LA DIVINA ETNA... SITO NATURALE " PATRIMONIO DELL’UMANITA’ " II^

Gente dell’Etna, sensi per l’Etna

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Randazzo, Maletto, Bronte, Adrano, Biancavilla, Santa Maria di Licodia, Motta Sant’Anastasia (posto su un neck vulcanico), Paternò, Ragalna, Belpasso, Nicolosi, Pedara, Trecastagni, Viagrande, Zafferana Etnea, Milo, Sant’Alfio, Piedimonte Etneo, Linguaglossa, Castiglione di Sicilia. Paesi che si trovano, già sulle pendici o in prossimità del vulcano, posti in una ideale circonferenza, molti toccati da una strada ferrata locale (circa 150 chilometri), la Circumetnea, che un turista deve almeno una volta provare. Si tratta di territori che per una gran parte rientrano, dal 1987, nell’apposito Parco dell’Etna. Scenari di montagna, con tanto di impianti e stazioni sciistiche rinomate o il godimento di aria fresca e frizzante in piena estate. Non a caso il clima è qualificato “alpino”. Gente cordiale, accogliente, viva, operosa, che mette a proprio agio chi viene da fuori. Qui l’ospitalità è sacra, il forestiero è ben accolto, coccolato, va via con gli occhi arricchiti, il palato soddisfatto e il cuore spezzato, voglioso di riabbracciare scenari da sogno e veri ossimori: paradisiaco inferno e infernale paradiso.

Dove passa il fronte lavico, tutto viene cancellato e, al posto dei campi coltivati – fino ai mille metri – o dei boschi, residua una dura corazza. L’impressione è che, a parte roccia, in luoghi così non possa più nascere alcunché. Errore. O, per meglio dire, visione miope derivante dalla limitatezza umana, dalla relatività. In verità, ci saranno generazioni future, tra decine di anni, che assisteranno alle prime forme vegetali, incuneatesi fra pietra e pietra e germogliate grazie a terriccio portato dal vento, alla sabbia vulcanica, alla formazione di un primo mantello utile alla vita. Un vulcano va valutato nella enormità del suo tempo, non in quello estremamente breve della singola esistenza umana.

cms_20598/2v.jpgPercorrendo le strade che abbracciano l’Etna, si passa dal giardino alla luna. Proprio così. In pochi minuti di automobile, il viaggiatore lascia agrumeti e vigneti, lascia boschi e, improvvisamente, gli appaiono pianori bruni e brulli, che fan pensare al suolo del nostro satellite. Poi, dopo un altro tratto di strada, riprende il verde. Guardando verso l’alto, si comprende che sono fasce di apparente nulla – come tratti di gomma che eliminano porzioni di un bel disegno colorato – che corrispondono al percorso della lava. Si vedono benissimo i confini del “disastro”, come fossero argini di un fiume; il “fiume di lava”, appunto.

Bussano alle porte della nuda roccia lavica i licheni, che rendono essenzialmente grigiastro il terreno di magma solidificato da essi coperto. Sono le prime forme vegetali che colonizzano le aree rese brulle dall’eruzione. Una sorta di nascita della vita dopo il Big Bang. Poi è il tempo del Pino laricio, abile nell’abbarbicarsi nel fondo roccioso. Quindi Ginestre, Spino santo, Crespino dell’Etna, Ginepro emisferico, Graminacee. Questione di tantissimi anni; nei decenni, nei secoli. Quando passa la lava e cancella specie vegetali montane e, a più basse quote, alberi da frutto e vigne, non si può certo pensare che coltivazioni e piante spontanee ricrescano nel volgere di una generazione.

