LA PAGINA DELLA CULTURA NEI DIALETTI ITALIANI - IX^

Aspettando il Natale nelle… Marche

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Nelle Marche l’attesa del Natale è caratterizzata da molti eventi in cui si rievocano riti e tradizioni di antichissima origine. Nella società contadina marchigiana la sacralità della festa è sempre stata al centro della famiglia riunita all’interno delle mura domestiche nonchè nelle celebrazioni collettive.

L’Avvento

Tra le tante tradizioni dell’Avvento molto interessante e suggestiva del periodo natalizio è la Festa delle candele a Candelara, in provincia di Pesaro. Quest’evento tipico, che si tiene ogni fine settimana del mese di dicembre nell’antico borgo medievale di Candelara, risale al Rinascimento. Si narra che un ricco signore di Pesaro fece accendere tre candele in tre differenti posti in città, affermando che il luogo dove la candela avrebbe resistito più a lungo senza spegnersi sarebbe stato da lui scelto per costruire il suo castello. Il luogo voluto dal destino fu Candelara.

Il Presepe

L’allestimento del Presepe nelle Marche è un rito che riporta all’epoca della diffusione dei conventi francescani, risalente al XII secolo, tempo in cui San Francesco era ancora in vita e frequentava la Regione.

L’intensa spiritualità è all’origine delle tantissime espressioni in cui si coniugava la componente montanara con quella marinara nel rispetto della quale la Regione offre una gamma suggestiva di Presepi conosciuti in tutto il mondo.

Nell’Ottocento il territorio è stato sotto il dominio dello Stato della Chiesa e ciò ha contribuito all’affermazione delle caratterizzazioni presepistiche da venerare in ogni borgo come simbolo della Natività.

Il Presepe tradizionale marchigiano è caratterizzato dall’ambientazione in una campagna simile a quella delle colline dell’entroterra, ma ricca di elementi orientaleggianti, e dall’uso di statuine (pupi) di terracotta, cartapesta o gesso, prive di abiti in stoffa.

Il fortissimo senso religioso dominante imponeva, inoltre, che fossero assenti le rappresentazioni di botteghe, bancarelle e osterie e ogni forma di sfarzo. Viceversa, nei Presepi marchigiani erano frequenti le raffigurazioni di attività agresti e pastorali e le riproduzioni di scene di vita tradizionale di campagna o piccolo paese. L’erba, ad esempio, era sempre rappresentata utilizzando il muschio e gli alberi attraverso fitte ramificazioni tagliate da cespugli.

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Tra i più noti presepi artistici della Regione conosciuti in tutto il mondo meritano di essere ricordati il Presepe monumentale di Fermo, all’interno del Monte di Pietà e il Presepe dell’Oratorio di San Giuseppe ad Urbino di Federico Brandani (una spettacolare composizione risalente al 1555 realizzata in stucco, tufo e pietra pomice). Federico Brandani (Urbino 1522?-1575), scultore urbinate, scolpì il Presepe ponendolo in un piccolo locale accanto alla chiesa di S. Giuseppe, detta da allora Cappella del Presepio, dopo aver trattato a stucco volta e pareti per simulare una grotta scavata nella viva roccia.

Nel museo della Santa Casa di Loreto sono conservati alcuni Presepi del 1800, realizzati in cartapesta o intagliati nel legno, che documentano il modo di vestire in uso nelle campagne marchigiane. In particolare, i contadini sono vestiti con una specie di saio di ruvida lana e un copricapo, i pastori indossano una giubba di pelle di pecora ed alcuni sono raffigurati con la zampogna, mentre le donne portano il velo e indossano due gonne, una rossa e corta, l’altra gialla e più lunga, completata da un corpetto di colori vivaci legato da lacci sul dorso.

Spettacolari sono anche i grandi Presepi di Filottrano (nella chiesa di Santa Maria degli angeli) e di Tolentino (nel convento di San Nicola).

Nel sud della Regione, a partire dal Settecento, si affermò una tradizione artistica di produzione di pupi da Presepe in terracotta avviata dal celebre puparo Domenico Paci (1753-1811).

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Il grande senso della fede collettiva diede origine ai numerosi presepi viventi, un susseguirsi di suggestivi spettacoli che ricreano il momento della nascita di Gesù attraverso un gruppo di figuranti, come quello situato nella Gola di Frasassi, accanto alle famose Grotte, in provincia di Ancona e il Presepe di Genga, famoso per essere il più grande al mondo.

U’ Natale nòu

E’ un’antica poesia marchigiana dedicata al Natale.

U’ Natale nòu

Truerà ‘nco’ ‘na strada/

que’la stella/

pe’ bucca’ dréntu ‘sta tèra/

e parlà de PACE/

‘nte ‘sti celi ‘nfradiàti?/

Solu un occhiu de fede,/

‘éde ‘na luce,/

un balùgenu grannu de speranza,/

un udore bònu de Natale,/

un còre chiaru/

che sciùcca le lagréme e calma/

i piànti longhi de ‘sse criature./

Su la porta de ‘na stalla/

se dée chiùde/

l’abbissu del monnu/

e u’ Natale nòu,/

cul baluginà chiàru de cèlu/

‘rierà/

cume un sole che spunta/

quànnu se alza la luna,/

cu’ ‘na calma de pàja/

e lale sopra i cìji.

