LA PAGINA DELLA CULTURA NEI DIALETTI ITALIANI - VI^

Aspettando il Natale in…Friuli Venezia Giulia

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Nella tradizione popolare tempo di Avvento del Natale in Friuli ha molte affinità con quello del Trentino Alto Adige e del Veneto. Anche in questa bellissima Regione d’Italia i mercatini tipici sono incantevoli, specialmente quello di Sauris, in provincia di Udine, dove si trovano i rinomati prosciutti, dolci, miele, conserve, sciroppi e grappe.

A differenza di altre Regioni il Friuli, a causa delle vicende politiche, non risentì molto l’influenza del Presepe, eccezion fatta per quello di Cividale del Friuli, realizzato nella prima metà dell’800.

Molto radicati e suggestivi sono, invece, i riti e le tradizioni in cui nella sacralità del Natale si manifestano retaggi di antiche culture commiste alla religione cristiana.

San Nicola e i Krampus

Sono tante le località della Carnia e della Pedemontana friulana in cui il 5 Dicembre, prima che il sole tramonti, si festeggia ancora oggi San Nicola. Come da tradizione, il Santo accompagnato da Angeli, distribuiva frutta secca ai bimbi buoni. Sul far della sera San Nicola scompariva lasciando la gente alla mercè dei Krampus, i temibili diavoli che avrebbero scorrazzato per tutta la notte alla ricerca dei bambini cattivi.

Il Missus

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I friulani hanno custodito nel tempo l’osservanza del Missus o novena, il rito della chiesa aquileiese che, nei nove giorni che precedono il Natale, prevede la recita comunitaria in Chiesa della preghiera (che ha inizio con l’omonimo canto del Missus, il brano evangelico in cui si riferisce dell’annuncio dell’Angelo a Maria (Lc 1, 26-38) di preparazione alla celebrazione della nascita di Gesù.

Va detto che la melodia generalmente varia da un paese all’altro pur mantenendo l’impostazione tipica del canto aquileiese.

Il Nadalin

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Come detto in premessa, nelle celebrazioni presenti nella tradizione popolare e contadina friulana la sacralità del Natale conserva significative ascendenze pagane, quali quelle proprie del Dies Natalis Solis Invicti, la festa dedicata alla nascita del sole legata al culto del dio Mitra: una ricorrenza in cui, dal III sec. d. C., si coniugava il solstizio invernale con il culto cristologico incentrato sul sole.

Alla celebrazione del dio-sole è riconducibile probabilmente anche la tradizione del ceppo natalizio (in dialetto zoc di Nàdal o Nadalin) osservata dalle famiglie raccolte dinnanzi al focolare domestico (fogolâr). Pur essendo di origini pagane essa venne mantenuta in epoca cristiana per simboleggiare la potenza ardente dell’amore espresso dalla Natività di Gesù.

Il Nadalin, di faggio, quercia o gelso, veniva scelto durante l’anno e poi fatto stagionare per garantire l’ottima resa di calore e la lunga durata. I contadini pensavano che dalla grandezza del ceppo, derivasse la grassezza del maiale e, dunque, investivano molto tempo nella scelta oculata dello stesso.

Prima della Messa della Vigilia provvedeva ad accenderlo il membro della famiglia più giovane. Il più anziano, invece, era tenuto a vigilare il focolare fino all’Epifania perché non si spegnesse. Il Nadalin doveva rimanere acceso fino a Capodanno, ma se fosse rimasto ardente fino all’Epifania, l’anno venturo si ritenevache potesse essere propizio. Nulla si sprecava: dopo l’Epifania, la cenere veniva posta ai quattro angoli dei campi affinchè i raccolti fossero protetti da grandine e temporali.

I Pignarûi

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Uno dei più antichi riti friulani è il Pignarûl, probabilmente legato all’adorazione di Beleno (o Belanu), divinità protoceltica della luce, in onore della quale si eseguivano sacrifici e riti collegati ai cicli solari.

Adorato dai Celti continentali ed insulari Beleno era noto per la sua influenza sulla luce solare e di conseguenza sull’agricoltura e sull’allevamento degli animali dell’epoca protostorica. Sovrintendeva, inoltre, sull’illuminazione della psiche nell’accezione spirituale e mentale, come guida alle innovazioni ed invenzioni. Iscrizioni con suo nome sono state rinvenute a sud della Gallia sia cisalpina che transalpina e dall’Illiria fino alle isole britanniche a nord. Il culto era anche il fulcro della religiosità dei Carni e ad Aquileia dove vi era un tempio a lui dedicato (come probabilmente a Zuglio). Erodiano racconta con minuzia di particolari l’assalto dell’imperatore Massimino il Trace ad Aquileia (238 d.C.) quando Beleno fu visto difendere le mura della città.

