LA MACCHINA DEL TEMPO

Invito alla lettura

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cms_25823/3.jpgAttraverso il periodico invito alla lettura propongo, tra le opere che mi pervengono, quelle che, oltre ad essere ben scritte e di pregevole edizione, possono essere particolarmente gradite per i contenuti e/o per eventuali fini valoriali perseguiti. Non cedo a valutazioni di altro genere. I consensi registrati finora mi hanno incoraggiata nel mantenere tale linea. Dopo aver letto le liriche contenute ne “La Macchina del tempo”, pubblicata in questi giorni, ho immediatamente comunicato all’autore i miei sinceri complimenti per la bellezza della silloge e sento di dover esternare il mio sentire ai molti lettori che conoscono e apprezzano Raffaele Floris per gli articoli (ad oggi 140 rubricati come PROPOSTE DI LETTURA e Rileggendo POESIA con una media didue a settimana) con cui,dall’esordio della Pagina di Cultura IWP (nel 2020), ha proposto poeti e poetesse, noti, meno noti, talvolta del tutto ignorati. Quella di Raffaele Floris per la poesia è una passione che lo vede presente nel panorama editoriale (Il tempo è slavina, ed. Lo Faro (Roma 1991) – silloge poetica; L’ultima chiusa, ed. Joker (Novi Ligure 2007) – silloge poetica; La croce di Malta, puntoacapo (Pasturana 2013) – romanzo breve; L’òm, l’aşi e ‘r pulóu, PiM ediz. (2016) – detti, proverbi e filastrocche in dialetto pontecuronese, con cenni di grammatica; Mattoni a vista, puntoacapo (Pasturana 2017) – silloge poetica; Senza margini d’azzurro, puntoacapo (Pasturana 2019) – silloge poetica) e nella convegnistica di prestigio (sue poesie sono apparse nella rivista La clessidra, nell’antologia Poesia Alessandrina (Novi Ligure 1999), nell’Antologia della poesia in Piemonte e Valle d’Aosta (puntoacapo Editrice, Pasturana 2012), nell’Antologia della poesia in provincia di Alessandria (ivi 2014); in vari blog e riviste letterarie, tra cui: www.larecherche.it, www.ladimoradellosguardo.it, https://alfredorienzi.wordpress.com). Dal 2013 è, inoltre, membro della giuria del concorso G. Gozzano – A. Monti di Terzo (AL). Accolgo con entusiasmo questa recente “fatica” di Floris mirabilmente recensita da Ivan Fedeli, firma autorevole della poesia, nella certezza che otterrà il vasto favore di pubblico che merita. (Antonella Giordano)

La poetica di Raffaele Floris

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La visione poetica di Raffaele Floris? E’ lo stesso autore a fornirne una chiara illustrazione.

“Non ci deve essere una parola inutile: tutto deve dire qualche cosa […]". Così scriveva Giuseppe Verdi a Francesco Maria Piave mentre il libretto del Macbeth stava cominciando a prender forma.

Così anche a me piacerebbe scrivere: nessun aggettivo superfluo, nessuna espressione arcaica o ridondante, ma – di converso – nessun cedimento alle mode o alle correnti. Meglio descritta, forse, di quanto possa fare io, per merito di Francesca Del Moro, è la mia poetica, recensita al concorso Bologna in Lettere, dal momento che è stata segnalata.

