LA FORZA DEL SAPERE, IL VIGORE DELLA GIOVENTÙ: RIPARTIAMO DA QUI

La cultura ci salva dalla schiavitù dell’ignoranza e crea lavoro

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Un mondo senza la presenza dei giovani è un mondo asettico, depauperato di energia vitale, passione, entusiasmo, voglia di cambiare. Riflettiamo, in tempi di stravolgimento “covidiano”!

Partiamo da noi stessi. Rivoluzioniamo noi stessi. Facciamo tornare la fiducia nei giovani e tornare loro stessi dalla migrazione perenne. Rivediamo certi assunti, attraverso la cultura: si può operare rinascita e creare lavoro. Basta con la società anestetizzante che ha fatto smarrire il senso vero amicale della vita, il valore dell’attesa di contro al “tutto e subito” irragionevole, il rispetto della ciclicità naturale, la bellezza della diversificazione degli “officia” in rapporto alle variegate attitudini che, secondo il pensiero aristotelico, servono al vivere sociale. Tutto sacrificato sull’altare dell’affarismo, del business sfrenato, della globalizzazione massificante e omologante, del “professionismo”, sentito come unico a dare rispettabilità, a cui dunque si aspira per denaro, prestigio sociale, allontanandocisi da tutte le altre attività, arti “meccaniche”, considerate umilianti. Colpa nostra l’avere identificato status sociale vip, cultura, civiltà con “professionismo”, accumulo “masterico”, dispersione esterofila. La cultura è un diritto dovere per evadere dal buio e dalla schiavitù dell’ignoranza, per acquisire capacità, il mondo del lavoro invece è l’insieme, di pari dignità, di professioni, arti e mestieri, di cui far parte con perizia e competenze peculiari. L’arrivismo ha strozzato il tempo, quel tempo che il grande Seneca ci induce a considerare il dono più prezioso, in quanto non restituibile, non recuperabile.

Vivere bene non è arricchirsi, spendere, affannarsi a calpestare gli altri ma essere soddisfatti di sé nella collettività, progettare insieme, realizzare non seconda la “catena di montaggio” della parcellizzazione spersonalizzante, alienante del Taylorismo e Fordismo ma secondo la “social catena” leopardiana, solidaristica, del dedicarsi a qualcosa insieme, secondo le proprie inclinazioni, in un’ottica diversa del meccanicismo. Partiamo dalla cultura, arma indispensabile in qualsiasi settore... come un seme che, penetrando nel terreno, “germoglia” sensibilità e tutto ciò che attiene all’humanitas. Non c’è Tecnè che valga se non c’è un pensiero intelligente che fondi le sue radici nella cultura umanistica. Partiamo dalla cultura per capire che non ci si deve omologare in tutto: ad esempio, Siracusa, la mia città, non è Milano, ma così come per altre cittadine, vi si può vivere bene, creando possibilità di lavoro che non imitino quelle delle metropoli o che si riversino in un unico settore. Bisogna conoscere l’humus, le radici proprie, per portarle lavorativamente in superficie, amandole verghianamente ma anche smontandone il meccanismo, alla maniera pirandelliana, per rinnovarle.

cms_21472/Foto_1.jpgPartiamo dai giovani: è necessaria la loro presenza stabile in molte città, specie del sud, per uno scambio generazionale costruttivo, propositivo, una fucina operativa che faccia copulare due mondi scollati. Sarebbe necessario un “centro di raccolta” di idee e scambi, dappertutto, a cui penso da tempo, affinché le idee possano materializzarsi in una progettazione e realizzazione, anche legata alle istituzioni preposte alla polis e in cui tutti realizzino le armi che Vulcano forgiava per consegnare la vittoria a chi le riceveva. Bisogna rivoluzionare tutto, noi stessi, spogliandosi della fatalità, di quell’indifferenza che un po’ serpeggia, nel nostro specifico, nella sciasciana sicilitudine. Dobbiamo unirci, come una falange oplitica, per sfondare il muro dell’apatia, del parassitismo, della mala gestione, essere sentinelle sempre vigili e protestare per ciò che non va. Odio gli indifferenti, come sostiene Antonio Gramsci; bisogna essere “partigiani e non abdicare alla propria volontà.

Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti. Non siamo ignavi danteschi, inetti sveviani, pseudorivoluzionari gattopardiani! Collaboriamo, uniamoci, rivoluzioniamoci con la cultura, che è pensiero vitale, scambio, accoglienza della diversità. “Amo avere amici con idee diverse”, Lorenzo de’ Medici. “Per quanto odiosa possa essere un’opinione essa dunque va lasciata libera perché, se falsa, stimolerà l’organizzazione di una opinione contraria che, in assenza di vincoli, emergerà”, Johan Stuart Mill. Dovrebbe essere questo l’approccio alla nobile creazione di lavoro diversificato; pensiamo, per esempio, alla destagionalizzazione del turismo: quello culturale potrebbe essere favorito splendidamente in moltissime città, come Siracusa, cogliendone la bellezza in quella sua misura d’uomo, che rende ridente il cuore.

Rivoluzioniamo la tendenza, non dobbiamo fare emigrare i giovani dalla loro città di origine, dobbiamo allontanare l’apatia, l’assuefazione al fatalismo “inertizzante”, la senescente aura viziata, per purificarla e respirare la freschezza e il nuovo che ci auguriamo. Elio Vittorini, siracusano, di cui auspico il rifacimento del parco letterario e l’attuazione di un convegno a suo nome, è uno spunto, esempio, di cultura creazione- lavoro e nobile testimonianza per tutti della forza, autonomia e apoliticità partitica della cultura che non deve essere consolatoria, suonare il piffero della rivoluzione, né assecondare le esigenze della politica, ma lavorare per la civiltà e la verità, impedire e scongiurare le sofferenze. Vittorini, nella rivista da lui fondata e diretta, Il Politecnico, entrato in polemica con Palmiro Togliatti, di larghe vedute ma di idee diverse sul rapporto cultura politica, pose la domanda su chi fosse lo scrittore rivoluzionario...per lui “rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie, ma ’diverse’ da quelle che la politica pone: esigenze... dell’uomo ch’egli soltanto sa scorgere nell’uomo, che è proprio di lui scrittore rivoluzionario scorgere, e porre ’accanto’ alle esigenze che pone la politica”.

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La cultura deve entrare nel tessuto sociale, essere operativa e rigenerante. Nel periodo natalizio le luminarie sono splendide, contornano di colore e luce tutte le città, specialmente brillano le “luci giovanili” che si aggirano per le strade e nelle case, come preziose lucciole. Anche nel periodo pasquale, il brusio per le strade è brioso, le “colombe giovanili” rallegrano il cielo, recando l’ulivo della pace e serenità ma la malinconia aleggia sempre. Le luminarie natalizie si spengono, il brusio pasquale si zittisce, le lucciole e le colombe emigrano, la solitudine stende il suo velo sulle città silenti e votate al rassegnato “panta rei” Rivoluzioniamo la tendenza, rivoluzioniamo noi stessi.

Cettina Bongiovanni

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