Il Pignarûl, chiamato, a seconda la zona, anche Panevin, Foghere, Fogoron, Fogaròn, Foghera, Fugarizze, Boreòn, è un’alta catasta di legna, fieno e stoppie che viene accesa, al calar del sole, il 5 gennaio o molto più frequentemente la sera del 6 Gennaio. La preparazione della catasta, viene realizzata dai Pignarulârs, i giovani del paese. Il rito del fuoco è il momento conviviale in cui tutta la comunità infreddolita si raduna ballando, cantando e sorseggiando il vin brulè per riscaldarsi. La direzione che prende il fumo, una volta acceso il Pignarûl, non era indifferente perchè del fumo, quindi, è indicazione di un buono o cattivo anno.. Un antico proverbio friulano diceva che se il fum al va a soreli a mont, cjape il sac e va pal mont; se il fum invezit al va de bande di soreli jevât, cjape il sac e va al marcjât ossia che se il fumo va a occidente, prendi il sacco e va per il mondo; se il fumo invece va a oriente, prendi il sacco e va al mercato.

Per contro, la ciclica morte del dio della luce veniva ricordata con feste come Yule o Imbolc, intorno alla fine di dicembre.

Nonostante la cristianizzazione, questa usanza persistette attraverso i secoli, giungendo fino ai giorni nostri praticamente immutata. Il rito del Pignarûl è molto sentito in tutto il Friuli, in particolare a Tarcento dove la sera del 6 gennaio viene acceso, nei pressi dei resti del castello medievale, il Pignarûl Grant, che a sua volta dà il via all’accensione di tutti i Pignarûi della conca tarcentina. All’evento, partecipano ogni anno migliaia di persone.

Le Cìdulìs

cms_20274/5.jpgAi Pignarûi, talune volte, si accompagna anche l’antico rito delle Cìdulìs caratterizzato dal lancio da un’altura di rotelle di legno di faggio o abete infuocate. Il Tîr des Cìdulìs (o Cidulas o Cidules), un’antica tradizione (ci sono testimonianze a partire dal 400 d.C.) della Carnia di probabile origine celtica, viva in molte altre località alpine. Anche questo rito è probabilmente legato al culto del dio Beleno.

I protagonisti del rito sono i ragazzi (soprannominati cidulârs ma prima dell’abolizione del servizio di leva erano generalmente i coscritti chiamati appunto coscritz). Secondo la tradizione, ogni lancio deve essere accompagnato da una filastrocca beneaugurante generalmente dedicata ad un amore segreto, reale o desiderato).

La cerimonia ha comunque diverse varianti a seconda della zona in cui viene praticata. In alcuni paesi della Val Degano lis cidulis sono un augurio di buona fortuna per l’anno successivo a tutte le coppie del paese, spesso accompagnato da un ballo cui partecipa tutta la popolazione.

La vigilia per i giovani piccoli e grandi e per gli innamorati

LaMessa di mezzanotte richiamava tutta la comunità ed era essa stessa non solo momento di preghiera ma anche di condivisione di brodo caldo e vin brulè con pezzetti di mela, mela cotogna arrostita profumata con chiodi di garofano, cannella e buccia di limone. Durante la cerimonia venivano, inoltre, donate ai presenti noci in segno di prosperità e abbondanza. In casa, rimaneva sempre una persona ad accogliere la famiglia al rientro dalla chiesa.

I piccini e gli innamorati avevano un ruolo importantissimo in seno alla famiglia. Il capofamiglia, seguito dal figlio più grande che portava l’acqua benedetta, benediceva ogni angolo della casa mentre il più piccolo dei figli reggeva le chiavi di ogni stanza. Conclusa la benedizione le donne preparavano i dolci che sarebbero stati consumati dalla famiglia riunita attorno al fogolar o alla stufa dopo le pietanze “in bianco” (pasta e fagioli con l’olio nuovo, bigoli in salsa, baccalà, lumache, pesce arrostito o lessato, anguilla con il radicchio).

In alcune località del Friuli, il giorno della vigilia di Natale, i bambini andavano in giro per le vie tenendo in mano una stella (simbolo della Natività) montata su di un bastone: si recavano di portone in portone intonando canti natalizi per ricevere, in cambio, frutta o dolci. L’usanza si rinnovava a Capodanno quando gruppi di cantori giravano di casa in casa per augurare un anno propizio.