“Raffaele Floris utilizza, com’è sua abitudine, schemi metrici regolari. È una poesia in cui il rigore formale coesiste con un’impressione di fluidità e leggerezza (queste erano le mie intenzioni: evidentemente, in questa breve silloge, l’esperimento è riuscito); in questi versi metricamente ineccepibili non si percepisce mai alcuna forzatura, né la minima traccia della fatica che un rispetto così inflessibile degli schemi scelti può comportare. Tra i temi cari, primo fra tutti è il paesaggio di campagna inquadrato con precisione fotografica fino a catturarne, zoomando, i dettagli: il torrente, i salici, le radici, i tronchi, i bulbi, gli steli, i rami senza linfa, le cinciallegre. È un mondo scandito dall’avvicendarsi delle stagioni: l’estate, l’inverno e soprattutto l’autunno. Appare forte il desiderio di trattenere ciò che è stato. E il passato è pronto a riaffiorare, proustianamente richiamato dalle percezioni sensoriali, prevalentemente olfattive e visive”, più raramente acustiche, aggiungerei. “Il tema della campagna potrebbe far pensare istintivamente a una natura idilliaca, pacificata e pacificante, ma non è questo il caso. È l’autore stesso a negarla esplicitamente contrapponendo la quiete di un’estate ideale e la vitalità talvolta violenta della stagione reale. In verità è proprio di contrasti che vivono le sue poesie, di sorprendenti e spesso stridenti giustapposizioni, quali il furore del respiro e i deliri dell’estate. Accogliendo in sé la furente protervia dei soprusi, degli scorni e ancora la resa, il disinganno, il batticuore, la fatica di stare sul chi vive, la natura evocata è problematizzata, attraversata da attriti e tensioni, come la vita umana.” La natura, non l’ambiente, parola fredda, burocratica, abusata. Non credo - afferma Floris - che il contrario della parola poetica sia la parola violenta, la dichiarazione di guerra (la poesia epica dovrebbe esser lì a dimostrarlo), bensì la parola burocratica, meccanica, ossessivamente ripetuta per fini massmediologici più che per autentica e convinta adesione.

Estrapolo un verso da La macchina del tempo, per spiegarvi cosa intendo dire: Rincorrere parole sostenibili/non servirà: non resterà più niente/di noi, sciame perduto d’invisibili.

La Macchina del tempo

cms_25823/4.jpgAccade un vero e proprio esercizio di felicità mentale quando si legge la poesia di Floris. Felicità da intendersi come pieno appagamento estetico: la perfezione formale domina la scrittura in endecasillabo, verso che Raffaele fa suo, tanto da respirarlo nei battiti, con la naturalezza che appartiene alla grande poesia. La misura, del resto, è il segno distintivo della produzione di un Autore che, ad oggi, si propone come punto di riferimento della poesia contemporanea: eleganza lessicale, sonorità diffusa ma mai imperante, ricercatezza timbrica fanno parte di una sapienza stilistica riconoscibile sin dagli esordi. Ciò appare ancor più evidente in questo ultimo lavoro, La macchina del tempo, opera compiuta in cui Floris raggiunge la piena maturità espressiva e si pone come voce autorevole e autentica. Leggere La macchina del tempo, nello specifico, è come abitare l’ombra, per citare la poesia di apertura dell’interno volume: si entra in un confine impalpabile dove il silenzio dell’ascolto diventa la chiave di interpretazione dei testi che accadono, uno dopo l’altro, in un sistema chiuso dove la realtà appartiene alla forza della parola e si concretizza in una dimensione opaca, purgatoriale.

cms_25823/2_1651107497.jpgEmerge allora il mondo dei senza nome, dei dimenticati dalla storia, sia che la vita si svolga nel presente stringente o si perda nell’evanescenza di un nome, di un ricordo.È un nuovo Floris, questo, che si lascia alle spalle, senza rinnegarla, l’atmosfera crepuscolare delle precedenti opere, pur tenendola sullo sfondo per indagare il senso del dolore e della mancanza su scala universale: si fa largo, così, un umanesimo che cerca di recuperare l’uomo partendo dalla sua negazione, dai luoghi del non essere. Compare, altra novità del libro, caratterizzata da poesie a strofa unica, la geografia del dolore e della mancanza: essa si trova a Damasco, a Managua, a Dadaab, solo per citare alcune delle città del male, percorso ideale di un viaggio nell’intorno di un’umanità compressa, instabile, che l’Autore condivide con chi legge come se lì abitasse:

Dadaab è una geenna che prosciuga

l’anima e il volto, dove si corrode

la vita, il cuore, il tempo, le stagioni

fatte di sabbia e vento. Urla innocenti,

strazi di carne, giorni divorati.

