LA PAGINA DELLA CULTURA NEI DIALETTI ITALIANI - VII^

Aspettando il Natale in…Liguria

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Anche in Liguria la commistione di sacro e profano non ne riduceva il clima di magia.

Ricco di colori e sapori il Natale ligure esprime il clima festoso in un caleidoscopio di tradizioni che coinvolgono adulti, bambini e persino gli animali.

Proprio gli animali, ad esempio, in terra di Liguria si ritieneva che fossero in grado di avvertire il periodo di avvento attraverso la percezione delle presenze soprannaturali. Molto diffusa era la credenza popolare che, allo scoccare della mezzanotte, Gesù Bambino prima di manifestarsi agli uomini visitasse le stalle e donasse loro la parola perché gli raccontassero tutte le sofferenze e i soprusi subiti durante l’anno dall’uomo. Il rapporto tra Gesù e gli animali era strettamente riservato e tutelato con pene severissime a carico di chi si fosse intromesso.

Per questo motivo si rivolgeva loro una particolare attenzione: i proprietari delle bestie pulivano le stalle con la scopa abitualmente usata in casa. Così pure si rigenerava il loro giaciglio con nuove foglie di castagno e in qualche comunità della Val di Vara e della Val Fontana si aveva cura di far loro assaggiare persino le pietanze del cenone natalizio. Considerando i comportamenti animali come profetici del futuro la ragione di recar loro grande rispetto era tutt’altro che oziosa.

Basti solo pensare che la notte della vigilia in Val di Vara venivano conservati pane e brodo per guarire le malattie agli occhi del bestiame. Lo stesso pane, messo sulla tavola il giorno di Natale, tagliato a forma di croce e mantenuto intonso fino alla fine delle feste, serviva a curare il mal di gola ai bambini.

La notte di Natale tra benefici e malefici

I bambini fremevano di impazienza fin dalle prime ore della vigilia: nella Notte Santa avrebbero ricevuto i tanto desiderati doni. Ponevano emozionati un piatto sul davanzale della finestra in attesa che uno spirito bianco dalle ali d’oro sarebbe sceso a deporvi dolci, noci e susine.

Di tutto ciò che veniva utilizzato durante la notte di Natale non si buttava via nulla. I carboni del fuoco del camino venivano utilizzati per scongiurare le frane del terreno dopo molti giorni di pioggia.

Particolari virtù aveva l’acqua: la fanciulla che, allo scoccare di mezzanotte, l’avesse attinta da una fontana o da un pozzo avrebbe sposato un uomo ricco e sarebbe stata felice. E’ facile immaginare il numero delle liti e delle baruffe che si scatenava tra le ragazze nubili in prossimità delle fontane.

Durante la notte di Natale si scatenavano, tuttavia, anche le forze del male: nascevano i licantropi e fattucchiere e stregoni potevano rivelare i loro segreti per guarire il malocchio.

In Val di Vara si usava mettere del filo di refe filato nelle stalle per farvi restare impigliato chi avesse avuto intenzione di fare il malocchio agli animali.

Dalla notte del 24 dicembre a quella del 6 gennaio si pensava che i morti tornassero a visitare i luoghi della loro vita: per questo si lasciava per essi la tavola apparecchiata o si invitava un povero a cena credendo che ospitasse l’anima del defunto. Udire suonare le campane, lasciare il lumino e il ceppo acceso nel camino rappresentava un gesto di sicurezza e tranquillità.

Si collocava, inoltre, un grosso ceppo nel focolare lasciando che bruciasse dalla sera della vigilia di Natale, fino all’Epifania e a Capodanno. Il ceppo prescelto era di legno di ulivo cosparso da rami di ginepro. Il fuoco esercitava un’azione purificatrice e propizia. Si credeva che il ceppo proteggesse dai temporali: in Val di Vara si raccoglieva il carbone dal focolare il giorno di Natale per rimetterlo un poco sul fuoco tutte le sere fino all’anno nuovo. Gli anziani erano trevano aruspici dal ceppo ardente o dai chicchi di grano lanciati nel focolare spento con il rito dell’ u ziguà: se il chicco saliva verso monte, il raccolto sarebbe stato abbondante, scarso in caso contrario.

Il falò, acceso la vigilia di Natale era luogo di ritrovo e socialità. In valle Argentina, Nervia, Bevera e Roja, per la vigilia di Natale, si accendono ancora oggi grandi falò e fuochi che si vuole brucino per scaldare Gesù Bambino. In passato u foegu du Bambin, come veniva chiamato, bruciava fino all’Epifania.

