LA DANZA ALCHEMICA

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Gli alchimisti nella letteratura e nella musica, nell’architettura, nella pittura e nella scultura, hanno lasciato una traccia consistente in Europa per almeno ottocento anni, a partire dal secolo XI. Difatti l’alchimia era praticata in diverse civilizzazioni con lo scopo filosofico di realizzare la “Grande Opera”, di ritrovare l’unità primordiale e di animare l’energia vitale all’interno dell’uomo, che nella sua essenza è quanto i Greci chiamavano con il nome di Eros.

Ci sono due correnti nell’alchimia: la corrente esterna, che lavora direttamente sulla trasformazione della materia grezza, e la corrente interna, che lavora sulla materia umana, la psiche. Nella corrente interna l’uomo deve trovare l’unità divina nel Tutto, incarnandola nella materia e nella sua vita quotidiana.

Nelle espressioni artistiche si giunge a stati di comprensione e di contatto con l’inconscio comunemente molto rari, dove le sensazioni corporee, le emozioni e le intuizioni sono esaltate, dove può unirsi interiormente il principio maschile della razionalità con il principio femminile della sensibilità. In esse può integrarsi l’attività dell’immaginazione con quella del pensiero, i poli creativi attraverso i quali avviene la concezione e la realizzazione dell’opera d’arte o dell’opera alchemica. Pertanto, nel corso della storia millenaria dell’umanità, arte ed alchimia si sono influenzate a vicenda, in un intreccio invisibile di collegamenti a miti ed archetipi comuni.

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Nell’opera alchemica di trasformazione e raffinazione del composto umano, l’immersione nel mondo fluido e sublimato della musica, del canto e della danza è di grande efficacia.

Il danzatore alchimista utilizza il suo corpo come strumento del suo spirito e, non potendo trasformare la materia, si identifica nello spirito vivente che è in lui.

La pietra filosofale che trasforma il metallo pesante in oro nell’alchimia umana corrisponde all’unione cosciente con lo spirito divino in noi. Questa unione ci conferisce la forza creatrice che ci permette di trasformare tutto in oro. Quando si raggiunge questo stato di coscienza, dato che gli avvenimenti esterni sono lo specchio di ciò che siamo dentro, possiamo godere di una gioia immensa, incomparabile a tutto l’oro del mondo!

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Le più antiche tradizioni filosofiche e religiose definivano la danza come un insieme di esercizi fisici e spirituali associati alla pratica meditativa. Esse venivano eseguite nei templi egizi, greci e dell’oriente, presso determinati ordini sacerdotali e nelle scuole misteriche, per la trasmissione di insegnamenti e pratiche iniziatiche. In tali scuole erano eseguite anche musiche e canti particolari, con armonici superiori o ipertoni, che sono un ponte di collegamento tra le note udibili dall’uomo e sonorità più sottili, metafisiche.

Queste danze, del tutto sconosciute oggigiorno, non hanno un fine ludico come i balli eseguiti nelle discoteche o un fine esclusivamente artistico come la danza classica esibita nei teatri, ma sono uno strumento molto sofisticato per facilitare nei praticanti una graduale trasformazione psicofisica e una trascendenza spirituale. Esse fanno giungere l’uomo ad uno stato di percezione e attenzione non ordinaria e alla fine lo portano ad uno stato di coscienza permanente e unitario.

Per molti secoli l’Occidente ha scordato la funzione spirituale della danza. Difatti la chiesa cattolica medievale l’aveva esclusa dalle funzioni religiose, considerandola un’espressione tipica del corpo, quindi troppo vicina alla carne e al peccato. Invece nel Medio Oriente islamico si è sempre mantenuta questa tradizione, ad esempio con la danza dei sette veli o la danza dei Dervisci rotanti, ancora oggi praticata.

La danza dell’essere riprende tale forma espressiva e utilizza l’alchimia per stimolare un’espansione del campo energetico e dello stato di coscienza. Il processo alchimico comincia quando si pone un’intenzione cosciente nella nostra danza e attraverso “il soffio”, la respirazione si raggiunge l’unione con lo spirito, con la nostra essenza: questo è il momento in cui possiamo trasformare la materia pesante (blocchi emozionali, ferite) in Oro, in luce pura.

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La danza alchemica ha tre fasi che corrispondono ai tre colori primari dell’opera alchimista: il nero, il bianco e il rosso.

L’opera al nero è lo stadio di putrefazione dove l’alchimista procede alla calcinazione della materia per purificarla. Corrisponde alla discesa nella materia densa, “nelle camere oscure della psiche” dove incontriamo le nostre ombre.

L’opera al bianco corrisponde al momento della purificazione, quando la luce illumina le tenebre, trasforma le memorie cellulari cristallizzate nella nostra materia corporea. In questo processo iniziatico di purificazione, dove il nero diventa bianco, simbolicamente rappresenta la “morte dell’ego” e della sua oscurità per arrivare alla trasparenza e all’unità dell’Essere, che è al di là della dualità del bene e del male.

L’opera al rosso è la fase dove il fuoco primordiale si risveglia e dà vita alla pietra filosofale che permette di trasformare totalmente la materia pesante in oro puro. Di purificare le nostre cellule ed elevare la loro vibrazione all’energia divina universale.

Dopo la crocifissione dell’ego e la resurrezione si ha l’ascensione che corrisponde alla fusione del nostro Essere di luce, del nostro Cristo interiore con l’unità, il Tutto.

“Queste sono le nozze alchemiche che hanno luogo nella camera nuziale del nostro cuore” - estratto dal libro “La Danse de l’Être” di Fabienne Courmont.

https://dansedeletre.org

(Photo credit: Myriam Vexlard-Mougenot)

Rossella Rubini

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