LA PAGINA DELLA CULTURA NEI DIALETTI ITALIANI - XVI^

Aspettando il Natale in…Puglia

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La Puglia, terra di mare, di cultura, di sapori e, perché no, anche di misteri si rivela, nel periodo di Natale, attraverso tradizioni suggestive, coacervi (anche in questa terra) di sacro e profano, gelosamente custodite nella spiritualità dei suoi abitanti da tempo immemorabile.

Vi conduco nella fitta rete delle usanze autoctone con la pretesa di vellicare la curiosità di chi mi legge per spingerlo ad approfondire tutto ciò che il rigore dimensionale editoriale non mi consente di poter fare in questa sede.

Tra sacro e profano

Il Natale si annunciava il 6 dicembre quando, in occasione della festa di S. Nicola, nelle chiese si intonavano La Pastorella e la Ninna nanna al Divin Bambino.

A Ruvo, ed in altri paesi in provincia di Bari, nella Cattedrale venivano accese dodici lampade, la prima delle quali si spegneva il giorno di S. Lucia. Progressivamente si procedeva a spegnerne una al giorno fino alla notte della Vigilia di Natale. Il Presepe con le candele accese veniva benedetto dal capofamiglia.

Per ricordare che Gesù nacque in una povera stalla e senza corredino a Modugno (in provincia di Bari) nelle case dove c’era il Ppresepe, i familiari e i vicini, dopo la novena, recitavano tre Ave Maria per le i camicini del Bambino, tre per le cuffie e tre per le fasce.

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Nei primi giorni di dicembre, nei paesi del Gargano, in piccoli gruppi di due o tre persone arrivavano dall’Abruzzo e dalla Basilicata gli zampognari con in braccio la classica zampogna di legno di olivo a tre pive.

Questi uomini dall’aspetto statuario incarnavano nell’immaginario collettivo i pastori di Betlemme e il parallelismo non era affatto gratuito. Avvolti da un ampio mantellone pesante di lana con due o tre pellegrine (corte mantelline) una sopra l’altra, cappelli a cono con le fettucce attorcigliate, corpetto di vello di capra, robone bruno (ampia veste di drappo pesante aperta dinanzi), camicia aperta sul collo “taurino”, calzoni di velluto marrone o verde abbottonati sotto il ginocchio, calze di lana grossa lavorate a mano e ciocie strette da stringhe ai polpacci, gli zampognari erano a giusto titolo i messaggeri del Natale.

Attorniati da gruppi di ragazzini festanti suonavano novene in onore della Madonna e di Gesù fermandosi davanti alle botteghe, agli angoli delle vie e sulla soglia delle case dove le famiglie erano raccolte attorno al focolare.

In particolare a Peschici, per tutto il tempo di Natale, le case venivano allietate da canzoni intonate dai componenti della famiglia. Tra le più ricorrenti quella che riguardava il corredino che la Madonna confezionava a mano mentre Gesù dormiva recitava: Ninna nanna /o Bammnell’/ che Maria vò fatjà/ gli vò fa la camicina/ ninna nanna Gesù bambin’ e proseguiva con altre strofe, ciascuna dedicata agli altri capi fino al completamento del cambio del neonato. Alla camicina seguivano le scarpette di lana (i’ scarpitell’), la cuffietta (a’ cuffiett’), il vestitino (u’ vestitin’).

Dopo la suonata gli zampognari salutavano il capofamiglia con la scappellata, una sorta di genuflessione di commiato nella quale proferivano il rituale addio, sor padrò con l’intesa di rivedersi l’anno successivo.

La notte di Natale gli zampognari si recavano, poi, nella Grotta dell’Arcangelo dove suonavano La Pastorella, sulle note della bellissima pastorale di Bach.

Nei giorni prima di Natale agli zampognari si accodavano piccole brigate di suonatori di chitarre e mandolini che, insieme a due o tre cantori, eseguivano di casa in casa, la lunga filastrocca della “Santa allegrezza” in cui si narrava la Vita e la Passione di Gesù.

Il ceppo

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Anche in Puglia, come nella gran parte delle Regioni, vigeva la tradizione del ceppo, ma con la variante che nel periodo antecedente il Natale ogni notte venisse serbato acceso sotto la cenere e ravvivato la mattina seguente. Solamente nella notte della Vigilia la fiamma del ceppo non languiva sotto la cenere ma la si lasciava ardere liberamente. La ragione stava nella credenza che il ceppo simboleggiasse l’albero che aveva causato il peccato originale di Adamo ed Eva. Nella notte in cui Gesù scendeva in mezzo agli uomini per la salvezza dell’umanità alla consumazione del ceppo corrispondeva la cancellazione di ogni male.

