LA CULTURA DELLA PRODUTTIVITA’ CONTRO IL DECLINO (II parte)

Se gli italiani rivestissero la produttività di significato etico ed il danaro di valore morale, potrebbero accrescere il reddito e accedere nuovamente al club del G7

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Capitolo III: “La condizione signorile”.

Le condizioni descritte nei precedenti capitoli del libro conducono alla realizzazione della “società signorile di massa”. L’autore si domanda se la previsione che l’economista britannico Keynes aveva espresso nel libro “Prospettive economiche per i nostri nipoti” si sia avverata o meno. In modo particolare, egli sostiene che le stime di Keynes siano state predittive con riferimento alla crescita della produttività per lavoratore indotta dalla tecnologia. Tuttavia, lo stesso Keynes non è stato altrettanto accurato nel prevedere come la popolazione avrebbe speso il maggiore tempo libero a disposizione. Infatti secondo Keynes le persone avrebbero potuto dedicarsi a passatempi nobili come per esempio l’arte, la cultura, i viaggi. Invece l’autore sostiene che, in fin de conti, il maggiore tempo libero viene speso in consumi che risultano essere poco edificanti sotto il punto di vista culturale e che invece denotano una dimensione simbolica e libidinale tale da mettere in discussione l’esistenza di un avanzamento di carattere sociale, valoriale, civile. I consumi sono soprattutto connessi a tre beni: casa, automobile, vacanze lunghe e beni di status. Per esempio, gli italiani nel 2017 hanno speso circa 83 miliardi di euro per pasti fuori casa, e il settore delle palestre ha fatto segnare un valore aggiunto pari a circa 10 miliardi di euro nel periodo 2008-2012. Inoltre, anche l’utilizzo di Internet non viene impiegato per scopi edificanti quanto per questioni ludiche, di intrattenimento. Infine, è aumentato il numero di giocatori d’azzardo con il fenomeno della ludopatia. Come è evidente, il maggiore tempo libero non ha dato vita ad un incivilimento bensì ad un imbarbarimento della popolazione.

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Capitolo IV: “La mente signorile”.

La società signorile di massa è fondata su di un numero ridotto di persone che lavorano e che devono, sia per consuetudine che per esplicita previsione normativa, procedere a mantenere delle persone che non lavorano. Chiaramente questo vale soprattutto per la relazione che esiste tra i lavoratori ed i giovani e le donne che non lavorano e tuttavia consumano una parte del surplus generato dai lavoratori. Viene così delineata la figura del “giovin signore”. Il “giovin signore” è un individuo che non lavora, che probabilmente ha un titolo di studio, e che tuttavia rifiuta il lavoro che gli viene proposto in quanto non corrispondente alle sue aspettative. In modo particolare il giovin signore è una persona che ha dei genitori che hanno accumulato una certa ricchezza, che hanno una o 2 abitazioni in proprietà e che hanno effettivamente anche il desiderio di tramandare questi beni materiali al giovin signore. Di conseguenza, Ricolfi arriva addirittura a giustificare la scelta di queste persone che non studiano e non lavorano, sostenendo che tutto sommato essi hanno fatto bene i loro calcoli: incasseranno delle eredità e quindi non hanno effettivamente bisogno di lavorare o di accettare una squalificazione nell’interno del mercato del lavoro per poter ottenere un determinato reddito. Inoltre la mancanza di possibilità di affermazione, la mancanza di possibilità di fare carriera spinge le persone a concentrarsi significativamente sul presente senza la possibilità di realizzare dei progetti di lungo periodo che sembrano assolutamente impossibili da praticare. L’autore fa riferimento anche ai social network e alle varie e diverse metodologie che portano le persone a condividere le proprie vite nel godimento autoreferenziale del presente. Infatti, attraverso l’utilizzo dei social si viene a creare una condizione nella quale l’invidia sociale non è più repressa quanto piuttosto manifestata. E non vi sono più meccanismi di fuga dall’invidia sociale, in quanto con le foto ed i video postati si vuole mettere in risalto la presenza di possibilità di vita e di esistenza che magari non sono reali e che purtuttavia vengono condivise come realistiche per poter accedere ai meccanismi del riconoscimento e della retribuzione sociale.

Capitolo V: “Il futuro della società di massa”.