Dopo la Messa di mezzanotte le giovani ragazze erano in trepidazione: ricevere l’acqua Santa o trovare un ceppo sulla porta di casa erano una dichiarazione d’amore. Le giovani fidanzate e le ragazze da marito gettavano una noce sul fuoco e, dallo scricchiolio nel bruciare, interpretavano l’intensità del rapporto d’amore.

Una credenza molto diffusa voleva, poi, che la notte di Natale gli animali potessero parlare.

Aga santa dai Tres Res

(E’ la poesia dialettale più diffusa)

Aga santa dai Tres Res

jo ti buti ta chest cjamp

jo ti buti ta chest ciavés,

il Signòr va cjalant

e il demoni va scjampant

Pari, Fili, Spirtu Sant!

Traduzione

Acqua santa dei Tre Re

io ti butto in questo campo

fino al punto più lontano

il Signore va guardando

e il demonio va scappando

Padre, Figlio, Spirito Santo!

Natale nella tradizione gastronomica

Il menù di Natale friulano è fortemente legato alla tradizione enogastronomica del territorio, fatta di preparazioni semplici, piatti tipici e una forte presenza nel periodo invernale della carne suina. La fine dell’autunno è, infatti, la stagione delle purcitate ovvero le feste popolari che, nelle famiglie e nei paesi, segnano la giornata in cui viene ucciso il maiale.

Tra gli ingredienti della tradizione ci sono il biga e l’olio tergeste.

Il biga è un pane di farina di grano tenero, acqua, lievito naturale, lievito di birra, sale. L’ olio tergeste, di colore oro verde con odore fruttato medio con sentori di mandorla ed erba fresca da poco falciata ha il sapore fruttato deciso e piccante con note leggermente amare, si accompagna bene con il pesce dell’Adriatico, con le carni cotte ai ferri e allo spiedo, con la polenta, con i bolliti misti e le minestre triestine. (fonte: Cibario del Friuli Venezia Giulia - Atlante dei prodotti della tradizione - ERSA, 2002).

La cena della Vigilia, come detto, è rigorosamente di magro e la portata principale della cena è una minestra, senza brodo o condimenti di carne.

Il pranzo di Natale si apre spesso con la minestra d’orzo e ha come seconda portata il cotechino con i crauti. A Trieste si prepara la “putizza”, un dolce di origine slava a base di frutta secca avvolta nella pasta lievitata, mentre in Carnia si preparano i calzoni (cjalzòns).

cjarzons

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I cjarzons sono ravioli di grano tenero tipici della Carnia preparati con ingredienti che variano di famiglia in famiglia, tra cui uva passa, pinoli, cioccolato fondente, erbe selvatiche, spinaci, cannella. Serviti caldi, vengono conditi con una grattugiata di ricotta affumicata, la “scuete”. Un’alternativa dal sapore non troppo distante è quella degli gnocchi di patate ripieni di susine, tipici anche della Venezia Giulia.

Sulla tavola di Natale figurano la brovada e muset, la tipica zuppa di rape acide e cotechino che viene servita con polenta ma anche il cappone e la trippa con sugo e formaggio.

Brovada e muset

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La brovada si ottiene facendo macerare delle rape nelle vinacce e tagliandole poi in tante listarelle sottili, che vengono cotte e insaporite con le erbe aromatiche. Sono il contorno perfetto per il musetto, una sorta di cotechino tipico che viene fatto lessare, tagliato a fette e infine servito su una base di brovada.

Il pranzo di Natale si conclude con la gubana, un dolce di pasta lievitata, con ripieno, cotto a forno, a forma di chiocciola. Gli ingredienti di base sono farina di frumento, zucchero, uva passa, uova, burro, olio di semi, noci, pinoli, latte, sale, limone in essenza o scorze, vaniglia.

Gubana

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Gli strucchi, invece, sono dolcetti tipici delle Valli del Natisone al confine con la Slovenia, e consistono in una specie di focaccia ripiena di frutta secca. Sono deliziosi inzuppati nella grappa.

Nella Venezia Giulia cambiano le tradizioni e i sapori sulla tavola del Natale. Il primo piatto del giorno di Natale era la Jota, una minestra a base di fagioli, crauti e patate che richiedeva una preparazione molto lunga.

La tradizione dolciaria locale risente ancora oggi dell’influenza culturale austroungarica. Un classico esempio sono la putizza (una focaccia dolce arrotolata su se stessa e ripiena di frutta secca, cannella e rhum, secondo la ricetta introdotta da Ferdinando Massimiliano D’Asburgo nel 1864) e il presnitz, secondo dolce tipico triestino preparato sempre con frutta candita, frutta secca e rhum.

Antonella Giordano

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