Nelle campagne il rito del ceppo aveva un significato religioso aggiuntivo: il fuoco doveva ardere lentamente per tutta la notte di Natale e restare acceso fino all’Epifania per allontanare ogni disgrazia dalla famiglia e per propiziare un raccolto abbondante con la sua cenere sparsa nei campi.

La cenere poteva avere anche un valore taumaturgico: posta sul collo dell’ammalato guariva il mal di gola e conservato in una tazza dalle donne garantiva loro un altro anno di vita.

Se il ceppo, invece, si fosse spento sarebbero arrivate disgrazie immani, tra le quali la peggiore sarebbe stata la morte del padrone di casa.

La Notte Santa

Tutta la comunità accorreva in Chiesa ad ascoltare le tre messe che venivano celebrate in orari diversi: la prima a mezzanotte, la seconda all’aurora, la terza a giorno inoltrato. Ciascuno indossava l’abito della festa perché La notte de Natale/ Se mutene pure le ferrare (La notte di Natale si cambiano anche i fabbri) rivolgendo gli auguri alle persone che incontra e scambiando in dono le pietanze cucinate.

La mezzanotte della Vigilia si colmava di significati simbolici.

Si credeva che Gesù, accompagnato da schiere di Angeli, entrasse nelle case per portarvi la felicità e che a mezzanotte la Madonna scendesse dal camino per asciugare i pannolini del suo Bambino.

Dopo la cena si lasciava la tavola imbandita perché era convinzione diffusa che, per concessione divina, le anime dei defunti potessero unirsi alla felicità domestica dei parenti.

A mezzanotte gli animali acquistavano la parola ma non bisognava osservarli altrimenti sarebbero rimasti folgorati da morte istantanea.

Gli anziani insegnavano ai giovani gli scongiuri per salvarsi dalle tempeste o il Pater Noster verde per allontanare i tifoni e distruggere il malocchio.

Le ragazze nubili guardandosi allo specchio con i capelli disciolti avrebbero potuto vedere riflessa l’immagine del futuro sposo.

Le donne che impastavano la farina la notte della Vigilia non avevano necessità di servirsi del lievito perché Gesù avrebbe fatto crescere il pane.

Nei paesi del Foggiano si riteneva che il bimbo che nascesse nel giorno della venuta al mondo di Gesù diventasse da giovane “lupo mannaro” a meno che non lo si pungesse con la punta di un coltello allo scocco della mezzanotte per “fargli uscire il cattivo”.

I contadini, dopo aver partecipato alla Santa Messa andavano in campagna a trarre gli auspici per il nuovo raccolto. Se il cielo era senza nubi il raccolto delle biade sarebbe stato buono perché Natale sicche,/ massare ricche.

Nel giorno di Natale anche la pianta della fava poteva emettere responsi: se fosse stata rigogliosa sarebbe stato buon presagio per il raccolto delle olive e delle mandorle.

Dal modo in cui le pecore avrebbero brucato l’erba nel giorno di Natale i pecorai avrebbero tratto anch’essi buoni auspici.

Al di là delle superstizioni il Natale era vissuto da tutti oltre che nella preghiera nell’esercizio della solidarietà.

I contadini ospitavano nella propria casa i poveri e gli orfani per offrire loro cibo e calore domestico.I “poverelli”, ospitati a tavola in quel giorno, venivano considerati come inviati dalle “anime dei morti”.

Nel Salento anche nelle case si compiva la cerimonia della nascita del Redentore. S’illuminava il presepe con piccole candele e da una stanza vicina muovevano in corteo i bambini e le bambine presenti; il più piccolo portava il Bambinello di cera o di creta in una culla di coralli, gli altri con candele in mano l’accompagnavano in processione. Il padrone di casa recitava versetti di preghiere e, poi, deponeva il Bambinello nella grotta, fra Giuseppe, Maria, il bue e l’asinello. Terminata la cerimonia, si cantava La Pastorella, si sparavano bombe di carta e, infine, si giocava.

