LA MOGLIE DEL CAPITANO di LUCIANO ODORISIO

Il grande regista scrittore sarà a Chieti il 16 luglio, ore 21:15, P.zza G. B. Vico

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LUCIANO ODORISIO DA REGISTA E SCENEGGIATORE DEL GRANDE CINEMA A SCRITTORE

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Tutte le volte che uno dei grandi maestri della cultura – in questo caso del mondo del miglior cinema italiano – pubblica una sua opera sono felice di condividere la mia gioia con i lettori della mia rubrica omonima. Invito alla lettura e, per chi può, alla serata di presentazione de “La moglie del Capitano” non per la retorica dell’atto dovuto in nome dell’amicizia di cui sono onorata ma perché questo testo va a compendiare, seppure con diverso registro espressivo, le tante opere a firma di Luciano Odorisio che sono la storia del nostro cinema, quella per cui l’Italia ancora oggi viene ricordata come una fucina di talenti.

Luciano Odorisio nasce a Chieti. Giovanissimo si trasferisce a Roma, dove si forma professionalmente, come ghost writer per diversi sceneggiatori e aiuto-regista. Creatività e capacità, da subito evidenti, fanno sì che debutti nel giro di pochissimo tempo come regista nei documentari. Il successo è immediato: il primo lungometraggio, Educatore autorizzato (1980), vince il prestigioso “Premio Rizzoli” come "Migliore Opera Prima 1980". Dopo due anni dirige Sciopèn(1982), con Michele Placido, Adalberto M. Merli, Giuliana De Sio al suo esordio, Anna Bonaiuto, Tino Schirinzi, Guido Celano. L’opera ottiene i massimi riconoscimenti: il Leone d’oro a Venezia come "Migliore opera prima o seconda", il Primo Premio al Festival Internazionale del cinema di San Sebastián, il Globo d’oro Stampa Estera e altri riconoscimenti internazionali (la Maschera d’Argento viene assegnata a Tino Schirinzi come miglior attore non protagonista). Luciano Odorisio è ormai una personalità di rilievo nel gotha del cinema italiano di qualità. Dopo Sciopèn seguono: Magic Moments con Stefania Sandrelli, che vede il debutto di Sergio Castellitto, Rodolfo Laganà, Paola Tiziana Cruciani, e La monaca di Monza, che ricostruisce la vera storia di suor Virginia de Leyva e che segna un altro debutto, Alessandro Gassmann. L’ambiente di provincia in tutte le sue sfaccettature trova la sua sublimazione nel film Via Paradiso (1988), con Michele Placido, Ángela Molina e Guido Celano.

Con Ne parliamo lunedì, Elena S. Ricci e Andrea Roncato, la protagonista vince il David di Donatello come migliore attrice dell’anno.

Nel 2004 con Guardiani delle nuvole (film con Alessandro Gassmann, Franco Nero, Anna Galiena, Claudia Gerini, Leo Gullotta, Sergio Assisi), vince il Cairo International Film Festival.

Al cinema alterna la televisione con fiction di grande impatto emotivo come Mio Figlio con Lando Buzzanca e Pupetta con Manuela Arcuri, Tony Musante, Ben Gazzara, Luigi De Filippo.

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Il 2 febbraio 2016 gli viene conferita dall’Università di Chieti l’Ordine della Minerva per aver saputo raccontare la provincia italiana nelle sue contraddizioni e velleità, tenendo a mente la grande lezione di Pietro Germi e tratteggiando una galleria di personaggi che ricordano i beffardi ritratti di Gogol e Cechov.

Una personalità poliedrica come quella di Odorisio non cessa di mettersi in gioco. Declinando la sua versatilità nello scrivere nel 2018 pubblica il suo primo libro, una raccolta di racconti, dal titolo “Non Invecchieremo Mai” e nel 2019 vince il Premio Penne come miglior libro nella sezione "Scrittori dal cinema".

