LA PAGINA DELLA CULTURA NEI DIALETTI ITALIANI - XIII^

Aspettando il Natale nel…Lazio

Aspettando_il_Natale_nel_Lazio_01_ITALIA_MERAVIGLIOSA.jpg

cms_20354/1.jpg

Nel Lazio il tempo di Natale è caratterizzato da una varietà di eventi nei quali si riversano riti di antichissima origine, in parte di matrice religiosa e in parte retaggio di arcaiche manifestazioni animistiche. Una loro rassegna richiederebbe un impegno espositivo notevole che nemmeno sarebbe garanzia di esaustività. Campionerò le spigolature più curiose.

Natale a Roma

Nel territorio della Regione insiste la città di Roma, capitale d’Italia oggi, della romanità imperiale d’occidente per oltre 12 secoli (dal 753 a.C. al 476 d.C.) nonché faro della cristianità e ciò è già motivo per comprendere la centralità (che si dipana anche oltre i confini regionali e nazionali) che assumono le tante celebrazioni che in essa si svolgono, tra luminarie e folle di turisti che si accalcano nelle piazze di maggiore attrazione quali, Piazza Navona (con i suoi mercatini per la gioia di piccoli e grandi) e Piazza del Popolo dove, presso le Sale del Bramante, ogni anno sono in mostra 100 Presepi. Per i cristiani di tutto il mondo il Natale significa partecipare a tutte le Sante Messe officiate dal Papa nella Basilica del Vaticano e a Piazza San Pietro quando, la mattina del 25 dicembre, pronuncia il suo messaggio Urbi et Orbi dalla Loggia delle Benedizioni.

A Piazza San Pietro campeggiano, fin dall’8 dicembre, uno splendido Presepe a grandezza naturale e un maestoso Albero di Natale che fa dell’Italia una delle prime nazioni a maggioranza cattolica in cui è stata introdotta la tradizione dell’albero natalizio. Infatti, il primo albero di Natale è stato addobbato a Roma nella seconda metà dell’Ottocento per volere della Regina Margherita.

L’arte presepiale romana

cms_20354/2.jpg

Roma riveste un’ importanza notevole anche per la lunga tradizione dell’arte presepiale. Basti considerare che la prima testimonianza è riconducibile alle statue di legno scolpite nel 1289 da Arnolfo Di Cambio e conservate nella cripta della Cappella Sistina, nella Basilica di Santa Maria Maggiore.

Stando alle cronache del 1581 del frate francescano Juan Francisco Nuno Presepi erano allestiti in tutte le sedi di culto (monasteri) e nelle chiese romane, in particolare nella Chiesa dell’Aracoeli dove era specialmente venerata la statua del Bambinello (opera – si narra - di un frate francescano che l’aveva intagliata in un tronco di ulivo del Getsemani).

Fu nel ‘600 che la nobiltà romana iniziò a volere i Presepi nei propri palazzi. Si trattava di opere in accordo con lo stile barocco dell’epoca, commissionate ad artisti famosi come, per citare uno dei più affermati, il Bernini il quale realizzò un presepe per il Principe Barberini.

Nel corso del ‘700 la tradizione presepiale, con i medesimi connotati di sontuosità, finì con l’accomunare tutte le case patrizie e i luoghi di culto (chiese e monasteri) attraverso espressioni talvolta di notevole imponenza: ne sono un esempio le grandi statue della Natività in San Lorenzo, i Presepi di Santa Maria in Trastevere e di Santa Cecilia.

Fu solamente nel corso dell‘800 che la realizzazione di presepi raggiunse i ceti più bassi della popolazione. Ciò avvenne grazie alla produzione a basso costo, possibile attraverso gli stampi di innumerevoli serie di statuine in terracotta modellate da abili artigiani, pionieri della novella arte dei figurinai che non tardò ad esprimersi nella sua creatività (e cito con piacere Bartolomeo Pinelli, giovanissimo figurinaio, assunse fama come pittore della Roma del suo tempo).

