LA NEOLINGUA DELL’ECONOMIA: DAI POVERI AI RICCHI (parte seconda)

L’economista Fitoussi critica la teoria mainstream che nel cambiare la semantica del linguaggio economico ne ha anche fissato i principi di politica economica a detrimento dei lavoratori

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Capitolo quinto: “Venditori di mele”.L’autore affronta il tema delle politiche dell’austerity. Innanzitutto ritiene che queste ultime abbiano fallito nei risultati proposti. Certamente la misurazione del PIL può dare la sensazione di una crescita del reddito disponibile e pro-capite, ma se si analizzano delle altre grandezze, come per esempio il benessere, si nota che la popolazione era più felice in precedenza ed aveva maggiori prospettive di futuro rispetto alla situazione attuale.

La questione del lavoro è centrale. L’errore della teoria classica è di considerare l’occupazione come una scelta tra lavoro e svago senza considerare che tale scelta è impraticabile per molti lavoratori, che di fatto sono costretti a scegliere dei lavori ed a rinunciare allo svago o al contrario ad essere disoccupati senza i vantaggi dello svago. Fitoussi anche in questo caso richiama alla centralità delle teorie keynesiane. È necessario l’intervento pubblico anche perché i mercati hanno dimostrato di essere ampiamente inefficienti. Un esempio di tale inefficienza consiste nel fatto che nessuna assicurazione sarebbe disposta ad assicurare un lavoratore oggi rispetto alla possibilità di perdere il lavoro nel futuro. E poiché tale prospettiva è probabile per molti lavoratori, occorre che intervenga lo Stato per assistere i cittadini che hanno necessità in quanto disoccupati. Invece quello che accade nel mercato del lavoro è l’esatto contrario. Il surplus viene sottratto lavoratore e viene assegnato agli azionisti nella riduzione della protezione del lavoro. La neolingua ha così modificato il significato della parola “riforme”. Le riforme mancano di migliorare la condizione del lavoratore: sono bensì degli strumenti per creare le condizioni del mercato concorrenziale in grado di ridistribuire valore dal lavoratore agli azionisti. L’errore degli economisti e del governo è credere che sia sostenibile un sistema di produzione internazionale basato sulla riduzione del costo del lavoro. Se i salari si abbassano ad un certo punto i lavoratori possono mancare di ricevere dei salari di sussistenza anche se l’economia è competitiva. Tale condizione richiede l’intervento dello Stato come uno strumento di riorganizzazione del sistema economico.

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La teoria economica neoclassica ha negato la presenza della disoccupazione involontaria, come nella teoria di Robert Lucas. Se un lavoratore vuole lavorare subito trova un posto di lavoro pronto. Il risultato del dominio dell’economia mainstream consiste nel fatto che i governi riducono il ruolo dello Stato, potenziano il ruolo del mercato, e favoriscono la redistribuzione della ricchezza e del valore aggiunto dai lavoratori agli azionisti, dai poveri ai ricchi. Una soluzione a questa condizione consiste nel predisporre dei salari fissi e stabili tali da sottrarre il lavoratore alle incertezze del mercato.

Capitolo sesto: “Il rumore della felicità che se ne va”. L’autore affronta il tema delle tasse. Ridurre le tasse sui deboli è considerata una politica efficiente. Il senso delle politiche di riduzione del carico fiscale ai poveri consiste nella possibilità di aiutare coloro che non ce la fanno. Tuttavia le misure una tantum sono criticate per la mancanza di prospettiva futura. La tassazione delle imprese, soprattutto internazionali, vede lo Stato soccombere rispetto al potere di contrattazione delle grandi corporations. L’autore fa riferimento alla circostanza che le lobbies hanno capacità di agire per la riduzione delle imposte nei singoli settori o per ottenere incentivi fiscali. Tale situazione crea una “competizione fiscale” tra i paesi che cercano di ridurre le tasse sulle imprese e sui ricchi per ottenere la domiciliazione. L’insieme di queste politiche porta alla precarietà: la concorrenza fiscale diventa un ulteriore strumento per la riduzione del benessere dei lavoratori. Il patto tra Stato e cittadini sembra essere rotto, almeno per i cittadini poveri, per il fatto che essi non hanno i vantaggi della crescita né sono assistiti nelle crisi.