In questo capitolo Ricolfi dice che la società signorile di massa non è un fenomeno globale quanto piuttosto un fenomeno prettamente italiano. Infatti, anche se le altre società nazionali sembrano avere degli elementi che sono in parte riconducibili alla società signorile di massa, in realtà ne mancano di altri e quindi alla fine l’unica vera società signorile di massa rimane la società italiana. Per classificare le nazioni l’autore utilizza un indice che risulta essere così composto da otto elementi, dei quali i primi tre sono considerati fattori primari mentre gli ultimi cinque sono considerati dei fattori secondari:

  • Elevato peso degli inoccupati;
  • Elevata ricchezza;
  • Stagnazione dell’economia;
  • Alta presenza di NEET;
  • Diseguaglianza nell’allocazione del lavoro;
  • Alto peso del tempo libero nella vita;
  • Molti anziani;
  • Pochi figli per donna fertile.

L’unica nazione che prende il massimo dei voti con un valore pari a 8 è l’Italia, mentre al secondo posto vi è la Grecia con 7. Seguono in terza posizione a pari merito Belgio, Francia e Finlandia con un valore pari a 6. Agli ultimi posti paesi come Stati Uniti, Australia, Corea del Sud, Nuova Zelanda, Messico, Islanda e Israele. L’autore riconosce un certo valore alla religione: dove l’orientamento è più al protestantesimo si verifica una riduzione del fenomeno e le società sembrano sia più orientate alla crescita che alla mobilità sociale, mentre nelle società cattoliche il fenomeno della società signorile di massa sembra assolutamente presente ed in crescita. La cosa più grave per Ricolfi consiste nel fatto di non essere in grado di consentire i fenomeni di ascesa sociale che prima erano possibili con lo studio e con il lavoro. Tuttavia, Ricolfi dice che questa condizione, ovvero “La società signorile di massa”, non è destinata a durare, anzi: poiché l’economia è stagnante, tenderà a scomparire. Il declino è la naturale conseguenza della stagnazione. La soluzione del problema è la produttività, che in Italia è bassa. Secondo l’autore, pertanto, il nostro paese è rivolto verso un processo di “argentinizzazione lenta”.

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Conclusione.

In sintesi la narrazione di Ricolfi è assolutamente condivisibile: è vero che l’Italia è diventata una società signorile di massa, ed è certamente vero anche che l’economia è entrata in una pericolosa stagnazione dalla quale l’Italia uscirà malmessa. Questo è dimostrato anche dalle stime previsionali del Pil. L’Italia uscirà dal G7 e dal G8 e farà parte solo del G20. Tale andamento sembra assolutamente ineluttabile. Nessuna politica economica è in grado di smuovere le forze dormienti nell’economia italiana, poiché sono costituite proprio da quelle persone che accedono al consumo opulento senza lavorare, per esempio le donne sposate che non lavorano, i giovani che non studiano e non lavorano. Se le politiche economiche fossero in grado di aumentare i processi di partecipazione delle donne al mercato del lavoro, a prescindere dal fatto che siano anche madri e mogli, allora certamente l’economia italiana potrebbe far conto su ulteriori redditi utili alla crescita economica. Ed in modo analogo lo stesso può dirsi per i giovani: se i giovani puntassero di più sul lavoro si potrebbero ottenere maggiori risorse economiche da destinare alla crescita. Il tutto però può funzionare solo se c’è una cultura del lavoro, della produttività e soprattutto se gli italiani rinunciano al pregiudizio sul denaro. Perché in fondo tutti credono che guadagnare del denaro sia qualcosa di sbagliato, che il denaro puzza e che è sempre sporco. Salvo poi chiaramente utilizzarlo per consumi opulenti senza neanche partecipare ai processi di produzione. Ed allora occorre un cambiamento culturale: si comprenda che il lavoro, la produttività ed il denaro sono importanti a prescindere dalla propria condizione sociale. Perché è importante che per qualunque posizione sociale gli esseri umani, uomini, donne, giovani ed anziani che siano, trovino un senso nella loro esistenza. Ed il lavoro, l’impegno, la produttività ed anche un certo attaccamento al denaro possono offrire l’opportunità di aumentare la capacità di seguire un “purpose” per dare valore all’esistenza. La soluzione quindi del problema posto da Ricolfi non è tanto di carattere politico ed economico, quanto piuttosto di carattere culturale. Far passare il messaggio che anche se sei benestante devi lavorare lo stesso perché il lavoro offre senso all’esistenza. Tale passaggio culturale potrebbe aumentare la capacità produttive delle classi sociali dormienti nell’economia italiana, sottrarre il paese al declino, e riportarlo nel path di crescita delle nazioni europee.

LA CULTURA DELLA PRODUTTIVITA’ CONTRO IL DECLINO (I parte)

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Angelo Leogrande

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