notte Santa.

Dopo l’accensione del ceppo di Natale, si eseguiva anche il rito dell’arimblén: una sorta di pesca che doveva permettere a chi la eseguiva di scoprire come sarebbe stato l’anno nuovo.

Il Presepe

Non tutti sanno che due figure del presepe sono nate a Bologna. Sono la Meraviglia, incantata dalla Natività, e il Dormiglione che, al contrario, non si accorge di nulla.

La Notte Santa

In Romagna, prima di recarsi alla Messa di Mezzanotte, si ponevano di fronte al camino, ove ardeva el zòc ed Nadèl, tre sedie e si lasciava la tavola apparecchiata con i resti del cenone. Si pensava che nella casa vuota sarebbe arrivata la Sacra Famiglia e avrebbe così potuto riscaldarsi e ristorarsi.

Nelle famiglie poi era d’obbligo indossare un indumento nuovo, nella notte o nel giorno del 25 dicembre.

I Pasquaroli

I Pasquaroli sono una tradizione natalizia prettamente romagnola non propriamente legata al Natale, ma piuttosto all’Epifania.

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Erano gruppi di uomini (e da qualche tempo anche donne) che nelle sere prima della Befana andavano in giro per case, teatri e locali cantando e suonando, per augurare serenità e prosperità nel nuovo anno.

L’è nasù noster Signor

Le preghiere in dialetto erano molto diffuse, seppure in numerose varianti. Probabilmente lo erano perché il dialetto era l’unica lingua veramente conosciuta bene e permetteva alle persone di comprendere appieno il significato di quanto dicevano.

Riporto L’è nasù noster Signor, in dialetto parmigiano,la cui origine non è nota. Potrebbe risalire alle laudi medioevali ma è un’opinione personale. Ciò che è certo è che la preghiera sembrerebbe prevedere una sorta di indulgenza per coloro che l’avrebbero recitata.

L’è nasù noster Signor

L’è nasù noster Signor

in Betlèmm tra’l bo e l’azinel

sensa fasa ne mantel

da scaldär al Gesù bel

Gesù bel, Gesù Maria

Tutt j angel in compagnia.

Chi la sa e chi diz

Dio gh’é dóna al Paradiz

chi la sa e chi la canta

Dio gh’é dóna gloria santa

(Traduzione)

È nato nostro Signore

È nato nostro Signore

In Betlemme tra il bue e l’asinello

senza fascia ne mantello

da scaldare Gesù bello.

Gesù bello, Gesù Maria

tutti gli angeli in compagnia.

Chi la sa e chi la dice

Dio gli doni il paradiso.

Chi la sa e chi la canta

Dio gli doni gloria santa

Natale in famiglia

Si aspettava la Santa Messa della Vigilia giocando a carte e mangiando marö aròst (marroni arrosto), le brustoline oppure i lupini salati (leggermente bagnati con il vino).

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Alla Vigilia di Natale in Romagna, se non si digiunava, si cenava con il pesce. Solitamente baccalà in umido e arrosto e, per chi viveva nella bassa c’era anche l’anguilla (cucinata in umido col prezzemolo e sulla brace dove bisognava girarla sempre, e ungerla con l’olio).

Il pane, per quei giorni, era di quello buono. Bianco, profumato e abbondante perché “se mancava a Natale voleva dire che mancava tutto l’anno”. Il pane era associato sempre al vino Sanzvës e Albêna (Sangiovese e Albana), dalla botte più buona conservata per la festa (se la famiglia era benestante) oppure con “più tagli” di acqua perché comunque il vino non poteva mancare. E alla Vigilia si consumava anche il vin brulè, il Sangiovese condito con zucchero, cannella, chiodi di garofano e scorza di limone.

Il paiolo veniva messo a bollire per tempo così si poteva bere dopo la Messa, per scaldarsi un po’, perché alla funzione si andava a piedi.

I più ricchi osservavano la tradizione del magro: la cena della Vigilia prevedeva tortelli con ripieno di erbette, anguilla marinata e pesce fritto. Il piatto tradizionale del pranzo di Natale era il brodo con i cappelletti a Modena, i tortellini a Bologna e gli anolini a Parma (preceduto da antipasto di culatello e fiocchetto). Le carni usate per preparare il brodo della festa costituiscono infatti il secondo per eccellenza: cappone, gallina, bovino e muscolo lessati con il cotechino, accompagnati da erbe cotte, verdure in gratin, cavolo e la mostarda romagnola.

Per i più poveri (la gran parte della popolazione) il cappelletto era un mito irraggiungibile almeno fino agli anni Cinquanta. Allora, nell’entroterra, il “sontuoso” menù, in versione popolare, prevedeva sempre il brodo, se si riusciva di cappone, ma con dentro i più semplici tagliolini. Minestra comunque gustosa e ricordata come meraviglia dei giorni di festa.

Per secondo ovviamente il bollito e, se c’era, il coniglio in porchetta, condito con finocchio selvatico. Alternativa al coniglio è la faraona in alloro e olive, mentre il dolce romagnolo per eccellenza, l’unico, è la ciambella.

Poichè anche la frutta era un lusso la conclusione del più importante pasto dell’anno si faceva con arance, mele, caldarroste e lupini, il tutto innaffiato con il vino nuovo.

I dolci della tradizione più diffusi erano la spongata e il croccante.

Dolce caratteristico del periodo natalizio, ricco di una lunga tradizione che giunge fino al Rinascimento la spongata è legata al territorio parmense, soprattutto nei comuni di Busseto e Brescello.

La Spongata di Brescello e di Busseto un dolce di antichissima origine, addirittura romana, se ne trovano tracce nella famosa “Cena di Trimalcione”. Si dice che, mentre Giuseppe Verdi componeva il Don Carlos, nell’antica pasticceria Muggia a Busseto nascesse la Spongata, una pasta frolla ripiena di miele, mandorle, pinoli, frutta candita, cedro e uva passa. Diventò il dolce di Busseto, città natale di Giuseppe Verdi: anche il grande musicista la considerava un delizioso capolavoro.

Spongata

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Il croccante è anch’esso di antica origine (risale al 1200).

Croccante

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Costituito da pasta frolla farcita di frutta secca, miele e altri aromi, cotto al forno e presentato spolverizzato di zucchero a velo, era uno dei dolci tipici del periodo natalizio e, data la semplicità del suo metodo di esecuzione, veniva preparato nelle cucine contadine.

Un retaggio della ricetta originale è il croccante artigianale del Frignano (Appennino modenese).

Panone

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Il certosino

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Tra i dolci della tradizione a Bologna ci sono il panone di Natale e il certosino (due prodotti da forno molto profumati e speziati), in provincia di Reggio Emilia il biscione (un dolce a base di uova, zucchero, mandorle e canditi a forma di serpente talvolta anche molto lungo), a Ferrara il panpepato (un dolce a base di cioccolato, miele, frutta secca, canditi, cannella e ovviamente il pepe).

Porcospino

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Fa parte della tradizione romagnola del secolo scorso il porcospino (a base di burro, zucchero, biscotti, uova, un po’ di caffè e liquore) così chiamato perché assomiglia proprio all’animale, di cui ricrea gli aculei con tanti pinoli.

Antonella Giordano

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