LA CUCINA NEI RICORDI DELL’INFANZIA

Di Bruno Di Ciaccio (Scrittore e cultore della cucina tradizionale storica)

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E’ di qualche tempo fa la riapertura a Londra del famoso ristorante “Fat Duck”. La degustazione del suo menù: ”The journey, un viaggio di riscoperta delle sensazioni dell’infanzia” costa oltre 300 € (!!!). Leggendo la notizia mi sono tuffato nei miei ricordi, nella riscoperta delle mie sensazioni infantili, quando una fetta di pane casereccio con olio ed alici salate riusciva a darmi uno stato di benessere e di felicità sicuramente non inferiore a quello che indubbiamente provano oggi i frequentatori del “Fat Duck” all’uscita del locale.

E mi sono venuti in mente il sanguinaccio fritto, l’uovo sbattuto con dentro qualche goccia di vermouth, il ‘cantone’ di pane con dentro salsiccia e broccoletti,le caramelle di liquirizia e i mattoni di cioccolata che arrivavano nel pacco degli zii americani.

Queste delizie mi mancano molto; ma soprattutto ho nostalgia, e tanta, di quei momenti conviviali (per i quali oggi non si riesce quasi più a trovare il tempo) in cui ci si incontrava con tutti i familiari ed i parenti e si trascorreva tutta la giornata gioiosamente in campagna. Sia quando arrivavano i parenti da Somerville-USA, con interminabili grigliate di pesce e di carne, sia soprattutto nei giorni in cui preparavamo le bottiglie di pomodoro oppure andavamo dagli zii per aiutarli a vendemmiare. Erano momenti molto sentiti, considerati tra i più attesi giorni di festa.

cms_19540/0v.jpgPreparare le bottiglie di pomodoro era una tradizione che si perpetrava anno dopo anno con lo stesso rituale e gli stessi strumenti di lavoro; in molte famiglie dura ancora oggi. La sera arrivavano le casse di pomodori rossi; la mattina seguente di buon’ora si andava in campagna (o in giardino) dove all’improvviso compariva un pentolone che veniva conservato dagli anni precedenti per essere usato solo in quella occasione. Si accendeva un bel fuoco e si mettevano a bollire i pomodori.

Appena bolliti si introducevano nella macchina a manovella che separa le bucce dalla polpa, che si doveva far girare a mano, per ore ed ore, un lavoro stancante ed interminabile, in cui comunque si faceva a gara a darsi il cambio, dimostrando in questo modo partecipazione ed attaccamento al gruppo. Il sugo veniva raccolto e messo in bottiglie con una foglia di basilico. Le bottiglie venivano fatte raffreddare avvolte in coperte di lana e poi conservate in cantina per essere consumate durante tutto l’anno. Una vera giornata di festa, di partecipazione, di allegria, che terminava con una grande mangiata in cui mi divertivo ad arrostire sotto la brace del pentolone patate, peperoni e cipolle.

Altro periodo di gioia e di emozione era quello della vendemmia. Si andavano a concretizzare le attese di tutto un anno di duro lavoro. Da ragazzo, prima dell’avvento delle macchine e dei camioncini, ho avuto modo di assistere alle sfilate dei contadini che rientravano dalla campagna insieme ai loro asini, quelle descritte egregiamente da Nicola Aletta nella sua “Guida di Gaeta” del 1931:

cms_19540/00v.jpg”Nei giorni di vendemmia, uno spettacolo inusitato si offre alla vista dei cittadini, nel rione Portosalvo. Poichè quasi tutti i contadini, dopo il lungo lavoro diurno nelle proprie campagne, riedono in città, ove alloggiano in uno o due vani terranei, nei quali conservano pure le botti col vino per facilitarne lo smercio, essi, durante tutto il periodo della vendemmia, e cioè per oltre un mese, sono costretti a portare l’uva in città per estrarne il nettare prelibato. Ed allora, da mattina a sera, attraversano il rione Portosalvo, provenienti dalle lontane campagne, lunghe teorie di asini, curvi sotto il peso delle bigonce ricolme di uva, seguiti dai contadini, giovani e vecchi uomini e donne, e dai fedeli cani da guardia. E’ una processione caratteristica, che percorre il Corso Attico da un capo all’altro, tra la più vivacuriosità del pubblico e dei forestieri”.

Via indipendenza era tutto un rimbombare di martellate dei bottai, si respirava un profumo inebriante di vinaccia, qualcosa di unico che gustavamo ancora meglio facendo delle passeggiate serali lungo tutta la strada, deserta ed ancora più affascinante. E noi ragazzi in campagna aiutavamo a tagliare i grappoli, a riempire i panieri e versarli nelle bigonce, a sistemarle in cantina ed aiutare a preparare il mosto; ci sentivamo tutti importanti,sognando come doveva essere bello vivere ai tempi in cui si pigiava ancora l’uva a piedi nudi ed i contadini ancora preparavano lu miezu vin e l’acquata.

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