LA MENINGITE TORNA A FAR PAURA: COME DIFENDERSI

I casi si moltiplicano, soprattutto al Centro-Nord, alimentando la psicosi

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Nelle ultime ore, la meningite ha colpito altre cinque persone tra Toscana e Lazio. Un 50enne originario di Alatri (Frosinone) e una 14enne di Palestrina sono stati ricoverati al Policlinico Umberto I di Roma. Pare che l’uomo sia affetto da una meningite da pneumococco, mentre sulla ragazza sarebbero in corso ulteriori accertamenti per stabilire con certezza il tipo di meningococco che ha scatenato la malattia: si tratta di due forme non contagiose, perché causate da un batterio e non da un virus. Entrambi sono fuori pericolo grazie all’azione dei farmaci somministrati, come confermato da Vincenzo Vullo, direttore del dipartimento di Medicina interna e malattie infettive dell’ospedale romano.

A Firenze si contano invece altri tre casi: due persone colpite da meningococco B e uno di tipo C, che si sommano alla sessantina di contagi registrati in zona a partire dall’inizio del 2015. Appena quattro giorni fa la morte di un bambino di 22 mesi, originario di Porcari (Lucca), che non era stato vaccinato. Tante le notizie che si rincorrono confuse, terrorizzando la popolazione e diffondendo un allarmismo generale.

Ma cos’è davvero la meningite e cosa è possibile fare per difendersi dalla nuova epidemia? Si tratta di una infiammazione delle meningi, tre sottili membrane che rivestono il cervello e il midollo spinale. Essa può agire a vari livelli, comportando esiti diversi (paralisi motorie, epilessia, ritardo mentale, sordità, fino alla morte del paziente) e, soprattutto, può avere origini differenti a seconda dello specifico caso: esistono, come accennato prima, forme virali e forme batteriche.

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I virus responsabili della meningite appartengono prevalentemente alla famiglia degli Enterovirus (in particolare il Coxsackie e l’Echovirus), trasmessi per via orale tramite tosse e starnuti o per contatto con materiale fecale. Pur essendo altamente contagiosa, questa, delle due, è la forma più lieve: in assenza di altre patologie e complicazioni, tende a risolversi spontaneamente in una decina di giorni. E’ bene ricordare che gli antibiotici sono del tutto inutili nei casi di patologie virali, per le quali è opportuno assumere farmaci specifici, i cosiddetti antivirali. I fattori di rischio, in questo caso, implicano sicuramente l’essere a contatto con molta gente, specialmente con bambini (che tendono a contrarla più facilmente rispetto agli adulti) e persone già affette dalla malattia. Insegnanti e personale ospedaliero dovrebbero prendere delle precauzioni, così come chi sa di avere un sistema immunitario piuttosto debole o chi ha appena affrontato un’infezione virale (anche una semplice influenza).

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La meningite batterica, più rara ma molto diffusa negli ultimi tempi, tende a essere letale se non curata fin dai primi istanti da personale ospedaliero specializzato. Si sviluppa in presenza di batteri, generalmente del tipo Neisseria meningitidis (meningococco), Streptococcus pneumoniae (pneumococco) o Hemophilus (emofilo) all’interno del liquido cerebrospinale, che possono essere fermati grazie all’azione – il più tempestiva possibile - di potenti antibiotici. Si parla di meningite A, B, C, W 135 e Y per distinguere lo specifico ceppo batterico che l’ha determinata e procedere con una terapia mirata. Nel 10-20% dei casi, la malattia ha esiti fatali per il paziente, peggiorando in poche ore anche se curata adeguatamente; il ceppo C sembra essere quello più letale, capace di diffondersi rapidamente all’interno del flusso sanguigno. Ciò avviene specialmente nei soggetti più deboli: bambini al di sotto dei 5 anni, anziani e immunodepressi. La forma batterica colpisce frequentemente anche la fascia d’età compresa tra i 18 e i 24 anni, privilegiando i fumatori, le cui vie respiratorie risultano essere più suscettibili all’attacco dei microrganismi patogeni, e le donne incinte.

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Come accorgersi di aver contratto la meningite? Che sia batterica o virale, i sintomi sono gli stessi: febbre alta, nausea o vomito, sonnolenza, pallore, sensibilità alla luce (fotosensibilità), rigidità della nuca e delle gambe, forte mal di testa (soprattutto intorno alle tempie), stitichezza e, in fase avanzata, stato di coscienza alterato e convulsioni. E’ possibile che la patologia provochi anche delle eruzioni cutanee sull’intera superficie del corpo. Nei neonati è bene monitorare attentamente i livelli di irritabilità, sonnolenza e appetito in presenza di febbre alta. Una spia importante, nei bambini molto piccoli, è la crescita delle dimensioni del capo se le cosiddette “fontanelle” non sono ancora chiuse.

Una volta riscontrati i sintomi, che in genere compaiono dopo un periodo di incubazione che va dai 2 ai 10 giorni, è necessario recarsi in una struttura ospedaliera e procedere alla diagnosi tramite prelievo di sangue o di fluido cerebrospinale. Quest’ultimo, estratto dal canale spinale grazie a una puntura lombare, risulta essere più affidabile, perché permette di determinare con esattezza la presenza di batteri o virus.

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Il vaccino è sufficiente per considerarsi immuni dalla malattia? Si sono verificati casi in cui la malattia è stata contratta anche se precedentemente sottoposti a profilassi. Ciò dipende dalla durata dell’immunità vaccinale: gli anticorpi hanno bisogno di almeno 5 giorni per svilupparsi adeguatamente e combattere gli agenti patogeni, inoltre tendono a perdere la loro efficacia “protettiva” nel corso del tempo. Secondo i medici, sarebbe opportuno sottoporsi periodicamente al vaccino, per stimolare la cosiddetta memoria immunologica.

Federica Marocchino

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