LA NOSTRA MEMORIA

Alla prova dell’overload informativo

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cms_23065/1.jpgUna memoria illimitata, un oceano di dati, immagini, video e informazione che come uno tsunami si abbattono sul navigatore della rete. A fronte di un archivio che l’umanità non ha mai conosciuto prima, vi è la nostra fisiologica limitatezza nel poter e saper ricordare tutto. Il nuovo Golem, come definito da Giuseppe Longo, sembra in possesso di un deposito senza apparenti confini e di dimensioni globali, una sensazione ancora più vivida quando si utilizzano i motori di ricerca, veri dominus della nostra vita online. L’infinità di dati di fronte ai quali ci troviamo spesso non sono strutturati, spesso peccano di qualità e ancor più spesso si rivolgono a una massa di lettori disattenti e poco propensi all’indagine e al confronto (come al contrario può avvenire attraverso la consultazione dei manuali cartacei). Il navigatore solitario, l’utente del web, raccoglie come Pollicino frammenti di un discorso per forza di cose non è organizzato ma viene lasciato alla mercé della capacità critica e selettiva del singolo. La memoria associativa, non strutturata ed evocativa della rete non fa altro che giustapporre link ad altri link proprio come si farebbe nell’organizzazione di un archivio all’interno però di un enorme hangar/deposito pieno zeppo di informazioni.

cms_23065/2_1630809485.jpgMolti tra semplici studiosi, esperti di nuovi media e ricercatori hanno analizzato gli effetti di un processo che storicamente è avvenuto in un lasso di tempo molto limitato, ovvero a cavallo tra il XX e il XXI secolo; mi riferisco alla diffusione delle reti telematiche in ogni angolo del pianeta e alle successive e doverose domande se un fenomeno di così larga ampiezza potesse o meno influire sulle funzioni psico-fisiche del singolo utente. Lo scrittore Nicholas Carr, per esempio, si è posto, dando il titolo anche a un suo famoso libro, se internet ci rende stupidi. Carr sostiene infatti che il pensiero astratto e la memoria associativa a lungo termine sono le prime a essere messe in pericolo dal predominio della fruizione digitale e non lineare della rete. Il tanto osannato multitasking, per esempio, sempre secondo Carr, porterebbe a performance più basse e a svolgimento di compiti in tempi più alti. La posizione di Carr è probabilmente di estrema cautela nei confronti di una tecnologia oggi osannata da più parti, in particolar modo dai nativi digitali, come la panacea di tutti i mali, ma evidenzia comunque una posizione chiara e netta tra due differenti modalità cognitive di approccio ai contenuti che se ieri potevano privilegiare una certa area della nostra corteccia cerebrale, oggi la possono andare a restringere e viceversa. Forme e modalità di utilizzo della memoria sono cambiate nel corso dei secoli e oggi stanno cambiando ancora più velocemente (pensiamo all’approccio con i nostri smartphone e alle conseguenze su alcune aree del cervello).

cms_23065/3.jpgLa nostra è un’epoca dalla tecnologia fortemente caratterizzante che incide sulle capacità di attenzione selettiva, per overload informativo, e sulla maggiore difficoltà nell’archiviare nella memoria a lungo termine. Probabilmente ha ragione Jenkins quando afferma che il multitasking e l’attenzione sono abilità complementari usate entrambe dal cervello in maniera strategica per affrontare meglio i limiti della memoria a breve termine. Si tratterebbe dunque di una nuova modalità di apprendimento all’interno di una nuova e inedita ecologia dei media, un riposizionare l’attenzione in modo continuo su un determinato contesto cognitivo per subito dopo riposizionarlo su un altro, a seconda del compito svolto in quel momento. La memoria si sarebbe allora adattata alle nuove sfide provenienti dal reale, dalle mutazioni avvenute con l’avvento dell’intelligenza digitale, da quell’unità binaria ed euristica chiamata da Battro “opzione click”, un principio nato nella civiltà industriale e sviluppatosi rapidissimamente negli ultimi decenni grazie all’avvento dei pc. È il continuo e innato clickare su un link o su una pagina che ha permesso lo sviluppo di un’inedita forma di intelligenza diffusa con le tecnologie digitali. L’uso quotidiano di strumenti digitali sta modificando la configurazione dei nostri neuroni, di un cervello che è utile ricordare, mostra non solo un alto grado di plasticità ma anche un alto grado di sviluppo in relazione alle tecnologie che usiamo. Il pragmatismo interazionale imposto dal web, incarnato da una congerie di simboli identificanti codici digitali, sono l’esempio di una memoria che si manifesta e si espande grazie a un codice caratterizzante intuitivo facilmente riproducibile, una differenza strutturale che non può che intaccare quella logica del concreto del passato.

Andrea Alessandrino

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