LA PAGINA DELLA CULTURA NEI DIALETTI ITALIANI - XX^

Natale in… Sardegna

Natale_in_Sardegna_01_ITALIA_MERAVIGLIOSA.jpg

cms_20420/1.jpg

Il Natale in Sardegna è LA festa, il momento in cui il valore simbolico della Nascita di Gesù (su Ninnu o su Ninnicheddu) come pace racchiude quello pagano magico del solstizio d’inverno, che condiziona la produttività della natura.

Paschixedda nel sud e Pasca de Nadale nel centro nord indicano la festa di Natale in Sardegna.

Sa Paschixedda, in opposizione a Sa Pasca Manna, ossia la Pasqua, è una festa speciale che si celebra nell’ aggregazione familiare e nella condivisione di rituali religiosi sempre rigorosamente mitigati da un affascinante residuo di paganesimo.

Il Presepe

La Sardegna ha mantenuto nei secoli una religiosità semplice e più affine a quella delle prime comunità cristiane, concentrata su episodi della vita di Cristo che la liturgia cattolica celebra in modo più solenne. Nei propri conventi, i frati cappuccini allestivano a scopo didattico i presepi, ma non riuscirono mai a stimolare la produzione dell’artigianato locale.

cms_20420/0.jpg

È per questo che la tradizione del Presepe popolare non si diffuse in Sardegna se non in tempi recentissimi. Dal 1989 a Santadi, nel Sulcis, all’interno delle scenografiche grotte di Is Zuddas, viene allestito ogni anno un Presepe che richiama migliaia di visitatori. A Orani, antico centro vicino a Nuoro, in occasione del Natale viene rappresentato un presepe vivente, con la partecipazione di tutti gli abitanti del paese.

La Vigilia tra sacro e profano

Nella Sardegna dell’Ottocento e del primo Novecento, quando la società era ancora agro-pastorale e contadina, il Natale rappresentava l’occasione per ripristinare l’unità del nucleo familiare.

Nei giorni precedenti al Natale i pastori rientravano a casa dopo la lunga transumanza nei pascoli o in campagna.

Il ritorno dei transumanti era importante non solo per la famiglia, ma per l’intera comunità che, nella notte della Vigilia, si riuniva nella sa nott’e xena (notte della cena o notte calda). Il termine caldo era riferito proprio al calore degli abbracci dei propri cari riuniti davanti alla tavola di Natale e al fuoco del camino. Anticamente si credeva che il fuoco del camino nella notte di Natale non richiamasse dai monti solo i contadini e i pastori, ma anche le anime dei propri cari defunti, come testimoniato da Grazia Deledda nei suoi racconti. A tal proposito veniva lanciato sulla tavola tutta la notte un tozzo di pane e un boccale di vino affinché i morti potessero ristorarsi) dinnanzi al focolare acceso.

cms_20420/2.jpg

Il focolare, fulcro della vita domestica, in occasione del Natale assumeva, dunque, un valore simbolico ancora maggiore. Era consuetudine assai diffusa in molte località della Sardegna imbiancare le pareti annerite del camino in modo che fosse pronto per la Vigilia.

La sera del 24 dicembre il fuoco veniva attizzato su un grande ceppo di legno precedentemente conservato per l’occasione, detto su truncu e’xena o cotzina ’e xena, che doveva restare acceso per tutte le feste, fino all’Epifania. Si doveva avere cura di non farlo spegnere ma anche di non farlo bruciare fino alla fine, nella convinzione che questa pratica rituale avrebbe portato fortuna economica e salute alla famiglia.

Con l’avvicinarsi della mezzanotte, i rintocchi delle campane avvisavano la popolazione dell’imminente inizio della Messa di Natale, Sa Miss ’e pudda, ovvero la Messa del primo canto del gallo (è evidente il legame con la tradizione catalana).

Prima della Messa, nel Cagliaritano, era tradizione esibirsi in un ballo sardo accompagnato dalle Launeddas.

Tutte le chiese, addobbate con una gran quantità di ceri, richiamavano a raccolta la collettività. Il momento della Messa, infatti, era anche utilizzato dalle donne in gravidanza per compiere riti magici e propiziatori per il nascituro. Secondo alcune diffuse credenze popolari, infatti, le donne che non avessero preso parte alla messa avrebbero corso il rischio di perdere il bambino oppure di partorire un bambino non sano. Si trattava di credenze popolari radicate e spesso esorcizzate attraverso pratiche sciamaniche che avevano molto più in comune con le antiche credenze pagane rispetto all’autentica e pura devozione cristiana. Inoltre, si credeva che i nati durante la Notte di Natale non avrebbero mai perso né denti né capelli, che avessero il dono di proteggere dalle disgrazie le persone vicine al nascituro e di mantenere il corpo incorrotto anche dopo la morte (chini nascidi sa nott’è xena non purdiada asut’è terra). Nel Logudoro, invece, si riteneva che coloro che nascevano in quella notte, potessero preservare dalle disgrazie sette case del vicinato. D’altra parte, le donne che praticavano la divinazione e la magia bianca, cioè coloro che la tradizione sarda a seconda delle aree di appartenenza definiva: bruxas o deinas, quando sentivano approssimarsi la loro fine, nel periodo che intercorre tra Natale e l’Epifania preparavano alla successione un’altra persona di fiducia per trasmetterle i poteri.