Il vulcano è una calamita sensoriale, va vissuto mediante più organi di percezione. Non solo la vista e l’olfatto, con i profumi dei boschi e delle piante endemiche. Di sicuro, il tatto e l’udito vanno sintonizzati con l’Etna, quanto a osmosi con il terreno asfaltato dalla e lava. L’esperienza più intensa è proprio camminare sulle rocce frutto del consolidamento del magma. In tutta sincerità, la visione diretta del vulcano potrebbe essere surrogata – pur con dei distinguo – da innumerevoli foto e filmati. Quel che perde – insostituibilmente – chi non si è recato sul dorso del vulcano, invece, è la sensazione dei passi su quelle rocce, il rumore ferroso che deriva dal camminarci sopra. Non è necessario raggiungere alte quote, poiché non lontano dai paesi, a favore di strade principali, si trovano sempre aree bruno-grigiastre desertificate che testimoniano una delle tantissime eruzioni, uno dei percorsi che, recentemente o molti anni fa, la lava ha compiuto, scendendo inesorabilmente con in tempi dettati dalla densità, dall’inclinazione del settore, dagli ostacoli naturali.

Bava di vulcano e mani d’uomo

cms_20598/3v.jpgChi può fermare la lava? Uomini, dei o fato? O la natura stessa, fattasi artefice di tutto?

Da un lato, c’è la Valle del Bove. È caldera e catino naturale. Se l’eruzione è tale per cui i fiumi di lava vi si dirigono, nulla quaestio. Ma se l’effusione discende da un cratere diverso e se il magma percorre altre direzioni, è in pericolo persino una grande città come Catania, infatti più volte colpita. Nei due estremi, le situazioni intermedie, di eruzioni che hanno creato danni non solo all’agricoltura, tangendo o minacciando uno degli ameni paesi etnei.

Tanti i danneggiati, nel corso dei secoli e persino negli ultimi decenni: alcuni centri sono letteralmente scomparsi, cancellati dal fronte lavico.

Nella notte tra il 16 e il 17 giugno 1923, nei pressi di Monte Nero, non lontano da Linguaglossa, dopo una serie di scosse sismiche accompagnata da forti boati, si aprì una grandissima fenditura, parzialmente coincidente con quella dell’eruzione del 1911. Iniziò un’eruzione copiosa, scientificamente interessante: si realizzarono trabocchi di lava e il torrente infuocato attraversò la pineta di Castiglione, raggiunse il Piano di Pallamelata, interruppe la strada ferrata e la rotabile, fermandosi infine dinanzi al Monte Santo. A poco più di un mese, il 18 luglio, l’eruzione cessò. L’evento destò solidarietà e attenzione, con visite celebri per l’epoca: il Ministro del Lavori Pubblici, il Prefetto di Catania, il Vescovo di Acireale, tutti per dare sostengo economico e conforto. Giunsero anche il Re d’Italia, Vittorio Emanuele III, e il Presidente del Consiglio, Benito Mussolini. Erano anni di enorme consenso, sicché non possono stupire certe “dediche”. In occasione dell’eruzione, a est dei Monti Umberto e Margherita, si formarono grandi crateri, così come sul fianco nord del monte Ponte di Ferro, più vicini alla bocca effusiva; ai primi, andò il nome di Vittorio Emanuele III, gli altri divennero “Monti Mussolini”. Non molti anni dopo, i due personaggi storici si trovarono ad animare altri tipi di eruzioni e ad accostare il loro agire al fuoco – del tutto innaturale – della guerra.

In quel di Linguaglossa, a quasi un secolo di distanza, è possibile ancora ascoltare, tramandato con la spontanea oralità degli abitanti, un aneddoto sul “duce predappiese”. Cogliendo l’invito del Vescovo, Mussolini si recò all’incontro, nel convento dei Cappuccini. Congedatosi dai frati ospitanti, egli non si ritrovò più, tra le mani, il suo cappello, bensì un altro che, sebbene del tutto simile al suo, era più piccolo. Errore o innocente scherzo? I siciliani sono vulcanici anche nell’aleggiare del dubbio. E quando scherzano, sanno essere frizzanti e dissacranti, come uno sbuffo dal cratere.

Non molto tempo dopo, nel novembre 1928, le colate laviche distrussero il paese di Mascali, ponendosi a poche centinaia di metri dal mare.

