LA MEMORIA SIAMO NOI!

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La memoria è un cordone ombelicale non recidibile, è la vita compressa e racchiusa in uno scrigno che odora del profumo di cui è intriso dalla nascita. Percepisci che sei come immerso in un sogno in cui non sei ma senti, respirando il vissuto nel suo fieri. La memoria è il nostro passato di cui è intessuto il presente, la fiamma che fa ardere di passione o l’acqua che vuole spegnere nell’oblio. Noi siamo quello che eravamo, ciò che nel suo pantareismo si trasforma ma è vivo. Ecco che nello scorrere non solo del tempo individuale, ma anche di quello epocale e storico, la memoria assurge a simbolo bipolare, faro da distruggere o da tenere acceso a dar luce alla bellezza in tutte le sue forme ma anche ad illuminare il buio, che mira a seppellire miseria, malignità, crudeltà, morte, orrore che l’uomo ha disseminato. Tutto ammassato nello scrigno gigante che, anche se zampilla gocce di dolore, dobbiamo sempre tenere aperto, impedire che venga chiuso, costretti altrimenti a diventare muti, ad appendere le cetre alle fronde dei salici, come scrive Quasimodo.

La memoria è magistra vitae, testimonianza, fonte di verità, voce urlante… è doveroso ricorrere ai simboli, alla scrittura, alle opere d’arte, ai canali di diffusione mediatica, agli strumenti della cultura perché nel passare il testimone da una generazione all’altra esso sia divulgatore di ciò che è successo e formatore dell’animo umano, specialmente per il naturale venir meno dei protagonisti testimoniali.

Le giornate della memoria servono a dare ufficialità e sacralità, come altre ricorrenze, a eventi che non devono essere dimenticati ed essere vincenti sulla damnatio memoriae assolutistica. Il 27 gennaio, proclamato quale Giornata della Memoria, a ricordo dell’apertura dei cancelli di Auschwitz nel 1945, serve a far capire anche alle generazioni future di quale orrore sia capace l’uomo di macchiarsi, rendendole sentinelle perché ciò non avvenga più. L’uomo sa essere geniale nel bene e nel male: massacri, genocidi, pulizie etniche, violenze razziali sono da condannare, combattere, recriminare ma da tenere a mente per quanto è già stato perpetuato. La Shoah si erge a simbolo del male di una generazione colpevole a tutti i livelli, nella contemporaneità della partecipazione attiva, passiva, silente, indifferente alle folle, sadica, e nella criminale gestione della vita e della morte di esseri umani.

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Varcare le porte di Auschwitz, osservare il binario della morte, le rotaie che si fermano alla fine della vita e la discesa all’inferno fa raggelare il sangue. Inevitabilmente ci si impersonifica nelle povere vittime, vivendo attimi di terrore ignaro: un segnale, in bilico tra il respiro affannoso e il levarsi della cenere. Avanzando si ha l’impressione di sentire la cattura dei corpi, a cancellazione della dignità umana, asservita al male banale, ben organizzato. Sembra quasi di nausearsi per la puzza del gas che soffoca la vita, si avverte il marcio nelle narici invase dal lezzo della carne che brucia. Si procede a fatica, distrutti dall’esproprio della mente, vedendosi come bestie ridotte a non far differenza tra ciò che di disgustoso viene masticato e ciò che la parvenza del corpo espelle. Si prova la mutazione in ogni cellula del proprio organismo, col tatuaggio dell’orrore nella linfa che man mano si spegne, non riuscendo a impedire l’annientamento del corpo, il pestaggio dell’anima impotente, svuotata dai carcerieri e torturatori della vita altrui.

Auschwitz è pervasa in ogni suo angolo da un’atmosfera plumbea, pesante, fredda. Di tanto in tanto si scorgono montagne di oggetti che sembrano avere incorporato la vita sviscerata ai loro proprietari. Regna un silenzio innaturale, colorato solo dai fili verdi dell’erba dei prati; un filo per ogni persona che aveva calpestato quel suolo di fango infernale, ricoperto dalla propria cenere. Il colore potrà brillare di verde solo se brillerà la memoria perenne della follia glaciale che ha partorito la più grande meschinità della storia. Un orrore che, con la complicità e il silenzio di ignavi e profittatori, ha marchiato per sempre l’umanità, considerata ignominiosamente un manichino, una cosa, un numero.

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Quest’anno la Giornata della Memoria reca in sé una nota di malinconia per la scomparsa di David Sassoli, ma si riveste di luce particolare per avere voluto proprio lui che, nel 75esimo Anniversario della Liberazione di Auschwitz, Liliana Segre fosse per il Parlamento europeo la voce simbolo dell’immane olocausto ma anche della speranza. Una speranza che deve essere fondata sulla forza di non appoggiarsi a nessuno se non a se stessi, mettendo una gamba davanti all’altra in quella marcia che per lei era la marcia della morte, in cui per la straordinaria voglia di farcela le sue gambe martoriate e sfinite riuscirono tuttavia a conquistare la libertà, regalandole la vita. Un monito prezioso che tutti i giovani dovrebbero scolpire nel loro essere debole, fragile, viziato dalla società odierna è quello, ricordando le parole della Segre, di promuovere il rispetto per la vita e per la dignità umana, costi quel che costi. Per fare questo occorre una “nervatura” che, evidentemente, è mancata a milioni di persone di tanti popoli che allora rimasero in un ignavo silenzio. Solo operando con responsabilità e coscienza pur nella sofferenza si riesce ad essere leggeri come la farfalla gialla che vola sui fili spinati, dipinta da una bambina a Terezin.

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È un incontro di enorme valore testimoniale quello che ha visto protagonisti Liliana Segre e Davide Sassoli, nella consapevolezza sincera e indiscutibile del valore dell’Unione Europea. Le bandiere, di stati diversi, affratellate sono la speranza che non si possa rivivere l’orrore del silenzio, della solitudine, dell’incomunicabilità proprie tra persone “straniere” e rivali, nemiche non come dovrebbero essere quelle figlie delle nazioni di un continente, accomunate da valori ed espressioni peculiari civili tali da non cogliere mai differenze, porre barriere, confini, sferrare violenza, operare discriminazioni, nutrire pensieri razzisti tra vite umane, di qualsiasi etnia o civiltà o religione esse siano. Siamo vigili custodi dei diritti, respingendo con fermezza le intolleranze. Non dimentichiamo e ricordiamoci ogni istante quanto possiamo essere felici, ma quanto, soprattutto, la felicità sia diritto di tutti! Dobbiamo adoperarci insieme per esserlo nella comunità umana, anche la natura ce lo fa capire! La sua bellezza è un bene di cui tutti godiamo: basta guardare l’azzurro del cielo e del mare, l’infinito verde dei prati, basta respirare aria pulita e libera. Alla felicità deve dare una mano, assieme alla natura, l’Uomo, nel riconoscere che è principio vitale per tutti la Dignità di cui ogni individuo, nell’uguaglianza della nudità del proprio essere alla nascita, è detentore di diritto. Auguriamoci di “stupirci di fronte al male” sempre, come scrive Primo Levi, ma anche di fronte al miracolo della vita.

Cettina Bongiovanni

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