LA MOGLIE DEL CAPITANO

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La serata di presentazione del libro di Luciano Odorisio La moglie del capitano (ed. Il Viandante) sarà moderata da Stefano Marchionno e vedrà presenti: Alda D’EUSANIO, Giornalista, Andrea RONCATO, Attore, Giancarlo ZAPPACOSTA, Dirigente Regione Abruzzo, con la partecipazione di Giovanni LEGNINI, Commissario straordinario per la ricostruzione. Saranno presenti l’Autore e l’Editore Arturo Bernava.

Per la descrizione del contenuto trovo magnifiche le parole dello scrittore Antonio Monda (che ha curato la prefazione del testo).

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Conosco Luciano Odorisio dagli inizi degli anni 80, quando lavorai per lui come assistente alla regia nel suo film Magic Moments. Avevo amato molto il suo film precedente, Sciopèn, che vinse il Leone d’oro a Venezia come migliore opera prima, e mi ero mosso in ogni modo per poter lavorare al suo fianco.

Probabilmente smossi troppo le acque e le segnalazioni che gli arrivarono relative al mio nome generarono in lui, nei primi giorni, una certa diffidenza. Le cose si sbloccarono a metà della lavorazione, quando rimase colpito dal fatto che durante un periodo di riprese notturne occupavo il giorno per preparare la tesi per la mia laurea.

Conquistai insomma sul campo il rispetto che era stato viziato dalle raccomandazioni, e alla fine del film nacque una stima reciproca che dura tuttora, nonostante non ci si veda da quei giorni, e da allora i nostri scambi siano avvenuti esclusivamente via internet.

Vivo ormai da quasi trent’anni in America, ma ho continuato a seguirne la carriera, che lo ha visto dirigere altre pellicole, tutte di ottima fattura, alternate a film televisivi.

Solo recentemente ho appreso che aveva cominciato a pubblicare libri, e il manoscritto di questa bella raccolta di racconti è stato preceduto da un suo messaggio nel quale mi scriveva “intanto le mani avanti sul mio modo rozzo e selvaggio di scrivere, ruvido dice il mio amico Villari, ma mi diverte così, ė il mio modo.”

Mi sono tuffato nel libro sull’onda di questa suggestione, ma ho trovato qualcosa di diverso: il modo rozzo e selvaggio, o per riprendere Villari, ruvido, a me sembra invece efficace e tagliente, perché nasce da una sincerità profonda e dolente, nella quale l’ironia sembra l’unica arma contro una concezione della vita segnata dalla malinconia.

Il piccolo universo di provincia rappresentato in questa serie di racconti, che dialogano tra di loro, è caratterizzato da un senso di ingiustizia che genera costanti sconfitte subite da chi ha il dono impagabile del sogno. La possibilità di redenzione è affidata tutta alla gioia delle piccole cose, come l’ascolto di un brano musicale o il piacere di un pasto con i cibi genuini del suo amato Abruzzo.

In questi racconti, evidentemente molto autobiografici, la presunta ruvidezza diviene il contraltare della solennità che interviene anche nelle vite apparentemente più anonime, e si trasforma in senso del decoro e dell’onore che riscatta ogni possibile sconfitta: “Fortunatamente morì, sembrava eterno, invece toccò anche a lui, e di subito. Mo c’era, un istante dopo non c‘era più, senza stare a trascinarla più tanto per le lunghe.

La provincia viene raccontata in maniera mirabile, con la stessa ironia che lo portò a iniziare Sciopèn con la musica di New York New York, mentre le immagini mostravano la sua Chieti vista dall’interno di una automobile con i vetri appannati.

Sono molti i personaggi ritratti con maestria, come il maestro Culetta e William detto Cotenna, che dice: “Troppa cattiveria a stu paes’…me ne voje turnà in America…” Lui deve il suo nome al fatto di essere di “scorza dura, e maestro riconosciuto dei “Si dice…” ed è a sua volta “allievo di Renatino il tenore, principe assoluto della ciancia crepata e malevola.”