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Si trattò della prima eruzione scientificamente documentata nonché, forse, la più distruttiva dopo quella del 1669. Al riguardo basti considerare quanto scritto ne “La Stampa” dell’8 novembre 1928: “Mascali non è più. Fino al tramonto di ieri si nutrivano buone speranze di salvare almeno gran parte del paese. Poi, la furia della lava ha trovato l’ostacolo del monte cosicché la colata principale si è divisa in due, travolgendo in pieno il paese, bruciando gli ubertosi giardini e i floridi vigneti della collina di Mascali, stringendo l’abitato in un ardente cerchio di fuoco. […] Alle ore diciassette, la colata lavica ha attraversato tutto l’abitato di Mascali travolgendo ogni cosa, e l’ha oltrepassato per un buon tratto interrompendo la rotabile per Messina e minacciando seriamente la linea ferroviaria Catania-Messina.”. Terminata l’eruzione, il Governo intraprese i lavori di ricostruzione del centro abitato di Mascali. Le nuove costruzioni sorsero nei pressi della strada statale Messina -Catania a una distanza media tra i paesi di Fiumefreddo e Giarre.

Nel 1669, il materiale fuoriuscì da delle fenditure poste non in posizione elevata, rispetto al vulcano, oggi costituenti i Monti Rossi (già c.d. Monti della ruina), nei pressi di Nicolosi. Si era proprio vicino a Catania che, come si è detto, venne raggiunta. Nel 1981, in occasione della c.d. eruzione di Randazzo, si rischiò il disastro ecologico, stante l’approssimarsi della lava presso la valle del fiume Alcantara. Nel 2002, l’eruzione distrusse natura, impianti e infrastrutture. Piano Provenzana, già località amena, è divenuto un paesaggio lunare.

Da inizi anni Ottanta del secolo scorso, si studia e si cerca di “dirigere” la colata magmatica. I successi – quando vi sono – non possono portare a considerare risolvibile ogni problema discendente da una eruzione, dipendendo, la salvezza, da circostanze specifiche, da elementi in combinazione. Barriere, valli, buchi, cariche di esplosivo, terrapieni, ruspe ed elicotteri a supporto: occorre valutare caso per caso e sperare.

cms_20598/5v.jpgÈ pur vero che la prima volta in cui l’uomo ipotizzò di domare la natura, fu proprio nel 1669, con un tentativo di deviazione che, per salvare Catania, avrebbe messo in pericolo altre località. Ma ci pensò il caso a non cancellare la bella città regia, in virtù dell’esaurimento della colata.

Alla Madonna, ai Santi, a Nostro Signore, il popolo riconduce l’avere scampato morte e distruzione. Nel 1992, in quel di Zafferana Etna, la lava si arrestò ormai a pochi metri da una frazione abitata. Miracolo. Oggi, in un paesaggio suggestivo dal quale si coglie il quadro della lava solidificata come un tappeto sul verde dei campi, si erge una statua votiva della Madonna. La Madre celeste che salva i figli di Etna dall’energia della madre vulcanica.

Epilogo

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"Avevo sentito parlare delle iridescenze stupende dell’aurora sul Mare Jonio, quando la si contempla dalla vetta dell’Etna. Stabilii di intraprendere l’ascensione di quella montagna; passammo dalla regione delle vigne a quella della lava, poi della neve. Il fanciullo dalle gambe di danzatore correva su quelle ripide chine; i sapienti che mi accompagnavano salirono a dorso di muli. Sulla cima era stato costruito un rifugio ove poter attendere l’alba. Questa alfine spuntò: un’immensa sciarpa d’Iride si distese da un orizzonte all’altro; strani fuochi brillarono sui ghiacci della vetta; la vastità terrestre e marina si dischiuse al nostro sguardo sino all’Africa, visibile, e alla Grecia che s’indovinava. Fu uno dei momenti supremi della mia vita. Non vi mancò nulla, né la frangia dorata di una nube, né le aquile, né il coppiere dell’immortalità."

Così Margherite Yourcenar, nel suo "Memorie di Adriano", racconta l’esperienza intensa ed indimenticabile dell’ascensione all’Etna.

Milioni di persone, accolte dall’Etna anche solo per un giorno, potrebbero dettare, persino se d’animo arido, le frasi più emozionate ed emozionanti, autentiche poesie di vita, sì da legare, nell’incanto, le meraviglie del creato in questo spicchio di Sicilia ardente.

Andrea Vaccaro e Camillo Beccalli

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