L’ORRORE DELLA SHOAH NELLE PAROLE DI PRIMO LEVI

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Non ci sarà mai una spiegazione razionale in grado di giustificare la brutalità con la quale è stata perpetrata ai danni degli ebrei una persecuzione così devastante. La storia che abbiamo appreso dai libri non è bastata a far luce su quell’ingiustificato odio razziale che ha ottenebrato per un lungo periodo di tempo la mente di tanti uomini. Riecheggiano martellanti le parole che hanno raccolto e consegnato fino ai nostri giorni la disperazione di un’umanità avvilita da un così immane e sviscerato odio, che pesa ancora sulla pelle tatuata di chi ha assorbito la peggiore condanna: l’essere consapevoli di non poter far nulla per cambiare le sorti del proprio destino nel momento più buio della storia.

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Primo Levi è l’emblema dell’Olocausto soprattutto perché lo ha vissuto in prima persona ed anche per aver dato voce allo strazio autentico di chi compiva il viaggio, per alcuni senza ritorno, ad Auschwitz, dove il campo di concentramento nazista ha seppellito insieme ai corpi le speranze dei dimenticati. E quasi a scuotere le coscienze non solo di chi era al sicuro in quel determinato periodo storico, ma anche di quanti avrebbero conosciuto in seguito, a distanza di generazioni, il capitolo più triste che la storia abbia mai vissuto, una tale tragedia non potrà mai essere dimenticata. In nessun luogo ed in nessun tempo può rassicurare quella finta certezza se il genere umano è stato capace di compiere la più atroce delle condanne nei confronti di un proprio simile. E, dunque, non sarà più possibile sedere allo stesso tavolo per consumare un pasto caldo se fra chi è seduto accanto non si scorga più un viso amico e familiare.

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Fintanto che ci sarà chi ha lavorato duramente nel fango senza conoscere la pace al fine di procacciarsi un po’ di pane per sfamare i propri figli, un filo sospeso terrà in bilico la propria realtà, pronta a recidersi come quando la nefanda decisione di uomini senza scrupoli ha potuto far perdere quei connotati umani al popolo eletto da Dio perché raggelati non tanto dal freddo dell’impetuoso inverno, ma dal gelo dell’insensibilità e dell’odio nemico. Nel ricordare quel “non dimenticare”, Primo Levi ci scuote sussurrando ancora una volta le nostre coscienze:

“Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,

Coricandovi, alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli”

... Nel Giorno della memoria si parli di loro, degli ebrei ed anche di quanti ancora perseguitati nel mondo inseguono il sogno della libertà della propria dignità.

Ester Lucchese

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