L’assembramento dei fedeli che partecipavano in massa (la sola eccezione riguardava le donne in lutto che potevano partecipare solamente alla prima orazione del giorno dopo) diventava, tuttavia, assai spesso occasione di tafferugli durante lo svolgimento delle sacre funzioni religiose. Il mal costume era talmente radicato che i Sinodi di Cagliari degli anni 1651 e 1695 diramarono precise disposizioni al Clero locale, affinché ... si vietino il chiasso e la gran confusione che si creano in chiesa in occasione delle grandi feste e … le notti di Natale, Giovedì e Venerdì Santo, … non si permetta il lancio di noccioline, nocciuole, dolci, ecc., … né si sparino archibugiate all’interno della chiesa, anche se per festeggiare il Santo. E se sarà necessario si invochi l’aiuto del braccio secolare per scongiurare questi eccessi.

Le raccomandazioni sembra che non fossero molto rispettate stando a quanto avvenne la notte di Natale del 1878 quando, all’ora dell’elevazione dell’ostia, uno dei barracelli presenti al rito sparò una schioppettata nel presbiterio, cosicché il parroco sbigottito dovette affrettarsi a finire le funzioni religiose prima dell’ora stabilita.

cms_20420/0000.jpg

Nella Cattedrale di Alghero, la notte del 24 dicembre si rinnova l’esecuzione di un canto medievale detto Signum Judicii o Señal del Judici, noto anche come canto della Sibilla. Il testo si basa sulle immagini apocalittiche del tribunale di Cristo nella valle di Giosafat, dove, secondo la Bibbia, avrà luogo un’adunata di tutte le nazioni e, secondo l’interpretazione più diffusa, il Giudizio universale.

La chiesa è completamente buia e si intona un canto in lingua catalana cui si profetizza la nascita di Gesù. Solo a questo punto il duomo si illumina a giorno. Si tratta di una tradizione che risale al ‘200 ed era diffusa in tutta la Catalogna: In passato la cerimonia prevedeva che, mentre veniva intonato l’inno, due chierichetti impugnassero l’uno la spada, quale simbolo della giustizia divina, l’altro uno scettro, segno dell’autorità capitolare. La tradizione di questi bellissimi canti è stata conservata solamente nella città di Alghero e a Palma di Maiorca.

Giochi e favole per i bambini

cms_20420/000.jpg La Sa notte ’e xena era anche festa di giochi e favole per i bambini. Il gioco più comune era “su barrallicu”, una trottola a quattro facce ognuna delle quali aveva incisa una lettera: T per “tottu” (=tutto), N per “nudda” (=niente), M per “metadi” (=metà) ed infine, la più sfortunata, era la P per “poni” (=metti). A turno si faceva girare la trottola e questa, fermandosi, dava il comando preciso al giocatore: nel caso della lettera T il fortunato avrebbe preso tutto il bottino del gioco, in caso della P, invece, avrebbe dovuto mettere a sua volta sul piatto parte del suo. Il bottino era composto da noci, castagne e frutta secca. Le favole della Sardegna erano popolate di streghe come la leggenda di Maria Mangrofa ad Orosei (che si dice che avesse mangiato un bambino), di Palpaèccia, che non solo puniva chi si comportava male, ma si intrufolava anche nelle loro stanze per appoggiare degli enormi massi sullo stomaco e di Tziu Masèdu, un anziano un po’ burbero a cui non piaceva essere tormentato di notte. Ma la strega più terribile era Maria Puntaborru. In particolare nella zona del Campidano, questa figura faceva tremare di paura i bambini del tempo. La leggenda narrava, infatti, che, nel caso in cui qualche alimento fosse stato lasciato sulla tavola, Maria, che la notte si aggirava sempre nelle case dei vivi, avrebbe punito i commensali infilzandogli lo stomaco con uno spiedo.

La fine dell’anno

In Barbagia sono molti i riti di fine anno. A Bitti fino all’Epifania Su Nenneddu (un’antica piccola statua di Gesù Bambino) viene accolto di casa in casa (emigrati compresi) con canti e preghiere. Ancora a Bitti il 31 dicembre al termine del Te Deum il parroco si affaccia alla finestra della chiesa per lanciare Sas Bulustrinas, monetine e caramelle che scatenano la caccia dei bambini.

cms_20420/00.jpg

A Orgosolo, un borgo situato ai piedi del Monte Lisorgoni, il 31 dicembre, ricorre la tradizionale festa Sa Candelarìa. I bambini del paese escono di buon mattino e, camminando per le vie con un sacco di tela, si recano di casa in casa chiedendo. “a nolla dazes sa candelarìa?” (“ci date la candelarìa?). Ciascuna famiglia offre loro sos cocònes (una porzione del pane tipico della zona preparato in casa da alcuni gruppi di donne del paese nei giorni immediatamente precedenti), frutta, biscotti, caramelle, giocattoli e qualche moneta. La festa di Sa Candelarìa prosegue con il calare della sera, quando gli adulti escono in gruppo per intonare canti augurali a tutte quelle coppie che, nel corso dell’anno, si sono unite in matrimonio.