Anche a Triora, a Carpasio, ad Andagna di solito veniva acceso un grosso falò nella piazza della chiesa, mentre a Badalucco si offriva, dopo la messa di Mezzanotte, il torrone preparato con due grosse tenaglie sul falò.

Nei borghi montani più legati alle tradizioni pastorali (Mendatica, Briga, Pigna e altri), si portava un agnellino durante la messa di mezzanotte: in braccio al pastore più anziano e infiocchettato con nastri rossi, accompagnava con i suoi belati la funzione religiosa.

Durante la Notte di Natale nei borghi di Dolceacqua, Pieve di Teco, Pornassio faceva la sua apparizione il lambardan, un uomo vestito di bianco, armato e con abiti sgargianti con il compito di vigilare sul corretto comportamento dei fedeli.

A proposito della tirchieria dei genovesi

I genovesi hanno fama di essere assai poco prodighi ma ciò non valeva per la notte di Natale quando i commercianti regalavano ai clienti un piccolo dono detto dinâ da noxe, denaro della noce (simbolo di prosperità e benessere).

Ai bambini, invece, i negozianti regalavano torroncini. Sulla tavola imbandita non poteva assolutamente mancare la michetta di pane bianco, da dare ai poveri: rappresentava un simbolo propiziatorio insieme allo scopino di erica benedetto durante la Messa di mezzanotte, ad una manciata di sale e alla cassoa (il mestolo forato).

L’alloro

cms_20282/2v.jpgL’alloro, tipica pianta natalizia genovese, rappresentava (e rappresenta ancora oggi) un simbolo beneaugurante sia nelle case che nelle cerimonie pubbliche.

Il giorno della vigilia lo si utilizzava per addobbare la casa insieme a bacche di ginepro, rametti di ulivo, maccheroni, noci e nocciole. Nel giorno di Natale un ramoscello d’alloro, detto u çimello, decorava il pandolce.

Un ramo di alloro lo si donava alle lattaie che dalle colline dell’entroterra genovese portavano il latte nelle famiglie. Macellai e rosticcieri lo usavano per adornare le loro botteghe.

Nelle occasioni pubbliche, come ho detto, l’alloro rivestiva analogo contenuto propiziatorio.

Nel sabato che precede il Natale ha ancora luogo la cerimonia del Confeugo, una tradizione documentata dal XIV secolo (ma probabilmente più antica) molto sentita a Genova e a Savona.

La storia narra che l’Abate del Popolo (che rappresentava la popolazione) regalasse al Doge, l’antico signore della città, un grosso ceppo di alloro, legato con nastri bianchi e rossi – i colori della bandiera genovese con la croce di San Giorgio – che veniva pubblicamente bruciato in piazza come simbolo beneaugurante per l’anno venturo. Alla cerimonia partecipavano anche i popolani, che al termine cercavano di portare a casa un piccolo tizzone come amuleto portafortuna.

Oggi la tradizione viene ancora rispettata e dopo un corteo storico per le strade della città il figurante dell’Abate dona al Sindaco il ceppo e il falò in Piazza segna l’inizio delle festività natalizie liguri.

Il Presepe

In tutta la Liguria è molto osservata la tradizione presepiale. L’arte presepiale in Liguria nasce e si sviluppa in età barocca specialmente a Genova dove più numerosa era la committenza delle famiglie dominanti (per blasone e censo) nella repubblica da poco costituita. Le prime produzioni erano statuine intagliate nel legno, dorate e dipinte. Le figure presenti della Natività divennero espressione di un costume devozionale nelle processioni durante le quali era usanza trasportare a spalla grandi statue di legno dipinte (che già agli inizi del XVII sec. erano rivestite con abiti d’epoca), commissionate dalle varie Confraternite come quelle del “Presepio” e dei “Re Magi”. La miniaturizzazione dei personaggi presepiali, eseguite anche con materiali preziosi o di pregio come l’oro, l’argento, l’avorio, l’alabastro, si realizzò nel tempo nei laboratori e nelle scuole di scultura e pittura ad opera di orafi, pittori, scultori.

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Nel corso del ‘600 e soprattutto nel ‘700 si moltiplicano i personaggi che componevano la scena presepiale ligure: ai pastori si aggiunsero contadini, artigiani, nobili e popolani, paggi, mendicanti e animali da pascolo e da cortile. Dalle statuette lignee dipinte si giunse a realizzare manichini di legno abbigliati con vesti povere o sontuose a seconda del personaggio rappresentato. L’abilità dell’artista si concentrò sulle teste, sui volti dagli occhi di vetro e sulle mani.

