LA PAGINA DELLA CULTURA NEI DIALETTI ITALIANI - XVII^

Aspettando il Natale in… Basilicata

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La Basilicata in tempo di Natale diventa uno straordinario palcoscenico d’interesse culturale internazionale. Città, borghi e paesi si illuminano a festa e, nel rievocare riti antichi, diventano protagonisti di scenari che coinvolgono tutta la collettività.

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Le festività natalizie iniziavano il 7 dicembre. Nel materano, la vigilia dell’Immacolata Concezione era definita La mangiet d l’opereij, ossia la mangiata degli operai. Nelle botteghe, infatti, il maestro (U mast) in segno di ringraziamento offriva la cena ai propri operai (opereij) ed apprendisti (u garzin“). L’8 dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione, coincideva con l’inizio delle festività natalizie. Solo alcuni negozi potevano permettersi l’esposizione di qualche pupazzetto di argilla, di gesso o di cartapesta.

Durante le festività venivano sfoggiati gli abiti migliori, in particolare le ragazze fremevano per indossare vestiti su misura, cuciti dalle sarte o da familiari. Le figlie più piccole erano invece costrette ad indossare gli abiti delle sorelle maggiori, spesso fuori misura e stessa sorte toccava ai maschietti più piccoli. Vigeva per tutti la regola del continuo riuso di abiti ed indumenti. Tradizione delle feste erano i giochi della stoppa (La staupp), della briscola (Brusc’l) e dei tre soldini (Cucù) e, soprattutto, quello della tombola (La taumbl) con legumi o pezzetti piccoli di buccia di arancia o mandarino come segna-caselle.

Anche in questa Regione i simboli della luce e del fuoco sono intesi nei loro contenuti ancestrali come forze rigeneratrici e purificatrici.

Luce e fuoco

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L’omaggio alla luce dominava l’antico rito religioso materano delle nove lampe, ormai vivo solamente nella memoria degli anziani. Nove lampade ad olio, corrispondenti ai nove mesi di gravidanza della Madonna, venivano accese sui gradini dell’altare della Cattedrale nove giorni prima del Natale. Ogni giorno, dopo la funzione veniva spenta una lampada. Una dopo l’altra il numero delle lampade si riduceva. Ciò fino al giorno 24, quando ne veniva accesa una sola. Al termine delle preghiere, anche questa veniva spenta e si rimaneva al buio per il tempo necessario a creare l’atmosfera di attesa della luce con cui si annunciava la Nascita di Gesù.

Anche in questa Regione luce e fuoco vengono celebrati attraverso i falò spesso assumendo significati cristiani quale quello di riscaldare il Bambino Gesù nel presepe proteggendolo dal freddo o facendo da cornice ai suoni delle zampogne.

Durante i nove giorni prima di Natale gli zampognari andavano in giro all’alba per le vie dei paesi e, suonando, si dirigevano in chiesa per la messa mattutina.

A San Fele il falò acceso alla Vigilia di Natale veniva spento la sera del giorno di Natale. A Nemoli il falò, invece, acceso la sera della Vigilia di Natale e lo si lasciava ardere fino al giorno dell’Epifania quando si alimentava un enorme rogo di piazza cui collaborava tutta la gente del paese con tronchi di legno in un rito di comunione festosa, consumando i dolci della tradizione e unendosi in corali alle pastorali suonate dagli zampognari .

Il Presepe

L’arte presepiale è radicata in tutto il territorio lucano da secoli e tramandata ai maestri presepisti che realizzano le sacre rappresentazioni utilizzando materiali originari, quali terracotta, ceramica, cartapesta, pietra e sughero.

Uno dei momenti più sentiti per tutta la famiglia era la preparazione del Presepe (U prsapj) al quale prendevano parte solitamente gli uomini di casa. L’allestimento del Presepe richiedeva tavole, chiodi, filo di ferro, carta dei sacchi di farina (più tardi di cemento) colorata in modo da avere le sembianze della roccia. I bambini, muniti di rasola o di coltello, andavano a prelevare dalla Murgia il muschio e l’argilla su cui venivano collocati i pupi, generalmente fatti di argilla e colorati a mano. Ai lati del Presepe venivano legati dei rami di pino con arance e mandarini.

In tempi più recenti la tradizione del Presepe non è più solamente domestica o riservata a Chiese e luoghi di culto.

Anzi, una piccola città tra le più alte della Basilicata, è rinomata per l’avere un Presepe stabile, il quarto presepe più grande d’Europa, realizzato in gesso da artisti locali alla fine degli anni Novanta che riproduce le dieci scene che vanno dall’annunciazione di Maria fino all’infanzia di Gesù.

A Castronuovo di Sant’Andrea viene, invece, realizzato un circuito itinerante di presepi, allestito nell’antico Rione Manca, dove grotte e cantine accolgono oltre 200 opere presepiali italiane e straniere in cui si fondono le matrici culturali lucana, pugliese, calabrese, siciliana, napoletana e sarda.