Ovunque le strade pullulavano di varia umanità. Tra canti e grida i fanciulli suonavano la puta puta, i giovanetti l’organetto, gli uomini la chitarra battente e la francese; i pecorai la c’iaramedd e la freschett.

Il Presepe

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La tradizione del Presepe in Puglia è antichissima. Secondo alcune fonti (per la prima volta se ne parlò in un capitolo nicolaiano) l’allestimento del primo Presepe avvenne a Bari nel gennaio 1487. Era un lascito che un benestante aveva fatto in favore della cappella del Presepe nella Basilica.

Va precisato che sulla base delle tante fonti narrative, evangeliche e popolari, sin dal XIV secolo, impone di dover distinguere la rappresentazione della Natività da quella del Presepe. Nella Chiesa di Santa Caterina a Galatina, non a caso, in una arcata ribassata nella controfacciata della navata sinistra, un grande affresco, con la rappresentazione della Natività, fa da sfondo ad un Presepe in pietra attribuito allo scultore Nuzzo Barba, del XV secolo, da molti ritenuto il più antico presepio di Puglia. È nel corso del XVI secolo, tuttavia, che la rappresentazione presepiale con scultura in pietra, trova la sua massima affermazione, cominciando poi un lento declino nel XVII secolo per ricomparire in seguito, sul finire del Settecento, in forme differenti, influenzate dalla voga napoletana dei presepi vestiti sontuosamente (che in Puglia, però, si trasforma in presepe in cartapesta o terracotta).

È Stefano Putignano nel corso del XVI secolo lo scultore più fortemente plastico che impagina vasti ed antichi presepi a Grottaglie, Polignano a Mare, Martina Franca (tra i tanti, due molto belli sono conservati a Putignano nella Chiesa Madre e in Santa Maria la Greca, uno nella cattedrale di Altamura e l’altro nella chiesa Santa Maria degli Angeli, attribuito alla sua scuola)

Nello stesso secolo altri artisti arricchirono le Chiese con Presepi monumentali (come Paolo da Cassano, a Cassano Murge e Bitritto; Altobello Persio ad Altamura, Tursi e Gallipoli, Gabriele Riccardi per la Cattedrale di Lecce).

Nel corso del Seicento e del Settecento, altari dedicati al presepe (come nella Chiesa del Rosario a Lecce) fanno da cornice al dipinto centrale. La religiosità popolare riprende vigore nell’Ottocento, quando, i cartapestai del Salento e di Lecce iniziano una tradizione viva ancora oggi. Primo protagonista ne fu Mesciu Pietru de li Cristi, soprannome del primo cartapestaio documentato con una statua di San Lorenzo in Lizzanello del 1782. Il suo nome era Pietro Surgente (1742-1827) e fu il maestro (mesciu) di una schiera di grandissimi scultori della cartapesta nell’Ottocento, quasi tutti ricordati col loro soprannome: segno questo di una dimensione tutta paesana, quasi familiare e umile della loro attività.

Nel secolo scorso si passa dalle grandi statue collocate negli altari alle piccole statue per i presepi.

All’attività degli artisti professionisti si accompagna la germinazione spontanea di artisti popolari, quali i barbieri di Lecce che intorno al 1840 cominciarono ad imitare i cartapestai e, nelle lunghe ore libere del loro lavoro con pettine e forbici, si dettero a modellare sia la carta pestata che la creta con le mani, i bulini e gli stampi.

Tra gli esempi più belli vanno annoverati certamente quello dell’Istituto Marcelline di Lecce del 1890, realizzato da Manzo e De Pascalis ed Agesilao Flora, quello frammentato del Guacci (oggi al Comune di Lecce) e quello di Michele Massari, poliedrico artista novecentista (anch’esso presso il Comune di Lecce).

Tiralolott Tiralolott

E’ un antico canto popolare che nelle comunità contadine veniva intonato nella Notte Santa.

E la notte du Natale

fò na fésta prencepale;

e nasCÌ nostro Signore

jinde a na povera mangiatore.

E lu vove e lu asenjidde,

San Geséppe u vécchiarjidde.

San Geséppe accatte la fasse,

la Madonne u pigghje e lu mbasse.

E lu mbasse a canneline,

nénna nénna Gèsù Bambine.

E lu mbasse a cannelone,

nénna nénna Gesù d’amore. Rit.

E la Vergenèlla Sante,

grande figghje de Sant’ Anne,

mbrazze su vé pertanne

cur figghje granne granne.

