LA COMUNICAZIONE PUBBLICA SI FA BENE IN TRE MOSSE

Semplificazione, chiarezza e qualità

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Il primo Rapporto Ocse sul tema aggiunge un nuovo interessante tassello al profilo istituzionale della funzione.

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Costituzione di un nucleo familiare, registrazione di una nascita, iscrizione di un figlio a una scuola o all’Università, acquisto o ristrutturazione di un immobile, presentazione della dichiarazione dei redditi o di quella di successione, sono aspetti reali della vita di una persona legati alla quotidianità. In tutti questi momenti, peraltro non sempre sereni, il rapporto tra il contribuente e la Pubblica Amministrazione si estrinseca in due diversi momenti: l’informazione e la comunicazione. Talvolta, però, si verifica che la comunicazione pubblica, con i suoi tecnicismi lessicali, anziché essere chiara, finisca per rappresentare un ostacolo per il destinatario che è poi l’utente finale dei servizi.

Semplificazione del linguaggio e strumenti telematici

Provvedimenti, circolari, avvisi, sono alcuni degli strumenti di prossimità più utilizzati per spiegare al cittadino, con chiarezza e con un linguaggio semplificato, come districarsi nel mondo della scuola, del lavoro, della sanità, della tassazione soltanto per citare alcuni esempi. Per raggiungere questo obiettivo, che è poi l’essenza della comunicazione pubblica, anche gli investimenti nelle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione non sono una componente secondaria. Anzi. L’obiettivo non è soltanto di favorire una corretta e consapevole relazione tra Stato e cittadino, ma anche per rispondere alle mutate esigenze ed essere al passo con i tempi che cambiano. Diversa da quella pubblica è la comunicazione politica che coinvolge, invece, singole figure e partiti politici, il dibattito di parte, le elezioni.

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Una comunicazione di qualità

A fronte dell’incremento dei canali informativi, dei nuovi media, dei canali digitali e del ruolo autoreferenziale svolto dai social, oggi la comunicazione pubblica è chiamata a svolgere anche un ruolo di qualità. E proprio su questa ultima caratteristica, la qualità, che ha posto l’accento di recente l’Ocse, Organizzazione internazionale di studi economici con sede a Parigi, e a cui aderiscono 36 Stati membri, accomunati da un sistema di governo di tipo democratico e da un’economia di mercato. L’Ocse ha pubblicato un documento ricco di dettagli e di buone pratiche dal titolo “Comunicazione pubblica: il contesto globale e la strada da seguire”. Si tratta del primo Rapporto interamente dedicato alla comunicazione pubblica. Il Rapporto, basato sulla raccolta di dati su politiche e pratiche in 46 Paesi e 63 istituzioni, si situa in un momento storico particolare caratterizzato da un lato dalla moltiplicazione dei centri informativi e dall’altro dalla presenza di fake news che la recente crisi pandemica ha evidenziato in tutta la sua essenza. Il Rapporto è stato sviluppato sulla base delle risposte, raccolte in 46 Paesi e presso la Commissione Ue, ai sondaggi 2020 realizzati dall’OCSE in materia di comprensione della comunicazione pubblica (OECD 2020 Understanding Public Communication Surveys).

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Una crisi fiducia: lo stato dell’arte

Al costante declino dei media tradizionali e delle testate giornalistiche che ha contribuito ad alimentare le polarizzazioni, si è accompagnata la diffusione senza precedenti di fenomeni di misinformazione e disinformazione. Ma quale strategia, secondo l’Ocse, è opportuno adottare per recuperare il deficit di comunicazione trasparente, inclusiva e reattiva? Quello stesso deficit che traspare dai sondaggi condotti tra il 2020 e il 2021 e dai quali emerge una scarsa fiducia nel governo e nell’informazione. In 34 Paesi, il 52% degli intervistati si dichiara insoddisfatto della democrazia, in 4 democrazie, tra 1/3 e 2/3 degli intervistati afferma che il sistema politico necessita di grandi cambiamenti, nei Paesi dell’OCSE il 51% degli intervistati si fida del proprio governo. Ma c’è anche chi ha scarsa fiducia in tutte le categorie di fornitori di informazioni e chi si fida soltanto dei social media (35%), chi si fida delle notizie che sceglie di consultare (46%) e chi sostiene che l’elusione informativa sia in aumento. Più del 60% di chi ha partecipato, ad esempio, all’ultimo sondaggio condotto da Ipsos per IDMO, l’hub nazionale contro la disinformazione, ritiene che chi diffonde fake news è consapevole del fatto che si tratti di notizie false mentre tra i più scolarizzati il 57% ritiene, invece, che chi diffonde una fake non è consapevole che la notizia sia falsa. Quasi il 90% degli intervistati sostiene poi che la disinformazione è diffusa in Italia e un analogo 90% lo considera un elemento di grande preoccupazione.