Nella scenografia presepiale romana più diffusa, il paesaggio agreste fa da sfondo alla grotta in sughero, sovrastata da un tripudio di angeli in volo sulle nuvole, disposti in nove cerchi concentrici con la Natività al centro della scena: tutto all’insegna della povertà sia nella rappresentazione dei personaggi (pastori con le greggi e contadini al lavoro con i loro animali), sia nelle architetture (case modeste e locande di campagna tra resti di archi e acquedotti antichi, tipici dei luoghi rappresentati).

L’ambientazione cambia a partire dalla seconda metà del Novecento quando vengono rappresentate zone caratteristiche della Roma sparita, demolite per far posto all’urbanizzazione di Roma capitale, ma fermate nella memoria storica grazie agli acquerelli dell’artista tedesco E. Roessler Franz, che fotografano la Roma papalina e le sue irripetibili atmosfere.

I Presepi artistici esercitarono ben presto un’attrazione notevole presso le famiglie più importanti per censo e ceto sociale, non di rado in competizione per accogliere nei propri palazzi, presepi con ricostruzioni di paesaggi biblici o di scorci della campagna romana caratterizzata da alberature di pini e olivi, caseggiati rurali e vestigia dell’antichità classica disseminate sulle alture e nei terrapieni. Erano opere d’arte spettacolari da mostrare non solo a parenti e amici ma anche ai concittadini e ai turisti, cui facevano da richiamo fronde di rami appesi ai portoni a somiglianza d’insegne. Tra i più noti si annoverano il presepe della famiglia Forti, posto sulla sommità della Torre degli Anguillara, quello della famiglia Buttarelli in Via dè Genovesi, riproducente il paese di Greccio e la scena del presepe vivente voluto da San Francesco, quello di padre Bonelli nel portico della Chiesa dei Santi XII Apostoli, parzialmente meccanico con la ricostruzione del Lago di Tiberiade solcato dalle barche e delle città di Gerusalemme e Betlemme.

La tradizione presepiale nelle province del Lazio

Ogni anno viene rievocato a Greccio, il paesino affacciato sulla conca reatina, il Presepe vivente, ambientato nella grotta che San Francesco, nell’anno 1223, scelse per rievocare la Natività. Greccio, luogo ricco di povertà, ebbe il privilegio di vedere la realizzazione del Primo Presepe Vivente, con la volontà di Giovanni Velita, amico del santo e Signore di Greccio.

Il 21 dicembre a Rieti viene esposto al pubblico il magnifico presepe settecentesco della Cattedrale di Santa Maria in Rieti progettato intorno al 1743 dal canonico Gentile Staffa, nobile reatino, con i suoi personaggi costruiti in cartapesta con una tecnica che veniva usata non solo dai cartapistari ma anche dai decoratori dei mobili di quel tempo. A Rieti è oggi possibile ammirare anche il Presepe Subacqueo con le statue della Natività, realizzate in vetroresina ed alte circa un metro e trenta centimetri, collocate all’interno delle limpide acque della Sorgente di Santa Susanna, e illuminate da fari che di notte donano una visione suggestiva.

Tra gli altri presepi il Presepe vivente a Corchiano (VT), nella splendida cornice naturalistica delle famose “Forre”, e quello di Serrano (FR) che costituisce il più grande Presepe vivente del Lazio, con ben 130 figuranti.

Particolare fascino possiedono anche il Presepe di Calcata (VT) per le dimensioni gigantesche che hanno le statue realizzate a mano dagli artigiani locali e quello di Maranola (una frazione del Comune di Formia) con il suo rituale mistico che coinvolge tutta la comunità locale.

Il Presepe subacqueo di Rivodutri è anch’esso spettacolare perché allestito all’interno della Sorgente naturale di Santa Susanna (tra le più grandi d’Europa per portata (5 mila l /sec ) all’interno della Riserva dei Laghi Lungo e Ripasottile.