Che na vésta turcanèlle

ammeratele quand’ è bèlle,

che na vèsta gialle ed’ ore

ammerate nostro Signore.

Ritornello:

Tiralolott, Tiralolott:

sciamaninne ca è fatte notte.

Tiralolott, Tiralolott:

sciamaninne ca è fatte notte.

Quanne l’ iangele scèvene cantanne

gloria a Dì e a tutte i vanne

percé è nate Gèsù Bambine

jinde a na grotte stamatine.

Vu scennite care stèlle,

vu scennite core bèlle,

e jé nate u Rèdèntore

jinde a na povera mangiatore. .

(Traduzione)

Tiralolott, Tiralolott:

andiamo via perché è tarda notte.

/ Tiralolott, Toralolott:

/ andiamo via perché è tarda notte.!

La notte di Natale /

fu una festa principale; /

nacque nostro Signore

/ in una povera mangiatoia.

/ Il bove e l’asinello,

/ San Giuseppe il vecchierello.

/ San Giuseppe compra la fascia, /

la Madonna lo prende e lo fascia /

Lo fascia a confettino, /

ninna nanna Gesù Bambino. /

Lo fascia a confettone, /

ninna nanna Gesù d’amore. /

La Verginella Santa /

grande figlia di Sant’Anna /

in braccio se lo porta /

quel figlio grande, grande. /

Con un vestito turchino /

ammiratela quanto è bella, /

con un vestito giallo e oro

/ ammirate nostro Signore. /

Quando gli angeli cantavano /

gloria a Dio dovunque /

annunciavano la nascita di Gesù Bambino /

in una grotta nelle prime ore del mattino /

Natale a tavola

In ogni famiglia, nel periodo natalizio, si dedicava molto tempo alla cucina. Ogni paese aveva la sua specialità, e nessuno derogava dalla tradizione.

Due o tre giorni prima di Natale, quasi tutte le famiglie facevano il pane bianco le ppene suttile (mentre usualmente si mangiava il pane bruno). Erano grandi pani circolari, convessi, detti uceddete che arrivavano a pesare fino a otto, nove chili.

Uno degli uceddete si conservava, per devozione, fino al giorno di Sant’Antonio Abate (il 17 gennaio) per farne pancotto.

A Conversano, alcuni giorni prima di Natale, dopo la mezzanotte i garzoni dei fornai andavano in giro per la città e, battendo tegami di rame o di stagno, gridavano: Alzàteve, femmenèlle,/ Mettite la calddarèlle, / Facite lu pane bel1e,/ Le dolce e le ciambèlle...

Una filastrocca pugliese recitava Mò vene Natale/ mò vene Natale/ e vene a’ fest’ di quatràre/ e nà pett’l e nà ‘ranoncke/ mamma li stenne e tate l’acconcke (Ora viene Natale, ora viene Natale, e viene la festa dei bambini/ e una pettola e una ranocchia/ mamma le stende e papà dà loro forma). La ranoncke era un piccolo pane spruzzato di mandorle tritate, confezionato apposta per i bambini in occasione della festa di Natale.

A Peschici le donne, in passato come oggi, erano solite preparare le “pettole”, frittelle di lunghezza considerevole. Un proverbio invitava a non saltare questo rito natalizio per eccellenza: «I pett’le che nun cj fanne à Natale/ nun ce fanne manch’ à Cap’danne» (Le “pettole” che non si fanno a Natale, non si faranno per tutto il resto dell’anno).

In alcuni paesi delle Murgie le donne osservare un rituale che era un vero rompicapo. Dovevano impastarle solo dalla mezzanotte all’alba della Vigilia: chi lo faceva in altro momento, doveva aspettarsi delle disgrazie.

Le contadine consigliavano di non bere mentre si friggevano le frittelle, le cartellate, le pettole, per non fare assorbire troppo olio ai manufatti. Dall’ultima pasta da friggersi, toglievano un pezzo e, dopo aver recitato una preghiera, lo buttavano nel fuoco del camino in segno di augurio. La donna intenta a friggere non doveva lodare dicendo: “Dio la benedica”, pena la cattiva riuscita dei dolci. Nel passare la frittura da un piatto all’altro doveva, infine, lasciare almeno un dolce, altrimenti gli altri andranno a male.

