L’OPINIONE DEL FILOSOFO ...HANNAH ARENDT - III^

Hannah Arendt: la libertà fra filosofia e politica

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Sulla condizione umana

cms_23803/1.jpgGià ne Le origini del totalitarismo Hannah Arendt aveva posto in evidenza la relazione che corre fra identità e pluralità umana attraverso la figura dell’ “apolide”. Ciò che rende la condizione degli apolidi così drammatica è proprio il fatto che essi abbiano perso una comunità in grado di fornir loro un riconoscimento della loro identità. Gli apolidi si sono trovati a far affidamento su quei diritti umani che alla prova dei fatti si sono rivelati assolutamente inconsistenti; la perdita dei diritti dell’uomo si configura non solo come la perdita della protezione di un governo, ma come la perdita di una patria, intendendo con ciò la perdita dell’ambiente circostante, cioè il “tessuto sociale in cui sono nati e in cui si sono creati un posto nel mondo”. Ma non è tanto la perdita della patria in sé a rendere così drammatica la situazione, quanto l’esclusione dall’umanità intera: “Nessuno si era accorto che l’umanità, per tanto tempo considerata una famiglia di nazioni, aveva ormai raggiunto lo stadio in cui chiunque veniva escluso da una di queste comunità chiuse, rigidamente organizzate, si trovava altresì escluso dall’intera famiglia delle nazioni, dall’umanità”.

Il dramma di questi individui diventa quindi quello di “non appartenere più ad alcuna comunità”. Le persone private dei diritti umani hanno perso “un posto nel mondo che dia alle opinioni un peso e alle azioni un effetto” ovvero, sono state private del loro diritto all’azione:

Ci siamo accorti dell’esistenza di un diritto ad avere diritti ( e ciò significa vivere in una struttura in cui si è giudicati per le proprie azioni e opinioni) solo quando sono comparsi milioni di individui che lo avevano perso e non potevano riacquistarlo a causa della nuova organizzazione del mondo. (…) Solo perché l’umanità era completamente organizzata la perdita della patria e dello status politico poteva identificarsi con l’espulsione dall’umanità stessa.

Benché la figura dell’ “apolide” non fosse nuova all’interno del panorama europeo - basta guardare il popolo ebraico, il popolo apolide per eccellenza -, la situazione diventa drammatica, quando, privato di una comunità politica in grado di garantirgli qualsiasi diritto, di ogni relazione umana, del diritto ad avere un’opinione, della pertinenza del linguaggio, l’essere umano diventa “superfluo”.

cms_23803/2_1636774844.jpgGià in Vita Activa Hannah Arendt aveva riflettuto sulla condizione di “straniero”, che pare essere un dato strutturalmente connesso all’esistenza di un essere che giunge da un mondo che egli condivide con altri esseri umani, per andare verso una meta a lui ignota.

Per quel che riguardava la vita activa, questa condizione rende necessario orientare le attività verso la “cura” dello spazio che gli uomini hanno in comune.

cms_23803/3.jpgA sua volta, La vita della mente, con il ritrarsi dalle apparenze, nella capacità di permanere nel mondo senza esserne direttamente coinvolti, può essere letta come ciò che rende possibile la presa di coscienza della propria strutturale condizione di “straniero”: “agire e parlare sono manifestazioni esterne della vita umana, la quale conosce un’attività che, benché connessa in molti modi al mondo esterno, non si manifesta necessariamente in esso e non ha bisogno di essere vista, né sentita, né usata, né consumata per essere reale: l’attività del pensiero”.

La pluralità umana, oltre ad essere la condizione fondamentale sia dell’azione che del discorso, si configura anche come la causa che sta dietro all’intrinseca fragilità che caratterizza il regno degli affari umani. Il fatto che il soggetto agente si muova sempre nell’ambito di un intreccio di relazioni preesistente al suo inserimento, rende la sua azione gravida di conseguenze, in quanto essa è in grado di innescare continuamente nuovi processi e reazioni che, benché rappresentativi di quella naturale capacità dell’azione a creare sempre nuove relazioni, sono anche espressione della sua strutturale tendenza a forzare ogni limite e confine.

cms_23803/4.jpgL’uomo ha sempre tentato di contrastare la fragilità che domina l’ambito degli affari umani, e ciò si è solitamente configurato come un tentativo di eliminare la condizione della pluralità e di tentare di sostituire il fare all’agire, “un’attività nella quale un uomo, isolato dagli altri, rimane padrone di ciò che fa dal principio alla fine”. Si delinea la critica alla tradizione filosofica: secondo Arendt, gran parte della filosofia politica, da Platone in poi, potrebbe essere letta come “una serie di tentativi di trovare fondazioni teoretiche e modi pratici per una fuga totale dalla politica”, politica intesa come sfera dell’azione e dalla pluralità. Se per Platone, per eliminare il problema della destabilizzante condizione della pluralità, colui che iniziava l’azione doveva mantenerne il controllo, diventando così colui che comandava gli altri, i quali si sarebbero limitati ad eseguire gli ordini, Arendt così commenta: “Platone fu il primo a introdurre la divisione fra quelli che sanno e non agiscono e quelli che agiscono e non sanno, al posto dell’antica articolazione dell’azione in principio e conclusione, così che sapere cosa fare e farlo divennero due attività del tutto differenti”.

