LA BATTAGLIA DI FABO A FAVORE DELL’EUTANASIA

La proposta di legge sul testamento biologico sarà presto al vaglio della Camera, riaprendo vecchi dilemmi: legalizzare o condannare la “dolce morte”?

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Da quel maledetto 13 giugno 2014, dj Fabo, all’anagrafe Fabiano Antoniani, ha smesso di animare con la sua musica le discoteche milanesi. Le notti di divertimento si sono tramutate in un’unica “notte senza fine”, come lui stesso la definisce. Un incidente stradale lo ha reso cieco e tetraplegico, costringendolo a passare le sue giornate in un letto d’ospedale. Ha tentato trattamenti di ogni tipo, senza successo. Né le cure mediche, né l’amorevole assistenza della madre e della fidanzata Valeria potranno riportarlo alla sua vecchia vita da ragazzo spericolato e un po’ folle, amante della musica e del brivido, alla costante ricerca di emozioni forti e nuove passioni.

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“Sono sempre stato un ragazzo molto vivace, forse un po’ ribelle. Nella vita ho fatto di tutto: l’assicuratore, il geometra, il broker. Ho lavorato per un team di Motard, correvo anche in motocross. Ma la mia passione più grande è sempre stata la musica. Suonare per gli altri mi rendeva felice, mi permetteva di sognare e dare un tocco magico alla mia vita…” racconta Fabiano, prendendo “in prestito” la voce della fidanzata. Anche parlare costituisce per lui uno sforzo immane, con quell’ingorgo di tubi che gli ostruiscono la gola.

L’ex dj ha voluto mettere nero su bianco queste parole, in una missiva al Presidente della Repubblica. Ha raccontato delle sue tante esperienze, dagli esordi fino al trasferimento in India, dove ricorda di aver vissuto momenti indimenticabili e di aver incontrato persone fantastiche, in compagnia di Valeria, sua compagna storica. Poi il terribile incidente d’auto, la speranza iniziale e le cure disperate, alla ricerca di un minimo miglioramento, che non è mai arrivato. Un destino beffardo, che ha spezzato i suoi sogni di 39enne proprio mentre si stavano trasformando in realtà.

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Ora, Fabo chiede solo di abbandonarsi a una morte senza dolore, di uscire da quella invisibile gabbia che da quasi tre anni gli impedisce di fare qualsiasi cosa, anche di ascoltare la musica che tanto amava. “Non sono depresso – chiarisce - ma non vedo più, non mi muovo più. Vorrei poter scegliere di morire senza soffrire. Ho scoperto di aver bisogno di aiuto. L’associazione Luca Coscioni ha depositato in Parlamento una proposta di legge per legalizzare l’eutanasia. Sono passati più di tre anni e non è stato deciso ancora niente. Signor Presidente, so che non spetta a Lei approvare le leggi. Le chiedo però di intervenire, affinché venga presa una decisione. Per lasciare ciascuno libero di scegliere, fino alla fine.”

Descrivere un dolore così grande non è mai facile, ma Fabo ha saputo farlo con poche, semplici parole, di quelle che toccano il cuore. Con la sua storia si riapre una delle questioni più dibattute negli ultimi anni, non solo nelle aule parlamentari: la legalizzazione dell’eutanasia.

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Dal 2014 a oggi, solo Belgio, Olanda, Lussemburgo e Svizzera hanno dato il via libera all’eutanasia attiva, ovvero alle pratiche mediche che consentono al paziente di porre fine alla propria vita in maniera indolore, grazie a iniezioni letali. Naturalmente, ogni caso viene sottoposto al giudizio di medici e di un’apposita commissione. In tutti i Paesi, a eccezione della Svizzera, l’autorizzazione viene concessa solo ai casi più gravi, in cui sussistono sofferenze fisiche insopportabili e ineliminabili. La maggior parte dei restanti Stati europei, come Francia, Svezia, Germania e Austria, ha detto sì esclusivamente all’eutanasia passiva, che implica l’interruzione di cure e alimentazione, inducendo una morte più lenta e graduale. Nel resto del mondo, le legislazioni sono molto variegate: si passa da Paesi in cui l’eutanasia è legale in tutte le sue forme ad altri che condannano qualsiasi collaborazione attiva alla morte di un individuo, facendola rientrare nel reato di omicidio colposo.

In Italia sono bandite sia l’eutanasia attiva che quella passiva. “Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno” recita l’articolo 575 del Codice Penale. Una legge che, agli occhi dei sostenitori dell’eutanasia, appare retrograda e “bigotta”, simbolo del perbenismo del Belpaese. Sull’altro fronte ci sono invece coloro che si oppongono alla “dolce morte”, sostenuti dalla dottrina cattolica. Il Santo Padre è da sempre in prima linea nella lotta contro aborto ed eutanasia, ripetendo in molti dei suoi discorsi il motto: “La vita umana è sempre sacra”.

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Che fare, dunque? Nel dibattito su temi spinosi come quello che stiamo esaminando, nessuna delle posizioni diametralmente opposte è assolutamente giusta o sbagliata. Ci si trova davanti a un dilemma estremamente difficile da risolvere: in gioco c’è l’esistenza di tante persone che si ritrovano in un letto d’ospedale, a lottare contro una vita che non è più un dono, ma un pesante fardello da portare in spalla. L’assoluta sacralità della vita è un valore laico prima che cristiano, che andrebbe rispettato pedissequamente. Ma fino a che punto? Ci sono condizioni, come quella vissuta da Fabiano, che non garantiscono la minima dignità ai pazienti, ridotti a vivere come vegetali. In questi casi, si può parlare solo di sopravvivenza forzata, non di un’esistenza degna di essere vissuta a pieno. La disperazione è tale da spingere molti malati a intraprendere l’estremo viaggio verso la Svizzera, dove è ammesso anche il suicidio assistito. La tariffa per poter accedere alle procedure va dai 10 ai 13 mila euro, costi che spesso vengono coperti grazie alle collette e all’aiuto di amici e parenti. Si stima che ogni anno siano circa duecento gli italiani che raggiungono lo Stato d’Oltralpe per sottoporsi alla tanto agognata “dolce morte”, alimentando il macabro mercato dei decessi “a pagamento”.

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Il prossimo 30 gennaio sarà al vaglio della Camera la proposta di legge sul testamento biologico, che prende il nome di “Dichiarazioni anticipate di trattamento” (Dat). Quest’ultima aprirebbe le porte all’interruzione delle cure e dell’alimentazione artificiale, previa specifica richiesta da parte del paziente. Assecondando i desideri del soggetto in questione, il medico sarà esonerato da qualsiasi responsabilità civile e penale; allo stesso tempo, saranno garantite a tutti le cure palliative per alleviare i dolori. Purtroppo, già si prevede uno scarso successo della proposta: proprio il capogruppo alla Camera Maurizio Lupi ha dichiarato di non trovarsi d’accordo con molti dei nodi fondamentali del testo. Sarebbe bene, però, prendere una decisione definitiva, rispettando le esigenze e i pareri dei cittadini che, sfortunatamente, sono costretti alla totale immobilità fino alla fine dei loro giorni, o che convivono con una malattia terminale e devono sopportare dolori acuti e continui, in attesa della fine. Probabilmente, permettere a ognuno di volare con le proprie ali, diretti verso universi “paralleli”, resterà per sempre un’utopia, a dispetto della sacrosanta libertà individuale.

Federica Marocchino

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