In tutti i paesi al suono di tamburelli e fischietti per le strade i garzoni invitavano le massaie a servirsi del loro forno per infornare pane, dolci e ciambelle a buon prezzo : Alzàteve megghjere de cafune/ E tembrate pèttele e calzune/ Alzàteve, megghjere d’artiste,/ E tembrate u pane a Criste:/ Alzàteve donne belle / E mettite la calddarèlle.

I dolci avevano un significato simbolico: le “cartellate” rappresentano le lenzuola di Gesù Bambino; i “calzoncicchi” i guanciali su cui Egli posò il capo; i “calzoni di S. Leonardo” simulano la culla; “il latte di mandorle” è evidentemente il latte della Vergine, e i “mostacciuoli” sono i dolci del battesimo.

Il 24 dicembre si digiunava a mezzogiorno. Un antico proverbio recitava: Chi non fasce u desciune de Natale, o è turche, o è cane, comunque alcune famiglie spezzavano il digiuno con qualche “pettola” ripiena di alici o di ricotta forte. La sera si faceva il cenone in famiglia nel rispetto dell’antico detto che Natale e Pasque che le tue, Carnevale a do te trùve.

La sera della Vigilia di Natale si viveva in famiglia. La cena, compresa la frutta fresca e secca, doveva contare almeno 13 vivande. Rigorosamente di magro, prevedeva i ”vermicidde”, spaghettini spezzati preparati in casa e conditi con sugo di pesce, capitone in umido e arrosto.

Le donne erano intente a preparare “u suche russe” (il sugo rosso) e il capitone “a ffèrve” (a bollire) “o mettute mbelzàte iìnd’o spite che na fronze de llore, arrestute sop’a le carvune” (messo infilzato nello spiedo con foglie d’alloro, arrostito sui carboni ardenti).

“Ce non ze mange u capetone fatte cuètte iìnd’o tiàne o arrestute m-bacce o spite, nom bare ca iè Natale” (Se non si mangia il capitone cotto nel tegame o arrostito infilzato nello spiedo, non sembra che è Natale).

Tradizione voleva che le famiglie dei contadini mangiassero li laine pli cicere clu sughe dlu baccalà, cioè fettuccine fatte in casa, con i ceci conditi col sugo di baccalà.

Il menù dei ricchi “galantuomini” prevedeva, invece, spaghetti con le alici, oppure col sugo di pesce e broccoli stufati. Altri piatti di rito sono il capitone arrostito oppure fritto, marinato e le anguille (ancidd). Le più squisite erano le mareteche, che crescevano tra la foce del mare ed il lago.

Cartellate

cms_20381/5.jpgPer far tornare il sorriso sul viso del bimbo piangente, si mostrava “u piàtte spane de le carteddate e u ciste de le castaggnèdde” (il piatto largo con lieve conca pieno di ‘cartellate’ e un cesto di ‘castagnelle’), che dovevano essere oggetto di una strage dopo la nascita del Bambino Gesù. Al che si faceva risentire il coro: “Gesù Bammine mì, me li sì ddate / Stasère ngi-am’a mangià le carteddate” (Gesù Bambino mio, me le hai date / Stasera ci mangiamo le ‘cartellate’).

“Gesù Bammine mì, che la vestecèdde, / Stasère ngi-am’a mangià le castaggnèdde” (Gesù Bambino mio, con il vestitino, / Stasera ci mangiamo le ‘castagnelle’).

Il giorno di Natale ci si ritrova tutti seduti intorno al tavolo con i propri cari pronti per una varietà di “frutti di mare”, molluschi crudi pescati freschi nel mare Adriatico spesso serviti come delizioso antipasto. Le più gettonate sono cozze vongole, ostriche a pettine e ricci di mare.

Porcedduzzi

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Sagna

cms_20381/7.jpg Per il pranzo di Natale, nelle famiglie più tradizionaliste, si serviva la “sagna stampata”, altrimenti della pasta fresca senza uova, come le tipiche orecchiette, oppure lo “sciusciello”, che è una crema di ricotta e brodo con verdure. Il secondo è a base di tacchino o cappone al forno, in alternativa agnello o capretto allo spiedo con lambascioni o verdure cotte per ore in una pentola di terracotta.

I dolci oltre a quelli citati sono i Porcedduzzi conosciuti come il torrone del povero, piccole palline di pasta mista con mandorle tritate e miele.

Antonella Giordano

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