L’esperienza della polis invece rappresenta per Arendt il tentativo dei greci, in età prefilosofica, di far fronte all’instabilità presente nella sfera degli affari umani. Pur restando legata alle condizioni in cui la vita dell’uomo si svolge sulla terra, e non tentando di fuggirla, come accadde con la nascita del pensiero metafisico, o come sembra accadere in epoca contemporanea con il progresso scientifico. l’esperienza della polis non si identificava tanto con la città-stato come luogo radicato geograficamente su un territorio, quanto come organizzazione delle persone così come scaturisce dal loro comune agire.

Questo tipo di organizzazione politica svolge principalmente due funzioni: la prima è quella di fornire uno spazio che, pur sotto certe restrizioni, permette ai cittadini di moltiplicare le opportunità di distinguersi e mostrare la loro unicità attraverso atti e parole, per conseguire la tanto agognata fama che li avrebbe resi immortali. L’altra, direttamente dipendente dalla prima, “offre un rimedio alla futilità dell’azione e del discorso”. La Arendt definisce infatti la polis come “una specie di organizzazione della memoria”: il vivere insieme degli uomini garantirebbe una testimonianza ed un ricordo perenne delle loro gesta e delle loro storie, senza nemmeno il bisogno di ricorrere al soccorso di altre facoltà se non quelle appartenenti alla stessa sfera dell’azione.

Attraverso l’azione l’uomo soddisfa il suo bisogno di garantire stabilità alla finitezza della sua esistenza, in virtù dell’integrazione fra mondo e condizione umana. È questo lo spazio politico, che si forma ogni volta che gli uomini condividono le modalità dell’azione e del discorso, che anticipa e precede ogni forma di governo ed istituzione e che non perde mai il suo carattere potenziale, proprio a causa del suo essere fondato su quelle attività i cui prodotti sono intangibili. È da questo spazio che deriva il “potere” degli uomini, potere che si configura proprio nei termini di capacità degli uomini di agire di concerto, e che quindi finisce proprio con coincidere con la pluralità stessa.

Nello spazio politico è necessario che l’azione venga poi fissata sotto forma di leggi, istituzioni e governi. Tuttavia, concepire la politica come il mantenimento di un ordine può atrofizzarne la caratteristica potenzialità, frutto del vivere insieme degli uomini, attraverso la quale essi fanno esperienza della libertà proprio grazie alla loro strutturale capacità di dare inizio a qualcosa di nuovo ed imprevedibile.

Come già era successo nella descrizione dell’agire fatta in Vita Activa, anche l’attività del pensiero è definita come una energeiai, una di quelle attività che ha il proprio fine in se stessa e non lascia dietro nessun prodotto; e come accade per l’azione, anche il pensiero non manca quindi di un suo potere distruttivo. Chi ha colto meglio di tutti questa peculiarità del pensiero è Socrate; la sua figura diventa fondamentale in La vita della mente, in quanto è riuscito a conciliare tanto la passione per il pensiero che quella per l’azione, sentendosi a suo agio in entrambe le dimensioni. Il carattere aporetico dei suoi discorsi mette ben in evidenza tanto il bisogno di una ragione sempre in fuga verso la ricerca di un significato, quanto il carattere destabilizzante dell’attività di pensare.

Per descrivere il pensiero, Socrate usava la metafora del vento: esso è invisibile, ma tali non sono i suoi effetti. Il “vento del pensiero” ha la capacità di scuotere quei concetti che il linguaggio ha congelato in parole; è questo il rischio maggiore che si corre nel trasporre il pensiero nel linguaggio quotidiano: trattare i suoi prodotti come se fossero risultati di un sapere. Ogni volta che si attualizza il pensiero, questo riesce a minare in profondità tutti i criteri fissati, i valori condivisi, i costumi e le regole di condotta a cui fanno riferimento i principi della morale e dell’etica, concetti da intendersi con un forte accento sul loro significato etimologico. Una volta che il vento del pensiero si è levato lasciando dietro di sé solo perplessità, conviene condividere con gli altri questi dubbi.