Suggestivo sono i Presepi viventi di Matera, di Sant’Angelo le Fratte, di Muro Lucano, di Filiano.

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Nei Sassi di Matera anche in passato non si rinunciava a festeggiare il Natale, nonostante lo scenario di estrema povertà in cui le famiglie materane erano costrette a vivere.

L’antica città scavata nella roccia richiama il luogo originario della Natività per la sua forma naturale in cui si esprime la continuità della vita dalla preistoria al presente. A Matera la Natività si svolge in otto scene come in uno spettacolo teatrale sotto la luce di una grande cometa.

Un curioso rito vuole che a Gorgoglione (Matera) si metta ancora il ceppo nel camino ma da entrambi i coniugi altrimenti uno dei due rischia di morire prima dei prossimo Natale.

A Castronuovo di Sant’Andrea non potete mancare di passare, il paese dei presepi, dove 15 grotte scavate nella roccia della Città Vecchia ospitano ognuna un presepe.

Il Canto di Natale – ‘U Cont du Natèl

Questa è una canzone popolare tipica del Natale a Matera.

U Cont du Natèl

Ven Natel, ven chntend,

ca l’uagnedd t stann aspttonn,

(2 volte) stonn aspttonn ch tutt lu cor,

pettila vol e pettila vol.RIT: Tulì, Tulè, La nett du Natel

E la nett d Natel

iè na fest pringpel

(2 volte) ca nascij Nostr Signor

jin da na povr mangiator.RIT

San Gisepp fu chiamet,

sop o cil fu prtet,

(2 volte) ch n vaij e ch n’agnjll

San Gisepp u vcchiarill.

RIT

San Gsepp u vcchiaril

vint a chuch ch mech staser

(2 volte) t’l’egghij fott u littcjdd

sott a lu titt d’anma maij.

RIT

Marij lavev i Gjsepp spannav,

u njnnjll chiangiav ca vlav la mann,

(2 volte) fe la ninn, fe la nonn

fe la ninn nonn vu fej

RIT

Durm durm Bambnjdd

ca Marij o fatiè,

(2 volte) fe na bella caparol

t’ò tagghjè nat fior.

(Traduzione)

Il Canto di Natale

Viene Natale, viene contento,

che le ragazze ti stanno aspettando,

(2 volte) stanno aspettando con tutto il cuore,

pettole vogliono, pettole vogliono.

RIT: Tulì, Tulè, la notte di Natale

E la notte di natale

è una festa principale

(2 volte) che nacque Nostro Signore

in una povera mangiatoia.RIT

San Giseppe fu chiamato,

sopra il cielo fu portato,

(2 volte) con un bue e coh l’’agnello

San Giseppe il vecchiarello.

RIT

San Giuseppe vecchierello

vieni a dormire con me stasera,

(2 volte) l’ho preparato il lettino

sotto il tetto dell’anima mia.

RIT

Maria lavava e Giuseppe stendeva,

il piccolo piangeva che voleva il latte,

(2 volte) fai la ninna, fai la nanna

fai la ninna nanna vuoi fare

RIT

Dormi dormi bambinello

che Maria lavorerà

(2 volte) fa na bella caparola

ti taglierà un altro fiore

Natale a tavola

Le pietanze tradizionali riproducevano fedelmente gusti di epoche antiche, con sapori casalinghi, genuini e legati alla terra. Le festività natalizie iniziavano il 7 dicembre, giorno della vigilia dell’Immacolata Concezione. I fedeli più rigorosi effettuavano un completo digiuno dai pasti mentre le donne preparavano il tipico Pane dell’Immacolata o Pane a tarallo (in dialetto U fcjlatjdd). Questo pane, appena sfornato, diventava subito preda dei bambini, i quali non riuscivano a resistere al suo profumo che si sprigionava per tutta la casa.

Le donne impastavano cominciavano a preparare i dolci natalizi: le friselle dolci alle mandorle (U frsedd), le strazzate (U strazzèt), le meringhe (U schmjtt), i taralli salati (U cangèdd), i biscottini al vino bianco (Bschttjn), i biscotti grossi all’uovo ricoperti di zucchero (U vschutt ingjlppet) ed i pasticcini (U pastccjn). I forni erano affollati a qualunque orario. Nella maggior parte delle famiglie, i dolci venivano acquistati per poi essere donati ad altre famiglie più importanti, che spesso avevano offerto aiuto durante una situazione di bisogno ma ciò non impediva ai bambini di rubare qualche dolciume dai piccoli contenitori in rame (La ramail) dove la mamma li custodiva prima di regalarli.

La Vigilia di Natale, i contadini digiunavano tutto il giorno per poter meglio gustare nel pranzo della sera lu lippciliatedd, un pane dolce alle mandorle la cui origine affonda le radici nelle più antiche tradizioni di questa terra e la cui preparazione richiedeva circa due giorni.