Il ceppo

La tradizione di origine pre-cristiana del ciocco di legno, gettato nel camino la sera della Vigilia di Natale e lasciato ad ardere fino al giorno dell’Epifania, presente in molte Regioni d’Italia, nel Lazio è diffusa nelle famiglie ciociare. Il fuoco generato dal ceppo ardente assume il significato di purificazione e di rinascita.

Gli zampognari

cms_20354/3.jpg

Nel tempo di Natale le strade e le piazze erano percorse da moltissimi zampognari. Venivano dalla Ciociaria, e spesso suonavano per pochi spiccioli, o si accontentavano di riempire le bisacce di salumi, fichi secchi, legumi e dolci di Natale. Il necessario per superare l’inverno tra le montagne. Vestiti come contadini in costume, giubbini di pecora, tabarro, pantaloni alla zuava, cappello pesante e ciocie ai piedi, annunciavano il Natale allietando gli animi con il suono delle ciaramelle (o zampogne) tenute sulle spalle. Ancora oggi gli zampognari (sebbene non siano numerosi come nei tempi passati) portano ovunque il fascino del Natale con il suono del loro rudimentale strumento della tradizione antica presente in Europa, Africa settentrionale, in Asia, India. Questa specie di bisaccia tenuta sotto un braccio funge da camera pneumatica. Alimentata dal fiato dello zampognaro produce un suono continuo caratteristico e inconfondibile. Generalmente la sacca è di pelle di capra, e si utilizzano i fori del collo e degli arti per inserire il cannello d’insufflazione e le canne. Anticamente la sacca poteva essere assemblata anche con una vescica di pecora o maiale e in alcuni luoghi anche con lo stomaco della foca. In particolare, durante il periodo della Novena dell’Immacolata Concezione, le donne offrivano agli zampognari da bere e mangiare nonchè un obolo per buon augurio. Tra le luninarie, e le decorazioni, gli zampognari suonano in coppia “Tu scendi dalle stelle”, o “Adeste fideles” nella commozione generale.

Er Presepio

La poesia che riporto è di Trilussa (pseudonimo di Carlo Alberto Salustri). E’ di così facile comprensione che non propongo la traduzione anche per non svilire l’arguzia e la bonaria ironia proprie del vernacolo romanesco.

Er Presepio

Ve ringrazio de core, brava gente,

pé ‘sti presepi che me preparate,

ma che li fate a fa? Si poi v’odiate,

si de st’amore non capite gnente…

Pé st’amore sò nato e ce sò morto,

da secoli lo spargo dalla croce,

ma la parola mia pare ‘na voce

sperduta ner deserto, senza ascolto.

La gente fa er presepe e nun me sente;

cerca sempre de fallo più sfarzoso,

però cià er core freddo e indifferente

e nun capisce che senza l’amore

è cianfrusaja che nun cià valore.

Natale a tavola

La tavola delle feste imponeva che tutta la famiglia si radunasse intorno alla tavola, più o meno riccamente imbandita.

La sera della Vigilia di Natale si consumavano solo cibi poveri e leggeri. Consuetudine era mangiare pietanze a base di pesce. La scelta del pesce proveniva da un’antica usanza romana risalente al XII secolo, ossia il “rito della spesa del cottio”. La notte del 23 dicembre le donne si recavano al mercato del pesce per assicurarsi il pescato più fresco e saporito per il Cenone di Natale. Fino ai primi dell’800 il mercato del pesce si svolgeva nel ghetto ebraico al Portico d’Ottavia, successivamente si è trasferito a San Teodoro e poi ai Mercati Generali.

Il pesce che si portava in tavola era pesce povero, spesso una frittura di paranza, oppure alici. Nel tempo la varietà delle pietanze si è arricchita con baccalà sia fritto che in umido, arzilla in brodo di broccoli, spaghetti con vongole veraci, frittura mista di gamberi e calamari ma anche carciofi, broccoli, cardi, patate a fette, mele. I fritti erano un piatto economico che poteva essere preparato con qualunque ingrediente disponibile e aveva il vantaggio di saziare.