La soluzione al carattere distruttivo del vento del pensiero non sta certo nell’evitare di pensare, ed il caso di Adolf Eichmann ne è la prova lampante:

Anche il non-pensare (…) presenta i suoi rischi. Ponendo la gente al riparo dai pericoli della riflessione, esso insegna ad attenersi comunque a tutto ciò che prescrivono le regole di condotta vigenti in una data epoca ed in una data società. Ciò a cui gli uomini finiscono per abituarsi non è tanto il contenuto delle regole (…) quanto il possesso di regole sotto cui sussumere i casi particolari.

Se le attività mentali sono attività eminentemente riflessive, Arendt evidenzia come dai dialoghi socratici emerga il fatto che gli esseri umani, oltre ad avere rapporti fra di loro, possono rapportarsi anche a se stessi. Infatti: “Ciò che Socrate ha scoperto è che possiamo avere rapporti con noi stessi non meno che con gli altri, e che i due tipi di rapporto sono in certo qual modo connessi”. A sua volta: “L’unico criterio del pensare socratico è l’accordo, l’essere coerenti con se stessi”.

Questo essere-per-se-stessi diventa allora la prova del fatto che la differenza e l’alterità, le caratteristiche salienti del mondo delle apparenze, costituiscono le condizioni stesse di esistenza dell’io mentale dell’uomo: la coscienza di sé, cioè il fatto di essere due-in-uno, viene attualizzata nel dialogo silenzioso del pensiero, ed è solo l’imporsi del mondo esterno che ricompone in unità il due-in-uno che si attiva durante il pensare:

Nulla forse indica con più forza che l’uomo esiste essenzialmente al plurale dal fatto che nel corso dell’attività di pensiero la solitudine attualizza la sua semplice coscienza di sé (…) come una dualità. Ed è questa dualità di me con me stesso che rende il pensare un’attività vera e propria, nella quale sono insieme colui che domanda e colui che risponde. Il pensiero può diventare dialettico e critico poiché incede attraverso tale processo di interrogazioni e risposte.

Il pensiero dunque consiste nella semplice attualizzazione della dualità della coscienza in dialogo interiore. Hannah Arendt distingue nettamente la consciousness, quell’essere consapevoli della propria dualità messa in atto dal pensiero, e la coscience, la nozione di coscienza intesa in senso morale. Il problema di un’eventuale contraddizione con se stessi non si porrà finché non viene messo in atto il processo del pensiero, che da parte sua è un’attività, di cui ognuno può fare esperienza:

Il pensiero, nel suo senso non cognitivo, non specialistico, come bisogno naturale della vita umana, come attualizzazione della differenza che si dà nella coscienza, non costituisce una prerogativa di pochi, ma una facoltà costantemente presente in ognuno di noi; per questa ragione, l’incapacità di pensare non costituisce una manchevolezza della moltitudine che difetta di capacità cerebrale, ma è una possibilità permanente per chiunque.

Il pensiero di per sé è solamente un processo fine a se stesso, e il problema della coscienza intesa in un’accezione morale diventa quello che Arendt definisce un sottoprodotto del pensiero, un “effetto etico collaterale”. Tuttavia, sebbene il pensiero sia un’attività che si svolge ritirandosi dalle apparenze e che quindi sembra non rivestire alcuna rilevanza per quel che riguarda il campo della politica, ci sono circostanze in cui la situazione si rovescia: Quando tutti si lasciano trasportare senza riflettere da ciò che tutti gli altri credono e fanno, coloro che pensano sono tratti fuori dal loro nascondiglio perché il loro rifiuto di unirsi alla maggioranza è appariscente, e si converte per ciò stesso in una sorta di azione”.

cms_23803/6.jpgAl pari della coscienza morale, sottoprodotto della consciousness, la capacità di giudizio, di discernere ciò che è giusto da ciò che non lo è, è un sottoprodotto dell’effetto liberatorio del pensiero, ed è la maniera in cui il pensiero diviene manifesto nel mondo delle apparenze. La soluzione al problema “morale” del pensiero dell’ ultima sezione de La Vita della Mente, si inserisce nel campo della politica, perciò è un’attività che, per quanto spirituale, si collega alla sfera politica.

Per concludere, se l’idea di un pensiero che tenga conto del dato della pluralità umana diventa il punto di partenza ideale per ripensare il rapporto fra filosofia e politica, nel problema della libertà tanto l’ “agire” che il “pensare” permettono di far esperienza della “libertà” come capacità di dar inizio al nuovo e suggeriscono un’apertura del pensiero alla dimensione della pluralità, dove il nuovo dipende direttamente dal fatto che, mentre ogni uomo è un essere unico ed insostituibile, la sua unicità si forma solo attraverso l’interazione continua con gli altri.

(Fine)

L’OPINIONE DEL FILOSOFO ...HANNAH ARENDT - I^

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L’OPINIONE DEL FILOSOFO ...HANNAH ARENDT - II^

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Gabriella Bianco

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