LA NEVE E LA NEBBIA

Stesso colore, stessa vanità

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Sono nato nel paese della nebbia e della neve. Prima che il clima subisse quello che oggi vediamo, ricordo le sensazioni che questo connubio faceva nascere.

E sì, non userei altra parola se non: connubio. Come dire: un volo a giuste nozze.

Chi era il sacerdote che dava significato a questa unione? Il silenzio.

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Ciò che mi attraeva in quello stato era un silenzio pieno di me stesso, un silenzio che non frapponeva, anzi eliminava ogni ostacolo e riportava sotto i miei occhi tante cose che mi erano sfuggite. Certo che parlare di “sotto gli occhi” in una tale situazione di nebbia è quasi un ossimoro: non vedere nulla per vedere quasi tutto.

Mia nonna abitava un po’ fuori città, dove non arrivava il calore di luci, auto, folla che faceva sollevare la nebbia; nel giro di pochi metri, da una situazione di buona visibilità, si saltava in un bicchiere di orzata. Scendevo dall’autobus e cominciavo a camminare, a dirla tutta rallentavo anche un po’ perché mi saliva sempre più questa voglia di silenzio. Solo i saluti piacevolmente urlati da nonna avevano il diritto di interromperlo!

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Insomma, la neve sotto le scarpe dava ai passi un suono impercettibile, la nebbia sempre più fitta finiva l’opera, nessuna distrazione. Una sola certezza: avrei ritrovato la casa che cercavo perché conoscevo passo per passo ogni momento di quel tragitto. Una strada certa e, come si dice: un porto sicuro. Questo mi rendeva sereno e felice.

In quel tragitto fatto di silenzio ricordavo il passato e sognavo il futuro. Il presente era talmente sfuggevole che, impegnato a vedere dove mettevo i piedi, ancora oggi non me lo ricordo.

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Questa è un’immagine lontana; mi è tornata alla mente qualche giorno fa quando, camminando in mezzo a neve fresca e immacolata ho alzato gli occhi: anche ora stavo attento a dove mettevo i piedi, ed ho visto tra la nebbia, non era proprio fitta come quella d’allora, i resti di un castello (Castello di S. Potito-Ovindoli).

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Ancora una volta il silenzio mi ha portato a volare e questo volo mi ha consegnato a quel luogo di fantasia ben descritto nell’incipit de “Il nome della rosa”:

“Dove si arriva ai piedi dell’abbazia e Guglielmo dà prova di grande acume. Era una bella mattina di fine novembre. Nella notte aveva nevicato un poco, ma il terreno era coperto di un velo fresco non più alto di tre dita.”

Se ci ricordiamo del libro e poi del film, seppure nella concitazione della trama un po’ da libro giallo, la fa da padrone il gran silenzio che regna in quella abbazia, nella miseria che la circonda, tra i frati intenti a comporre preziose miniature e nelle meditazioni del protagonista.

Un altro bel connubio tra nebbia e neve, due silenziatori dei rumori del mondo.

Così avvolto cantavo nella mente quella canzone di Franco Battiato: E ti vengo a cercare. Continuava la misticità del momento.

“Ti vengo a cercare perché sto bene con te, perché ho bisogno della tua presenza.”

“E ti vengo a cercare con la scusa di doverti parlare perché mi piace ciò che pensi e che dici perché in te vedo le mie radici.”

Ecco, perché anche nella solitudine silenziosa noi abbiamo sempre una necessità di relazione, astratta o concreta che sia, un’altra entità con cui relazionarci. Non un fatto paranoico ma un domandare e rispondere a noi stessi sdoppiando la nostra anima. Quella che a volte silenziamo perché imbarazzante.

Neve e nebbia ci levano dal rossore di timidezza ed emozione consegnandoci alla nudità della nostra mente. Quella che in fondo in fondo respingiamo quando ci dice la vera realtà.

Eccola di nuovo l’idea del connubio. Porre due realtà nude una di fronte all’altra, due realtà che si aprono ad un completo confronto, due realtà che scelgono di vivere inseparabilmente unite in un unico silenzio pieno di voci e pensieri.

La neve e la nebbia, stesso colore, stessa vanità, fuggevoli come il tempo che di nascosto scorre.

(Le immagini sono state realizzate dell’autore)

Daniele D’Amico

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