L’esercito napoleonico penetrato nel territorio sovvertì il vecchio ceto dominante estinguendo la committenza nobiliare e borghese ma non riuscì ad infrangere le tradizioni devozionali.

Così all’inizio del ‘800 nelle chiese ripresero le sacre rappresentazioni su testi in vernacolo e in lingua insieme alla tradizione del presepe, non più scenografico ma ridimensionato in piccole composizioni in legno, in terracotta o in argilla, in cui si cimentavano i figurinai e le figurinaie.

Una curiosità. Le figurinaie avevano tutte un soprannome che le individuava quasi a costituire il marchio di fabbrica: “Campanàa”, “Circia”, “Fata Geìnìn”, “Nanìn a Cioa”, “Tere a Russa”, “Mominìn” fino all’ultima depositaria di questa ingenua ma poetica forma di artigianato, Beatrice Schiappapietra che ha operato ad Albisola fino al 1970.

Aia de Natale

E’ la poesia dialettale che offre un’immagine del tempo di Natale in Liguria.

Luxe scintillanti in te vedrinn-e

tra i rumori assordanti da cittæ,

reste coloræ de lampadinn-e

e donne infreidoie impelissæ.

I maxellæ c’han da dâ in te l’euggio

pe vende i mëgio stalli preparæ

anche l’entrata addobban con l’aofeuggio

coscì fan un sacco de dinæ,

e cornamuse stan sunnando e nenie

mentre a vegetta de rostie

a çende o feugo, ma primma a leva a çenie

pe poei fâ in moddo che o fornello o tïe.

In tutte e gëxe han zà preparòu

un nïo de paggia lì tra l’äse e o beu

co-a Madonna e san Giöxeppe inzenoggiòu

aspëtando che nasce o so figgeu.

(Traduzione)

Luci scintillanti nelle vetrine

tra i rumori assordanti della città,

file colorate di lampadine

e donne infreddolite impellicciate.

I macellai che devono attirare l’attenzione

per vendere i pezzi migliori

hanno addobbato l’entrata con l’alloro

così fanno un sacco di denari,

le cornamuse stanno suonando le nenie

mentre la vecchietta delle castagne arrostite

accende il fuoco, ma prima leva la cenere

per fare in modo che il fornello tiri.

In tutte le chiese hanno già preparato

un nido di paglia lì tra l’asino e il bue

con la Madonna e san Giuseppe inginocchiato

aspettando che nasca il loro figliolo.

Natale in famiglia

In Liguria la Vigilia era caratterizzata da un rigoroso digiuno ed è per questo che oggi non troviamo un menù tradizionale bensì diversi piatti della tradizione italiana.

Il giorno di Natale possedeva per la famiglia un valore enorme: il capofamiglia chiudeva la porta per lasciare fuori il mondo e portare la serenità nella famiglia raccolta in casa.

cms_20282/4v.jpgPer il pranzo di Natale due erano previsti: i natalini (lunghe penne lisce) in brodo di cappone o i ravioli conditi con u tuccu, il sugo dell’arrosto che cuoce molto a lungo e molto lentamente, In passato spesso piccole polpette di salsiccia galleggiavano nel brodo come riferimento simbolico alle monete e quindi, augurio di prosperità.

In tempi poveri il cappone venne sostituito dal capponmagro, una terrina di strati di pesce bianco (generalmente branzino, dentice, cappone o nasello), verdure come la barbabietola, il cavolfiore, i carciofi alternati a strati di gallette e salsa verde (una salsa al prezzemolo olive e capperi).

La Cima (unpezzo di pancia di vitello cucito a mano per creare un sacco o tasca e poi riempito con un composto di uova, piselli, pinoli, formaggio, polpa di vitello e frattaglie) era il piatto tradizionale della gastronomia destinata ai ricchi.

cms_20282/5.jpgDolce tipico di questo periodo dell’anno era il pandolce (un composto basso di pasta farcita con uvetta, cedro candito, pinoli (immancabili nelle ricette liguri), acqua di fiori d’arancio e zibibbo).

Stando alla leggenda, il pandolce sarebbe nato nel ‘500, quando il doge Andrea Doria bandì un concorso tra i maestri pasticceri di Genova per un dolce rappresentativo della città. Vinse il pandolce: nutriente, a lunga conservazione e adatto ai lunghi viaggi in mare.

Antonella Giordano

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