LA CONVERSIONE DI SAN PAOLO

I due dipinti di Caravaggio a confronto

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La Conversione di San Paolo (1601)

cms_20380/1.jpgLa Conversione di San Paolo (o Conversione di Saulo) è un dipinto a olio su tela di 230x175 cm, realizzato nel 1601 dal pittore italiano Caravaggio.

E’ conservata nella Cappella Cerasi della Basilica di Santa Maria del Popolo a Roma;

Il 24 settembre 1600 Caravaggio fu incaricato da monsignor Tiberio Cerasi di dipingere due quadri che raffigurassero il prodigio della conversione di san Paolo e la crocifissione di san Pietro.

Caravaggio presentò una prima versione della Conversione di san Paolo, che non fu rifiutata dall’Ospedale della Consolazione, come si credeva originariamente.

Infatti si trattò semplicemente di un cambiamento di idea da parte dei committenti che Caravaggio, assecondò, oppure fu addirittura egli stesso a cambiare programma dopo che le dimensioni della Cappella (in costruzione sotto la nuova direzione dell’Ospedale della Consolazione) furono ristrette rispetto a quelle del progetto originario, il che avrebbe portato le tavole ad essere sovradimensionate.

La scena ritrae il momento topico della conversione di Paolo quello in cui a Saulo, sulla via di Damasco, appare Gesù Cristo in una luce accecante che gli ordina di desistere dal perseguitarlo e di diventare suo ministro e testimone.

Sono presenti nella scena un vecchio e un cavallo, il quale, grazie all’intervento divino, alza lo zoccolo per non calpestare Paolo.

Caravaggio adotta l’iconografia della luce accecante e l’assenza di Cristo.

Secondo alcuni studiosi l’artista lombardo fece questa scelta perché il committente lo aveva esortato a rispettare l’ortodossia cioè a dipingere ciò che era stato scritto negli Atti degli Apostoli.

Secondo altri, Caravaggio decise di non dipingere Gesù perché non voleva che nei suoi quadri ci fossero figure divinizzate (Cristo era già risorto quando San Paolo si converte) perché ciò sarebbe andato contro il realismo a cui Caravaggio mirava.

Un altro importante dettaglio da notare è che Caravaggio dipinge un Saulo accecato.

Alcuni affermano che questa soluzione è estremamente moderna perché allude ad un dramma che si svolge nell’intimo dell’uomo, che allarga le braccia come segno di estrema dedizione al Cristo.

Alcuni critici hanno ironicamente soprannominato il dipinto, la "Conversione del Cavallo".

Infatti il cavallo occupa una parte rilevante del dipinto delineando anche in questa scelta il carattere innovatore della pittura caravaggesca.

Infatti le norme paleottiane prescrivevano di non porre al centro della rappresentazione un animale o elementi secondari.

Alcuni studiosi ritengono che la scelta di porre al centro del dipinto il cavallo sia stata fatta per simboleggiare l’irrazionalità del peccato, il palafreniere quindi rappresenterebbe la Ragione.

La luce invece è il simbolo della Grazia divina che irrompe nelle tenebre del peccato (il fondo scuro).

Inoltre, il fondo nero, oltre ad avere una funzione simbolica, si presta in modo eccelso a far risaltare i volumi plastici dei personaggi ed in particolare del cavallo.

Sotto al dipinto attuale è stata scoperta un’opera completamente diversa che potrebbe essere o un’opera precedente o, più probabilmente, una prima elaborazione del soggetto, trasformata poi radicalmente nel corso dell’esecuzione.

Esistono due versioni di questo quadro:

una è conservata nella Cappella Cerasi della Basilica di Santa Maria del Popolo a Roma;

L’altra è parte della collezione Odescalchi (segue post di quest’opera)

Nel mese di novembre 2006 le due opere furono esposte entrambe per la prima volta al pubblico, nella Cappella Cerasi della basilica di Santa Maria del Popolo a Roma.

Fu così possibile vedere le due versioni a confronto.

La Conversione di San Paolo (Caravaggio Odescalchi) 1601

cms_20380/2.jpgLa Conversione di san Paolo (o Conversione di Saulo) è un dipinto a olio su tavola di cipresso (237x189 cm), realizzato tra il 1600 e il 1601 dal pittore Caravaggio.