Dopo l’ultimo scampanio delle campane delle chiese, ogni famiglia si metteva a tavola. Prima di cominciare a mangiare si recitava il Pater Noter e l’Ave Maria e, solamente dopo che il capofamiglia (rigorosamente seduto al posto d’onore) avesse impartito la benedizione giovani e piccini gli baciavano le mani e tutta la famiglia si scambiava gli auguri .

La tradizione contadina contemplava la cucciva una zuppa molto povera fatta con tutti i prodotti dell’orto: fagioli, ceci, mais, orzo e grano, bollito. La stessa pietanza veniva riprodotta a capodanno con “non aver paura”, scorza di maiale, orecchie e piede di maiale ripieno perché si diceva che portasse prosperità. Non tutti però potevano permettersi il pesce : tanti si accontentavano del Baccalà di qui il detto “lu baccalà pure e pesce” (il baccalà è anche pesce). il pranzo si concludeva con finocchi, frutta verde e dolci fatti in casa: zèppele, chienile, stroufole. Ci si intratteneva, poi a tavola spiluccando frutta secca: mandorla, noci e nocelle, tanto per poter ancora bere del vino con L’ucciole e la iàsca col cannello fascènn’la canaèdda.

Pettole

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Immancabili sulle tavole lucane erano le pettole, palline di pasta lievitata fritte in olio d’oliva, la cui preparazione doveva cominciare alla Vigilia dell’Immacolata per poi protrarsi fino al termine delle festività natalizie. Nella preparazione delle frittelle natalizie veniva utilizzato il lampascione, un tipo di cipolla selvatica.

Per i benestanti la cena della Vigilia in Basilicata prevedeva almeno tredici pietanze. La pasta, rigorosamente fatta a mano poteva vantare i rascatielli, a base di semola di grano duro senza uova.

Nella tradizione natalizia della Vigilia anche il baccalà con i peperoni cruschi, così chiamati per la loro particolare croccantezza

Il pranzo di Natale veniva celebrato con piatti come gli strascinati (o strascinari) al ragù di carne mista. Gli strascinati sono chiamati così a causa della forma data loro durante la lavorazione, che li rende simili ad orecchiette di grandi dimensioni.

Come secondo piatto, si mangiava un gallo o una gallina o in mancanza polli, conigli, carne di maiale e suoi derivati, come savucicchhie e custeredda e altro.

Tra le ricette tradizionali anche i chinulidd’ o calzoncelli di castagna, panzerotti di pasta di grano duro ripieni di crema di castagne, e le zeppole cresciute.

Chinulidd

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Calzoncelli

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I dolci erano i “calzoncini” fritti ripieni di ceci e cacao o di castagne e cacao, le “pignolate”, ossia croccante di mandorle a forma di coroncina, i fichi secchi ripieni con buccia dì arancia e noci, la “cicerata” e le arance di Tursi candite.

Nel giorno successivo al Natale, cioè a Santo Stefano, si era soliti non mangiare tutto ciò che contenesse nocciole (Njcedd) o mandorle (L’amell), oppure mandarini (Mandarjn) o arance (Marongj); secondo la credenza popolare chi trasgrediva questa semplice regola subiva sul proprio corpo la formazione di foruncoli (Frignl n’ghjl).

La visciulij du Cap’donn, cioè la vigilia di Capodanno, era caratterizzata da una forte attesa che cresceva man mano che passavano le ore e ci si avvicinava alla mezzanotte. I contadini, in vista della festa, rientravano un po’ prima a casa, gli artigiani chiudevano prima la propria bottega, tutte le case si riempivano di profumi e si dava inizio ai preparativi della cena. La maggioranza delle famiglie trascorreva l’attesa giocando a carte in famiglia, tra risate e balli improvvisati a ritmo di tamburello che coinvolgevano giovani ed anziani. Le donne scioglievano dal collo il caratteristico fazzolettone e ballavano la tarantella. L’attesa veniva allietata dal consumo delle pettole, da qualche bicchiere di buon vino ma senza mai dimenticare di recitare il Santo Rosario.

Solo i più ricchi potevano permettersi feste da ballo al suono di strumenti musicali tipici della tradizione, come la fisarmonica (La irjanett), la chitarra (La catorr), il mandolino (U manduljn), la batteria (U iazz bonn) ed il tamburo (U tambrrjdd).

Allo scoccare della mezzanotte dalle case fuoriuscivano urla di festa che si propagavano per tutto il vicinato. I benestanti ripetevano l’usanza di buttare le “robe vecchie” come i piatti filati (dopo che erano stati riparati diverse volte dal “Cuci-piatti“, U conza piott“), bottiglie di vetro o grossi contenitori adibiti al trasporto di liquidi (La r’zzaul, U r’zzjl, U chichm, La capès, U cuapasaun), bicchieri e tutto ciò che era considerato ormai decrepito e difficilmente riparabile.

Antonella Giordano

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