È lì che si consuma, nel silenzio del mondo,

la strage degli innocenti (…)

Si respira, in molte parti de La macchina del tempo, l’aria del deserto, o il profumo dei mercati violati dal sangue, a qualsiasi latitudine; si vive soffrendo a fianco dei ragazzi che tentano, a Kabul, una partita di calcio in una sabbia trafitta dal male. Si resiste al male assoluto degli attentati, delle violazioni dell’uomo calpestato, ridotto a cosa. In parallelo – e questa è un’ulteriore novità del libro – emerge una dimensione altra, caratterizzata, sul piano formale, dall’utilizzo di una quartina levigata come un sasso: quella di un passato mai concluso, che si sfalda in un presente anch’esso incerto e mai letto nella sua attualità, quasi la storia lo avesse abbandonato in una dimensione sospesa, enigmatica. Si legga, a proposito, la convincente Un quaderno azzurro, scritta in memoria di Giuseppe Colla, maestro elementare:

Il cielo delle rondini migranti

era un quaderno azzurro, era il cortile

del primo giorno, sciami di ragazzi,

le risa che impazzivano, le scale gremite.

All’improvviso quel silenzio

di sguardi: crepitava la sua voce

di fumo incastonata nell’autunno

come un grano di senape, un diamante.

Dov’è finito il cielo delle rondini

migranti, il gioco astuto delle nebbie?

Tutto è rimasto in quel quaderno azzurro,

forse. L’autunno, certo, è un’altra cosa.

Caratteristica di Floris, nello specifico della presente produzione, è quella di intersecare i piani del presente e del passato rompendo la linea che li separa: ne deriva una condivisione di immagini e di occasioni che si sostanzia in un senso di inappartenenza e rende il tessuto stesso della sua poesia un continuo rimando ad altro, al tempo che dilata ciò che accade e lo nega. In questo quadro è l’assenza di punti di riferimenti certi che prevale e, con essa, la fuga da un mondo in cui l’Io si frammenta in istanti e vissuti, e mai si realizza completamente. Sembra così una terra di mezzo, quella narrata da Raffaele: non c’è confine se non nella stabilità degli oggetti che emergono qua e là, manca il riscontro per i volti che sono stati e tutto fugge senza trovare luogo o senso. Servono radici, allora: Floris percepisce la loro profondità, lo spessore, ma sa che è soltanto nella mancanza che si dà, l’uomo. È la sua certezza, questa. La grandezza della sua poesia:

(…) E quanto sia distante

questa vita non-vita che ci prende

per mano, ci sospinge nel fragore

del mondo e poi fa il conto dei distacchi

come uno specchio ustore, deformante.

Prende definitivamente corpo una poetica del non essere, già accennata nella precedente produzione, e ora evidente. È quella che l’Autore definisce la macchina del tempo: la finzione degli anni, la nebbia che li nasconde e li separa, l’assoluta instabilità di ciò che può essere considerato vita. Eppure, nel suo umanesimo così sofferto, così vero, Floris ci restituisce un uomo intatto e presente a se stesso, quasi il poeta, nel suo sorriso un po’ amaro, scommettesse sulla sua grandezza, ben consapevole della fragilità che abita ogni cosa. Il segreto, forse, è proprio nel tempo che scorre e scivola via, lasciando del reale solo una traccia, un’ombra. Forse si potrebbe rinascere, tentare un’esistenza piena dove il ricordo stesso non sia evanescenza ma radice o il presente accomuni in una storia da condividere e che non si imponga per separazione, dolore. Floris è tentato da questa prospettiva, magari sarà la strada che il poeta aprirà al futuro dei suoi versi.

Per ora basta al lettore basta un bagliore, la bellezza di un fiore e il suo lancinante profumo che avverte che sì, è vivibile la vita:

“È aprile. La magnolia è rifiorita: / respira se il profumo è troppo forte.”

È il saluto che Floris ci lascia. La sua minaccia di una felicità latente. Umana.

Ivan Fedeli

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