Di proprietà della famiglia romana Odescalchi, è chiamato anche Caravaggio Odescalchi per distinguerlo da un altro dipinto sullo stesso tema, conservato nella cappella Cerasi della basilica di Santa Maria del Popolo a Roma.

Tra le pochissime opere di Caravaggio ancora in mano privata, la Conversione Odescalchi è sicuramente il dipinto di maggiore qualità, e di attribuzione incontrovertibile.

Quest’opera, assieme alla scomparsa Crocifissione di san Pietro, fu commissionata nel settembre 1600 da Monsignore Tiberio Cerasi (Tesoriere Generale della Camera Apostolica sotto il papato di Clemente VIII), per essere poi posizionate nella cappella che il prelato aveva acquistato nella chiesa di Santa Maria del Popolo a Roma.

Lo stesso Cerasi incaricò Carlo Maderno di ristrutturare la cappella e commissionò ad Annibale Carracci la pala d’altare raffigurante l’Assunzione della Vergine Maria.

Ma il 4 maggio 1601 il Cerasi morì, quando i lavori di restauro della cappella non erano ancora iniziati.

Lo stesso Caravaggio non poté pertanto consegnare le sue due opere (che tuttavia gli vennero pagate, il 10 novembre 1601, dall’Ospedale della Consolazione, beneficiario dell’eredità del Cerasi, seppur a un prezzo inferiore rispetto a quello pattuito); decise pertanto di conservarle entrambe presso il suo studio in attesa del compimento dei lavori di restauro della cappella.

Successivamente, in virtù di un nuovo accordo con gli eredi del Cerasi, Caravaggio realizzò una seconda versione su tela di entrambi i dipinti, i quali nel maggio 1605 vennero collocati nella cappella ristrutturata.

Si tratta pertanto di due dipinti su tela (non su tavola di cipresso come pattuito col Cerasi nel 1600) differenti da quelli conservati nel proprio studio e realizzati cinque anni prima.

Le spiegazioni degli storici dell’arte sulla realizzazione di due opere differenti sono due.

La prima si basa su quanto affermò il pittore e biografo Giovanni Baglione, acerrimo rivale del Caravaggio, secondo cui i primi dipinti realizzati «non piacquero al padrone» e «se li prese il cardinal Sannesio».

D’altro canto, la mancanza di fonti conosciute in merito a un possibile rifiuto teologico o stilistico delle opere, e il fatto che il Cerasi, morto nel 1601, potrebbe non aver mai visto le opere completate, fanno pensare gli storici anche a un’altra ipotesi.

Quella cioè che i due dipinti non siano stati più ritenuti idonei dallo stesso Caravaggio in seguito al completamento dei lavori di restauro della cappella, dai quali derivò una nuova e più ridotta spazialità architettonica.

I due dipinti originali (sia la Conversione di san Paolo che la Crocifissione di Pietro) passarono di mano diverse volte: furono dapprima acquistate dal cardinale Giacomo Sannesio, che le vendette poi allo spagnolo Giovanni Alfonso Enriquez de Cabrera, nono Almirante di Castiglia e viceré di Sicilia e di Napoli fino al 1646, che le portò con sé a Madrid nel 1647.

La Conversione di san Paolo fu in seguito venduta separatamente al nobile genovese Agostino Ayrolo e poi al cognato Francesco Maria Balbi.

Successivamente per via ereditaria finì nella raccolta della principessa Vittoria Odescalchi-Balbi di Piovera, ed ancora per discendenza alla famiglia Odescalchi di Roma, che oggi la possiede.

Non si conosce la sorte della Crocifissione di san Pietro, attestata ancora nel 1691 nella collezione di Madrid.

Una copia del soggetto fu eseguita da Lionello Spada ed è conservata al Museo dell’Ermitage a San Pietroburgo.

La scena ritrae il momento topico della conversione di Paolo quello in cui a Saulo, sulla via di Damasco, appare Gesù Cristo in una luce accecante che gli ordina di desistere dal perseguitarlo e di diventare suo «ministro e testimone».

Caravaggio raffigura Gesù come assistito e sorretto da un angelo, mentre Paolo, caduto dal cavallo, con le mani a coprire gli occhi accecati dalla luce divina, è affiancato da un anziano armigero.

Il fiume che si scorge dietro le figure è l’Aniene.

Gruppo arte e cultura di Orietta Paganotti

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