LA GUERRA DEI TALEBANI VINTA ANCHE GRAZIE ALLA GUERRA SUI MEDIA

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cms_22906/1.jpgDove non è riuscita la comunità internazionale, ci provano ora i potentati social della Silicon Valley. A pochi giorni dalla presa di Kabul e dal ripristino del temibile governo Talebano, anche le piattaforme social si sono poste il dilemma su come affrontare le inevitabili ripercussioni propagandistiche che saranno presenti su numerose pagine e gruppi nei principali social media. Facebook in particolar modo ha iniziato a prendere iniziative in tal senso, non lasciando spazio alla propaganda e agli annunci dei ri-fondatori del nuovo Emirato Islamico dell’Afghanistan. Il social di Menlo Park, per esempio, ha iniziato la sua campagna anti terroristica bannando i profili ufficiali dei portavoce talebani, almeno questa sembra essere la strada percorsa da uno dei più grandi social nel mondo. Non solo. Ha già attivato la sua squadra di esperti afgani di madrelingua dari e pashto, dunque con conoscenza del contesto locale, che provvederà a identificare e ad avvisare se vi saranno problemi sulla piattaforma.

cms_22906/2_1629598649.jpgA ruota si adatteranno e seguiranno le stesse scelte di policy anche gli altri social controllati dalla casa madre Facebook, come per esempio Instagram. Sulla stessa strada di Facebook si stanno muovendo YouTube e TikTok. Twitter invece non sembra aderire, al momento, a questa opera di censura preventiva social, in quanto ha lasciato aperti i profili dei principali portavoce talebani. Nonostante la premura di Facebook di muoversi per tempo sul fronte talebani, rimane il problema di molte altre piattaforme che – nel corso degli anni – gli stessi talebani hanno imparato a usare. Al-Qaeda aveva in tempi non sospetti lanciato la cosiddetta “Jihadosfera”, punto di partenza di un attacco mediatico sotto ogni aspetto e che nel breve sarebbe poi diramato all’interno del web 2.0 reclutando migliaia e migliaia di “foreign fighters” in ogni parte del mondo. Il ruolo della Rete nell’ingaggio e nella radicalizzazione di nuovi adepti alla guerra santa è cosa ormai nota ai servici di intelligence occidentali. Fenomeni come per esempio l’autoconversione sono spesso legati a giovani che sul proprio pc trovano le dritte necessarie per raccogliere la chiamata dell’Islam più radicale. È un processo di radicalizzazione che fa emergere l’influenza dei legami deboli nell’ambiente digitale, fattore decisivo nel garantire il successo della rete sociale, proprio perché nella natura dei social tutto tende ad appiattirsi e ad annullare le normali distinzioni della vita sociale.

cms_22906/3.jpgI giovani jihadisti agiscono in modo solitario all’interno dei social e leggono da autodidatti documenti promossi dalla jihad globale. Si aggiunga al fenomeno dell’apprendimento solitario in rete, anche un certo cambiamento culturale e religioso negli ambienti delle società arabe: nuove generazioni musulmane più istruite e alfabetizzate digitalmente, si affacciano sulla scena social portando nuove modalità di predicare il Corano, nuove interpretazioni della guerra santa e soprattutto inedite forme di propaganda. Anche il mondo arabo ha perso riferimenti certi sia in ambito sociale sia in ambito culturale e ha offerto il fianco all’avanzare del web come sostituto nella predicazione e acculturazione delle giovani generazioni. Assistiamo dunque, e lo si è visto con le prime interviste e le conferenze stampa degli ultimi giorni, a un cambiamento netto con il passato, a una nuova veste mediatica dei talebani che fa da contraltare alle loro lunghe e incolte barbe, le vesti bianche e i copricapi neri, e che riveste sul tema comunicazione una novità e insieme una rottura con il passato: le telecamere e i giornalisti di quello che un tempo era il grande satana occidentale sono ora i benvenuti per raccogliere le testimonianze e le parole del nuovo califfato afgano. Manipolare il consenso prima, attraverso i media digitali, e mostrarsi poi disponibili al confronto mediatico non è altro che il duplice aspetto della stessa medaglia: la guerra sul terreno si vince grazie (e soprattutto) alla guerra mediatica.

Andrea Alessandrino

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