Torrat Nadale

Falat dae chelu

i n chejas lughidas

in piattas e carrelas

a festa tramudadas

in domo de su riccu

dae saradu incoronadu,

inoghe igùe….

inue bi ses tue

cun sa bertela piena…

Est Nadale,

sa festa tua, fiza…

sa festa de su perdonu e de s’amore

sa festa de su dolore

sa festa de su tribagliu

sueradu santamente

sa festa de sa zente

sidida de paghe.

Festa de homines de bona voluntade.

Natale in tavola

In quasi tutta la Regione la sera della Vigilia viene consumato un abbondante cenone a base di pesce che partendo dagli antipasti, tra cui compare la burrida (palombo bollito e marinato in aceto e odori, con fegatini di pesce), culmina con l’immancabile anguilla (marinata dopo essere stata arrostita, semplice o alla brace) e altre varietà di pesce alla brace. Al di là dei chjusoni (gnocchi), non esistono primi tradizionali, mentre per quelli che non trascurano la carne, il piatto più caratteristico è costituito dalle taccule (piccoli tordi), preparati in foglie di mirto.

Nel caso delle famiglie più povere che non potevano permettersi un abbondante pranzo, la comunità mostrava la sua generosità offrendo la cosiddetta mandada: una scorta di cibo che difficilmente si consumava in grandi quantità durante tutto l’anno (salsiccia, formaggio, dolci).

Malloreddus

cms_20420/3.jpgIl pranzo natalizio solitamente contempla frattaglie di agnello arrosto o in agrodolce, funghi e pernici sott’olio, poi un brodo di carne vaccina con pecorino fresco acido. Per il primo, particolarmente ricco, la scelta varia a seconda dei luoghi: suppa, malloreddus (ravioli), chjusoni (gnocchi) o fiuritti (tagliatelle).

Purceddu

cms_20420/4.jpgPer i secondi piatti trionfa la carne allo spiedo (salsiccia, agnello, capretto, ecc.) o il tipico purceddu, con il vino nuovo, rosso o rosato. Dall’uccisione del maiale una famiglia campava non solo durante i giorni delle feste, ma talvolta per quasi un anno intero. L’uccisione di un maiale, da sempre, era un momento catartico che scandiva ricorrenze ed eventi particolari nella vita di una comunità o di un villaggio.

Pistiddu

cms_20420/5.jpgInfine i dolci fatti in casa, tanti e innaffiati di “vinu dolci” e di Moscato di Tempio: pistidddu, preparato negli stazzi con il polline raccolto dalle api nell’alveare; deliziose casgjatini – variante gallurese delle pardulas – fatte con formaggio (o ricotta addolcita con zucchero, miele e zafferano) ed una sfoglia elastica e sottile riempita con miele amaro di corbezzolo; le “nuvolette”, preparate con gli avanzi di sfoglia e ripieno, un dolce povero ma buono, come l’ucciatini, rombi di farina, zucchero e ciccioli di maiale.

Pane saba

cms_20420/6.jpgOgni zona della Sardegna ha un dolce tipico consumato nel periodo natalizio. Tra i più diffusi ci sono il pan’e saba (caratterizzato dal profumo di cannella e mosto cotto, realizzato con buccia di agrumi, uva passa, frutta seca fra cui noci, nocciole e mandorle), la sa tunda (pane dolce di forma rotonda arricchito con noci e uvetta), il su bacchiddu ‘e Deu (pane di forma allungata e decorato per essere simile al pastorale del vescovo), le pabassinas (biscotti glassati a forma di rombo con impasto a base di mandorle, farina, sapa, uvetta, noci e nocciole).

Rinomato è il torrone citato persino in un documento sardo del 7 dicembre 1614, oggi conservato nell’Archivio di Stato di Cagliari.

Antonella Giordano

Tags:

Lascia un commento



Autorizzo il trattamento dei miei dati come indicato nell'informativa privacy.
NB: I commenti vengono approvati dalla redazione e in seguito pubblicati sul giornale, la tua email non verrà pubblicata.

International Web Post

Direttore responsabile: Attilio miani
Condirettore: Federica Marocchino
Condirettore: Antonina Giordano
Editore: Azzurro Image & Communication Srls - P.iva: 07470520722

Testata registrata presso il Tribunale di Bari al Nrº 17 del Registro della Stampa in data 30 Settembre 2013

Email: redazione@internationalwebpost.org

Collabora con noi

Scrivi alla redazione per unirti ad un team internazionale di persone dinamiche ed appassionate!

Le collaborazioni con l’International Web Post sono a titolo gratuito, salvo articoli, contributi e studi commissionati dal Direttore responsabile sulla base di apposito incarico scritto secondo modalità e termini stabiliti dallo stesso.


Seguici sui social

Newsletter

Lascia la tua email per essere sempre aggiornato sui nostri contenuti!

Iscriviti al canale Telegram