È una galleria colorata e perfettamente a fuoco di fatti e personaggi pieni di vitalità, anche nel momento in cui sembrano sconfitti dalla vita. Perché Luciano sa, con Rudyard Kipling, che la sconfitta e la vittoria non sono altro che impostori.

In molte occasioni compaiono stralci di struggente tenerezza, come nel caso della descrizione del padre, che fallisce nel sogno di diventare violinista, e deve anche subire l’onta dell’umiliazione del cognato: “Mi tornò in mente quel giorno, a pranzo dalla sorella di mamma, quando mio zio, un muratore diventato imprenditore di palazzine di cartone, a teatro ancora nelle ultime file, ridendo sguaiatamente lo prese in giro, alludendo al suo fallimento come violinista, al suo ritorno al paesello con la coda fra le gambe.” In questo primo passaggio il giudizio sullo zio è tutto nella definizione delle “palazzine di cartone,” ma subito dopo il narratore libera uno sfogo violento: “E io restai zitto quel giorno, codardo, avrei dovuto ribellarmi, difenderlo, ucciderlo, restai zitto, codardo. Avrei dovuto ucciderlo. Papà era fragile, era un artista, non sapeva rispondere, la sua fragilità ha deciso per la sua vita, per il suo ritorno. Avrei dovuto uccidere quella bestia che stava profanando il mio eroe.”

È uno sfogo che parla a nome di tutti gli umili che vengono oppressi, ma la cosa che mi ha colpito maggiormente è il passaggio in cui scrive “era fragile, era un artista”: in questo libro ogni racconto, ogni riflessione, diviene patrimonio di tutti coloro che hanno il dono della sensibilità e della coscienza.

Sono numerosi i passaggi in cui vengono colti con grande acume piccoli episodi relativi all’adolescenza “col gancetto del reggiseno hanno fatto i conti generazioni e generazioni e generazioni, anch’io”), o uscite tipiche del vivere in provincia come “Picci, che cazz’ di nome Picci”, quasi identica a una battuta di Sciopèn.

In questo piccolo mondo antico dove tutti guardano gli sceneggiati televisivi di Anton Giulio Majano e il protagonista di Cime Tempestose è detto Itcliff l’empatia prevale sull’ironia, ed è un luogo molto definito geograficamente, che tuttavia parla la lingua di ogni provincia, di ogni paese, di ogni verità.

Non è un caso che i girotondi d’amore riescano a celebrare la gioia della promessa, che ha una sua grandezza anche quando è disattesa, perché comunica il sapore della libertà:

“E mi presi una cotta per Gabriella che però aveva una cotta per Marcello, mio compagno di banco, ciuccio, gli passavo le versioni nei compiti in classe, e lui si faceva bello con la professoressa Nucci, mi sentivo un pò Cyrano.

E lui aveva una cotta per Giulianina.

E Giulianina aveva una cotta per lui.”

Ma in questo libro prezioso come una piccola gemma, quello che rimane, grazie alla forza dell’onestà intellettuale, è il senso di profonda, invincibile dignità di fronte al mistero dell’esistenza, che può tradire in tutto, salvo il piacere delle cose più semplici:

“Erano le prime sigarette.

E l’inverno nevicava sulla villa comunale.

Ed eravamo felici di esserci.

E intanto si cresceva.” (Antonio Monda)

Con immensa stima formulo i personali auspici all’amico Luciano affinchè La moglie del capitano riscontri l’interesse presso il pubblico che ha contrassegnato tutto il suo lavoro nel tempo perché, come incisivamente espresso in quarta di copertina, è proprio la sua umanità che emerge tra le righe dissacranti di questo scritto. Non fa sconti, non scrive per compiacerci, scrive per raccontarci la verità, in una scorribanda divertita e spietata. E poi quella donna, la Moglie del Capitano...Una verità, la sua verità, di un mondo che sembra si possa toccare, sentirne isapori, gli odori, la musica, tutto sembra vivo intorno a noi, dentro di noi.

Antonella Giordano

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