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Gli strumenti per recuperare la fiducia

La vera “chiave di Volta” per incoraggiare comportamenti positivi e per ascoltare i cittadini e comprendere le loro esigenze e aspettative sono, secondo l’Ocse, le innovazioni che coinvolgono i canali digitali, la raccolta e l’analisi di ingenti volumi di dati (big data analytics), la condivisione di informazioni di maggiore portata e impatto. Soltanto attraverso questo connubio di strumenti sarà possibile superare il retaggio della diffusione di informazioni di impostazione unilaterale e dall’alto verso il basso.

I principi chiave di una comunicazione efficace

Potenziare la funzione della comunicazione pubblica, istituzionalizzare e professionalizzarela funzione della comunicazione pubblica, operare una transizione verso una comunicazione più informata, corredare l’adozione di dati e tecnologie digitali, potenziare l’uso strategico della comunicazione pubblica per contrastare i fenomeni di misinformazione e disinformazione. Sono i cinque principi chiave a cui deve uniformarsi, secondo l’Ocse, una comunicazione pubblica efficace.

Il contrasto alla misinformazione e di disinformazione

Il quinto principio è particolarmente interessante perché riguarda l’attività di contrasto alla misinformazione e alla disinformazione. Ma quale è la differenza? La prima è, in genere, una informazione imprecisa, fuorviante mentre la seconda è una notizia palesemente falsa e messa in circolazione con l’obiettivo di ingannare. E se è vero che la disinformazione minaccia l’efficacia della comunicazione pubblica è anche vero che attribuisce alla funzione un ruolo centrale nel contrastarla. Prendiamo il caso dell’ondata di misinformazione sanitaria che ha accompagnato il Covid-19. In questo caso, sottolinea l’Ocse, l’identificazione di un percorso da seguire ed essere al passo con le tendenze che emergono dai media e dalle nuove tecnologie permette al comunicatore pubblico di stabilire pratiche coerenti e identificare i successi conseguiti. Così facendo non soltanto si dispone di uno strumento essenziale per sviluppare gli interventi riducendo la circolazione e gli effetti della disinformazione, ma si possono valutare le attività di contro-disinformazione, programmando quelle future e gli esiti relativi.

L’azione del governo italiano e dell’Unione europea

Nel 2020 la crescente diffusione di notizie false relative al Covid sul web e sui social network indusse il governo italiano a istituire una Unità di monitoraggio per il contrasto al fenomeno, individuare le fonti di diffusione, stabilire con quali modalità coinvolgere i cittadini e gli utenti social nel rafforzamento della rete di individuazione, sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso campagne di comunicazione. Anche la Commissione europea ha elaborato un piano articolato per mettere in chiaro i fatti, comprendere, fornire esempi di disinformazione ma anche presentare i risultati della collaborazione con le piattaforme, combattere le truffe online a danno dei consumatori.

L’innovazione tecnologica e il ruolo del PNRR

La digitalizzazione e l’innovazione è uno dei tre assi strategici intorno ai quali ruotano le misure previste dal PNRR, il Piano di ripresa e Resilienza. Un pacchetto completo di riforme e investimenti necessario per accedere alle risorse finanziarie messe a disposizione dall’Unione europea con il Dispositivo per la ripresa e la resilienza, perno della strategia di ripresa post-pandemica finanziata tramite il programma Next Generation EU (NGEU).

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Fonti informative

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Gianluca Di Muro

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