LATTE: SI E NO ALLE ETICHETTE DI ORIGINE

La Corte UE impone condizioni per le norme interne più descrittive

Giustizia_12_10_2020.jpg

cms_19463/apertura.jpgLa multinazionale Lactalis proponeva ricorso al Consiglio di Stato per contestare la legittimità di una normativa francese che imponeva l’etichettatura dell’origine del latte, poiché tale disposizione avrebbe violato il Regolamento UE n. 1169/2011 che non prevede una siffatta indicazione. La Corte UE, chiamata ad esprimersi, nella sentenza che ha definito la causa C-485/18, precisa innanzi tutto che il regolamento n. 1169/2011 stabilisce tale indicazione qualora l’omissione sia in grado di indurre in errore i consumatori. Quindi ha sancito che il legislatore nazionale può imporre anche altre indicazioni, a patto che vi sia un nesso chiaro tra l’origine del prodotto e le sue specifiche qualità e che ciò sia giustificato da esigenze di protezione della salute, di prevenzione da frodi, di protezione dei diritti di proprietà industriale e commerciale, delle prerogative d.o.c. e della repressione della concorrenza sleale. Non solo: tali indicazioni devono anche costituire un valore significativo per la maggior parte dei consumatori. La Corte, in sintesi, sembra molto preoccupata che l’imposizione nazionale di etichette di provenienza possa creare squilibri nella concorrenza in virtù della suggestione che tale indicazione potrebbe indurre nei consumatori che, esemplificando, potrebbero acquistare in Francia un prodotto dove è indicato che il latte è prodotto in quel Paese, a scapito di altri prodotti ove il latte proviene da altri Paese UE, senza che tale scelta risponda ad un interesse giustificato da gravi e comprovate motivazioni. Ci sembra che la Corte Ue in questa sentenza dica tutto e dica nulla, poiché la giusta preoccupazione è accompagnata da una fitta previsione di paletti necessari a garantire la legittimità di provvedimenti nazionali che impongono informazioni di provenienza più precisi che, per effetto di questo setaccio a maglie oggettivamente troppo strette, rischiano di non farne passare più alcuno. Anzi, ne passeranno tanti altri, perché le eccellenze della produzione di alcuni Paesi rispetto ad altri indurrà sempre e comunque i gruppi di pressione esistenti nei primi a imporre tali indicazioni. E poi, se qualcuno si risente, si fa causa e si vede che accade. Tanto gli orientamenti possono cambiare, come accade per tutte le cose del mondo. A noi non piace questo scenario. Meglio sarebbe rivedere il Regolamento, fonte dei contrasti in questa materia.

Nicola D’Agostino

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