Dalla seconda metà del secolo passato la tradizione contempla brodo di gallina (con stracciatella, per i puristi), coratella (ossia le interiora intere dell’agnello), fettuccine fatte in casa, abbacchio al forno con patate, bollito misto e tacchino ripieno. Tipiche del territorio frusinate sono le sagne (un maltagliato a base d’acqua, farina e sale).

Il 26 dicembre la tradizione romana propone due piatti di origine popolare: la stracciatella e il lesso alla picchiapò (il nome deriva da una favola romanesca in prosa di Trilussa o dal modo in cui veniva tagliata e “picchiata” la carne prima di bollirla con le patate).

I dolci

Tipicamente romano ma diffuso in tutto il Lazio è il pangiallo.

cms_20354/4.jpg

Ha la sua origine nell’antica Roma e più precisamente durante l’era imperiale. Era, infatti, un’usanza di quei tempi distribuire questi dolci dorati, durante la festa del solstizio d’inverno, in modo da favorire il ritorno del sole.

Tradizionalmente il Pangiallo veniva ottenuto tramite l’impasto di frutta secca, miele e cedro candito, il quale veniva in seguito sottoposto a cottura e ricoperto da uno strato di pastella d’uovo.

Torrone di Alvito

cms_20354/5.jpg

Ad Alvito nella valle di Comino il protagonista è il torrone che vanta una storia di quasi 300 anni. Una pasta reale alle mandorle ricoperta di cioccolato fondente da vita a gustosi torroncini arricchiti da pistacchi, bergamotto, cacao, canditi, pinoli o rum, l’orgoglio dell’antico borgo.

Panpepato di Anagni

cms_20354/6.jpg

Il Panpepato di Anagni unisce noci, pinoli, uvetta, mandorle, nocciole e cioccolato amalgamati insieme con sapienza con una spolverata finale di pepe nero.

Serpentone

cms_20354/7.jpg

A Guarcino oltre ai famosi amaretti che hanno reso celebre il paese, durante le feste si prepara il Serpentone, un dolce che pare abbia origini pagane avvolto in una sfoglia di pasta arrotolata. Frutta secca e cioccolato sono alla base di questo dolce natalizio tipico dei Monti Ernici.

Uova stregate di Arpino

cms_20354/8.jpg

Tanto antica quanto segreta è la ricetta delle Uova stregate di Arpino, tramandata da alcune suore locali che ne custodivano con gran gelosia la “formula magica”.

A Supino dominano i “canascionetti”, una vera ghiottoneria a base di castagne, ceci, noci, nocciole e miele, ingredienti un tempo facilmente reperibili nelle campagne.

Nel basso Lazio invece si consumano dolci ispirati alla tradizione dolciaria partenopea, come i susamiegli, (dolci al miele a forma di S di origini molto antiche) e le sciuscelle, biscotti ricoperti di cioccolato che richiamano la forma delle carrube, che in tempi di carestia erano l’unico sostentamento della zona.

Antonella Giordano

Tags:

Lascia un commento



Autorizzo il trattamento dei miei dati come indicato nell'informativa privacy.
NB: I commenti vengono approvati dalla redazione e in seguito pubblicati sul giornale, la tua email non verrà pubblicata.

International Web Post

Direttore responsabile: Attilio miani
Condirettore: Federica Marocchino
Condirettore: Antonina Giordano
Editore: Azzurro Image & Communication Srls - P.iva: 07470520722

Testata registrata presso il Tribunale di Bari al Nrº 17 del Registro della Stampa in data 30 Settembre 2013

Email: redazione@internationalwebpost.org

Collabora con noi

Scrivi alla redazione per unirti ad un team internazionale di persone dinamiche ed appassionate!

Le collaborazioni con l’International Web Post sono a titolo gratuito, salvo articoli, contributi e studi commissionati dal Direttore responsabile sulla base di apposito incarico scritto secondo modalità e termini stabiliti dallo stesso.


Seguici sui social

Newsletter

Lascia la tua email per essere sempre aggiornato sui nostri contenuti!

Iscriviti al canale Telegram