(Traduzione)

Troverà spiragli/

ancora la cometa/

per scivolare sulla terra/

e annunciare PACE/

in questi cieli contaminati?/

Soltanto occhi di fede/

scorgono una luce,/

un bagliore grande di speranza,/

una fragranza natalizia d’amore,/

un cuore chiaro/

che asciughi lacrime e plachi/

singhiozzi lunghi di bambini./

Sulla soglia di una stalla/

si chiuda/

il bàratro del mondo/

ed un Natale nuovo,/

dai chiari barlumi di cielo,/

giunga/

come un sole che sorge,/

quando spunta la luna/

con quiete di paglia/

ed ali sulle ciglia./

Natale in famiglia

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Nella società rurale la festa in tavola contemplava piatti poveri ma ricchi di sapore.

La tradizione marchigiana di metà Novecento prevedeva piatti semplici perché il cibo si basava sugli ingredienti provenienti dalla terra, come verdure, legumi e cereali.

La sera della Vigilia il primo piatto era la zuppa di ceci (Suppa sai cec). Per prepararla, i legumi venivano tenuti in acqua per circa 24 ore e poi cotti sul fuoco insieme a rosmarino e aglio.

Il menù dei contadini non proseguiva oltre se non con qualche frutta secca.

I coltivatori la terra a mezzadria o i pescatori erano “categorie privilegiate” perché potevano disporre di altri alimenti da consumare.

Per costoro il menù prevedeva lo stoccafisso in salmì (Stucfiss in salmì) accompagnato da peperoni e alici. Lo stoccafisso lo si lasciava per alcuni giorni a bagno in una fossa, poi veniva lessato, scolato e messo a scaglie in una pentola insieme a prezzemolo, il trito di acciughe, l’aglio, l’olio e i peperoni che erano stati messi via d’estate sotto vinacce e acqua.

Sempre nella prima metà del ‘900 sulle tavole dell’entroterra marchigiano c’era brodo di cappone con passatelli o quadrellini e a seguire lesso o cacciagione (in genere tordi).

Il pasto si concludeva con el biscòttle sal vìn, il ciambellone da “pucciare” nel vino.

Sulle tavole dei pochissimi benestanti figuravano i cappelletti a casa per il giorno di Natale, da gustare con il brodo fatto con il cappone o la gallina. La Vigilia di Natale, invece, si consumava il pesce, solitamente il capitone cotto al forno. Le porzioni erano abbondanti, accompagnate da vini e si concludevano con dolci di straordinaria bontà quali la brustrenga,

Bustrenga

cms_20305/5.jpg La Bustrenga o Fristingo è un dolce casareccio molto diffuso nella Marche, anche se acquista nomi diversi di zona in zona diversi: ad Ascoli si chiama frustingo, o fristingo ma nel pesarese diventa bostrengo. È un dolce di origini molto povere realizzato con poco zucchero, nel periodo in cui esso era un ingrediente costoso, e con una gran quantità di fichi e frutta secca. Frustingo” ad Ascoli Piceno, “fristingo” o “lu ficusu” a Fermo, “frostengo” o “pistingo” a Macerata, “brostengo” a Pesaro: tanti sono i nomi con cui è chiamato questo dolce di Natale nelle Marche, quanto è antica la sua storia. Si dice infatti che inizi circa duemila anni fa! La preparazione del frustingo si è naturalmente evoluta con il passare del tempo e ci piace pensare che nel corso degli anni sia stata annotata in molti ricettari, passati poi di generazione in generazione. Genuino come ogni dolce della tradizione continua ad essere preparato in parecchie zone del nostro territorio. Si presenta basso e compatto ed è arricchito con fichi secchi, uva passa, canditi, mandorle e noci.

Originari di Apiro, in provincia di Macerata, e dei paesi vicini, erano i cavallucci, piccoli dolci piuttosto sostanziosi con all’interno la frutta secca, ovvero noci, nocciole e mandorle, il cioccolato, i canditi, i fichi secchi, l’uvetta e la sapa (mosto cotto e concentrato per ebollizione).

Pizza di Natale

cms_20305/6.jpgLa pizza di Natale (o pizza de Natà) era anch’esso un dolce della tradizione particolarmente diffuso durante il periodo di Natale. Era una preparazione semplice di origine contadina, ma ricca di ingredienti che caratterizzano molti dolci natalizi nelle Marche, ossia frutta secca come noci, nocciole e mandorle, l’uvetta, i fichi secchi. Lo si realizzava amalgamando la pasta del pane insieme alla scorza grattugiata di limone e di arancia, allo zucchero, un po’ di cacao e di olio d’oliva.

Lu serpe

cms_20305/7.jpgAltro dolce del Natale marchigiano è lu serpe. È tipico di Falerone fatto con un ripieno di mandorle e amaretti aromatizzato alla cannella, poi glassato e decorato per farlo assomigliare a lu serpe, in quanto si dice che la sua ricetta sia stata inventata nel monastero di questo piccolo paese nel fermano. Le monache clarisse hanno tramandato, infatti, la tradizione di sfornare lu serpe a partire dall’otto dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione, fino al periodo delle feste natalizie. Mangiare questo serpente di pasta frolla assume un particolare significato simbolico perché sembra rappresentare la fine del peccato originale, cancellato dalla nascita di Gesù.

Antonella Giordano

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