LA FORESTA NORVEGESE DI MURAKAMI HARUKI (VI parte)

(Murakami Haruki, Norwegian Wood, Noruwei no mori)

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cms_20053/2.jpgUn elemento fondamentale

Tenendo conto dei vari elementi evidenziati riguardo al pezzo del gruppo di Liverpool che ha ispirato Murakami, leggendo attentamente il testo della canzone dei Beatles (tra le varie possibile fonti di ispirazione), come notavo nella bella serata del 1° agosto, mi sembra che lo scrittore abbia, per così dire, in larga parte “costruito” il suo romanzo, creando immagini, proprio in virtù delle suggestioni fornitegli dalla canzone Norwegian Wood del gruppo britannico: a partire proprio dai primi versi (evidenziati all’inizio di queste osservazioni) di tale componimento.

Tale suggestione è peraltro anteriore (la canzone dei Beatles è pubblicata, nel relativo Album, nel 1965), oltre al famoso romanzo dello scrittore giapponese del 1987, anche al racconto – base, La lucciola (Hotaru), poi ripreso e ampliato nel romanzo, risalente al 1984.

Giustamente Amitrano nella sua Introduzione evidenzia come “ i futuri sviluppi di Norwegian Wood, con le sue oltre cinquecento pagine (nell’edizione giapponese) sono già virtualmente contenuti in questa breve storia [La lucciola ]che ne conta appena una trentina.” (G. Amitrano, Introduzione, pag. XVI).

Abbiamo peraltro già in precedenza riportato l’osservazione della “tecnica” murakamiana di “riprendere un racconto breve già pubblicato, e quindi noto ai lettori, per usarlo come base di un romanzo lungo” (ibidem).

Ma altamente affascinante è prospettare per l’autore un’ulteriore e primigenia suggestione fonte del “materiale di costruzione” del romanzo, vale a dire, per l’appunto, la canzone del Beatles Norwegian Wood.

cms_20053/1.jpgOltre ad essere menzionato più volte Norwegian Wood, nella lettura del romanzo, assistiamo, alla vera e propria esecuzione del brano musicale dei Beatles, da parte della paziente del centro di igiene mentale Reiko Ishida, musicista e insegnante di musica (come non pensare, a questo punto, al personaggio di Myu ne La ragazza dello Sputnik, che aveva smesso di esercitare la professione di musicista anch’essa a seguito di una situazione profondamente drammatica – in quel caso anche surreale?), che vive assieme a Naoko durante la loro permanenza presso la struttura riabilitativa:

“- Suona Norwegian Wood, - disse Naoko.

Reiko andò in cucina a prendere un salvadanaio a forma di maneki-neko [“statuetta portafortuna che raffigura un gatto (!) dalla zampa sollevata in segno di saluto”: Glossario, pag. 378], e Naoko vi infilò una moneta da cento yen che aveva tirato fuori dal borsellino.

- Eh? Che significa? – chiesi [Tōru Watanabe, il narratore del romanzo].

- Abbiamo questa regola: ogni volta che richiedo Norwegian Wood devo mettere cento yen qui dentro, - spiegò Naoko.- Lo faccio per questa canzone, perché è la mia preferita. Più che una richiesta è una preghiera.

- E così io metto da parte i soldi per comprarmi le sigarette.

Reiko, dopo essersi sciolta bene le dita suonò Norwegian Wood . Riusciva a infondere sentimento in tutto quello che suonava, senza però mai scadere nel sentimentalismo.

Anch’io [Tōru Watanabe] tirai fuori dalla tasca una moneta da cento yen e la infilai nel salvadanaio.

- Grazie, - disse Reiko sorridendo divertita.

- Quando sento questa canzone a volte divento tremendamente triste, non so perché ma ho la sensazione di vagare in una foresta profonda, - disse Naoko. – Come se fossi da sola, al freddo e al buio, e nessuno venisse ad aiutarmi. Per questo se non glielo chiedo io espressamente, Reiko evita di suonarla.

- Proprio come in Casablanca, - disse Reiko ridendo.”

(Norwegian Wood, ed. Einaudi Super ET, pag. 144).

MISE EN ABÎME

In riferimento, per l’appunto, al particolare concernente l’esecuzione (oltre alla menzione) della canzone dei Beatles Norwegian Wood (che dà il titolo al libro), si crea nel testo di Murakami - a mio avviso - un effetto (voluto, istintivo?) da ricondursi ad una particolare figura retorica, la “MISE EN ABÎME”, figura rinvenuta peraltro più recentemente rispetto alle classiche figure retoriche conosciute (Andrè Gide ne creò l’espressione nel 1893).

Mi sembra necessario qualche chiarimento in merito.

Leggo nel bel testo di Angelo Marchese, Dizionario di retorica e di stilistica (Oscar Mondadori, Milano, Arnoldo Mondadori, 1991), riguardo alla figura retorica della mise en abîme:

“Espressione usata da A. Gide per indicare una visione in profondità, come quando, in araldica, si ha la raffigurazione di uno scudo contenente a sua volta un altro scudo o come nel caso delle scatole cinesi o delle bambole russe. In letteratura è un procedimento di reduplicazione speculare. Esempio paradigmatico, la famosa scena dell’Amleto in cui si rappresenta l’uccisione del re (teatro nel teatro). L’«abisso» può essere considerato una sequenza-modello riproduce su scala ridotta l’intera vicenda.” (op. cit., p. 203).

Gide scoprì infatti questa nuova categoria o artificio retorico che fu rintracciato in opere letterarie dall’antichità ai nostri giorni.

Mentre a livello lessicale, in araldica, mise en abîme è ‘uno scudo più piccolo messo in cuore o in abisso su uno scudo che contiene due o quattro o più quarti’, un blasone inglobato che a sua volta ne ingloba un altro, in letteratura, significherà ogni inserto di un’opera d’arte che intrattiene una relazione di somiglianza con l’opera che contiene (es. il 3° atto dell’Amleto, dov’è la rappresentazione di teatranti dell’omicidio di cui fu vittima il padre; la Favola di Amore e Psiche, inserita da Apuleio nel centro della favola delle Metamorfosi; mille e una notte sono incluse nel libro Mille e una notte; don Chisciotte legge il libro di Don Chisciotte …).

La duplicazione dell’opera effettuata nell’opera non solo non la fa precipitare, ma la fornisce di un apparato autointerpretativo, dandole e trasformandole a volte il significato. Goete, Hugo, Poe, Proust utilizzano questo espediente, che trova riscontri anche nelle arti figurative: negli specchi che in quadri di Van Eyck, Memling, Velasquez, rifrangono, riproducono, amplificano l’ambiente e la scena (così pure Baltrusaitis).

Borges, che cita tali artisti e le loro inquietanti duplicazioni nel libro Altre inquisizioni, fuggendo in avanti trae da queste mise en abîme una delle sue conclusioni famose: se i protagonisti di una finzione letteraria possono essere lettori o spettatori di sé stessi, noi loro lettori o spettatori possiamo a nostra volta essere fittizi. Molto inquietante, non credete?

Questi elementi li ho tratti da una citazione di un libro molto interessante in materia (peraltro pressoché introvabile): Il racconto speculare. Saggio sulla «Mise en abyme» di Lucien Dällenbach (trad. di Bianca Concolino Mancini, Parma, Pratiche editrice, 1994).

(continua)

Fabrizio Oddi

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