Capitolo settimo: “Le ragioni del torto”. In questo capitolo si affronta il tema della presenza di una dimensione partitica della neolingua. E certamente la neolingua è per le élite. Tuttavia l’autore sostiene che queste ultime hanno smesso di esprimere partecipazione per l’interesse generale ed hanno iniziato a curare i propri interessi particolari. L’obiettivo delle élite è permanere al potere. Le politiche economiche delle élite sono rivolte ad aumentare la diseguaglianza. La società diventa precarizzata. I disoccupati vengono colpevolizzati per la loro mancanza di capacità di restare nel mercato del lavoro. Il problema consiste per i lavoratori nello sfruttamento: esiste infatti lo sfruttamento del lavoro se la produttività è superiore al salario. L’autore critica la Germania per il fatto di esportare disoccupazione attraverso il surplus commerciale. Inoltre l’idea stessa di una politica commerciale globale basata sui surplus commerciali è priva di applicazione in quanto il numero di importatori è insufficiente per accogliere l’insieme dei prodotti e servizi esportati. La mancanza delle possibilità di svalutare l’euro peggiora la situazione. I costi dell’Europa sono quindi pagati dai lavoratori. Tuttavia, poiché la domanda di servizi è molto ampia nell’economia, è possibile un processo di crescita economica sostenuto dall’occupazione. Occorre quindi riconsiderare i vantaggi del debito e investire in infrastrutture, scuole ed ospedali.

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Capitolo ottavo: “Il mercato siamo noi”. Nel capitolo conclusivo l’autore cerca di individuare anche il significato politico delle critiche all’economia di mercato ed alla neolingua. Chiaramente esiste un conflitto tra popolo ed élite, che le élite stanno vincendo. Tale impoverimento della popolazione diventa anche uno strumento che riduce il significato della democrazia. L’autore riprende la critica all’idea della possibilità di una politica dei surplus commerciale che sia generalizzata ad ogni paese senza considerare i deficit commerciali. I processi di redistribuzione e di competitività sono stati possibili con la compressione della componente dei salari del lavoro rispetto ai profitti delle imprese e degli azionisti. L’effetto netto è stato la crescita delle diseguaglianze. Fitoussi torna a criticare le politiche dell’austerità e propone uno stato federale per l’Europa. L’autore propone quindi di redistribuire parte della ricchezza e del valore aggiunto ai lavoratori. La mancanza della piena occupazione impoverisce il potere contrattuale dei lavoratori. La dinamica della svalutazione dei salari riduce le prospettive di benessere dei lavoratori.

Per concludere. L’autore riprende la necessità di valutare altre grandezze economiche diverse dal PIL per valutare il benessere della popolazione. Infatti, se si guarda al Pil sembra che l’economia funzioni. Se si guarda al benessere vengono in luce gli elementi di preoccupazione, precarizzazione della società. L’autore ritiene che l’aumento della condizione dei lavoratori, dei pensionati sia la soluzione alle diseguaglianze economiche e sociali.

In sintesi. Il libro di Fitoussi mette in risalto il furto di valore aggiunto e ricchezza che i lavoratori hanno subito nelle fasi sia della globalizzazione aggressiva che anche della costruzione e della governance dell’Unione Europea. Le critiche alla teoria del commercio internazionale basata sul surplus, ai mercati che si autoregolamentano, all’idea che lo Stato debba rinunciare all’indebitamento anche nei casi di investimento nelle opere pubbliche certamente fanno di Fitoussi un economista più vicino all’economia keynesiana. Tuttavia vi è forse un elemento della tecnologia e dell’innovazione che non è stato ben compreso dell’autore. Infatti, Fitoussi ritiene che nel futuro ci sarà bisogno ancora di tanti lavoratori nel settore dei servizi, come per esempio nella scuola e nella sanità. E tuttavia gli investimenti nella intelligenza artificiale mostrano l’esatto contrario, ovvero che anche le forme di assistenza sanitaria e i processi di formazione verranno ad essere svolti attraverso l’intelligenza artificiale, il machine learning ed i big data. Anzi, l’obiettivo della quaternizzazione del sistema dei servizi è proprio la riduzione della componente del lavoro nel settore dei servizi. Ciò vuol dire che al settore dei servizi potrebbe accadere quello che è successo nell’agricoltura, ovvero la riduzione e perdita del capitale umano impiegato. È per questo motivo che le aziende del Big Tech investono miliardi di dollari per sviluppare i sistemi di intelligenza artificiale che decidono, imparano e realizzano dei servizi completi che risultano essere assolutamente sostitutivi nei confronti di quelli prodotti dagli esseri umani, con la differenza che l’intelligenza artificiale può stoccare un ammontare di conoscenza incomparabile anche per il migliore scienziato e professionista. Se quindi possiamo certamente essere d’accordo con Fitoussi sul fatto che le politiche keynesiane siano la soluzione per ridare valore ai lavoratori ed al reddito derivante dal lavoro, dall’altro lato però dobbiamo criticare la sua opera per il fatto che essa non è sufficientemente in grado di mettere in evidenza il ruolo della tecnologia nel processo di cambiamento del lavoro, soprattutto nel settore dei servizi. Bene quindi Keynes ed ha ragione Fitoussi a richiamarne continuamente l’insegnamento. Tuttavia sarebbe anche necessario fare rifermento alle teorie di Schumpeter e di Hayek con riferimento all’innovazione, alla conoscenza ed alle istituzioni per delineare anche il futuro della tecnologia rispetto alla dimensione del lavoro.

Angelo Leogrande

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