L’ODISSEA DI GABRIELE DEL GRANDE IN TURCHIA

Recluso dallo scorso 9 aprile, il giornalista continua la sua battaglia in difesa della libertà di stampa

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Sono passate quasi due settimane dal giorno in cui Gabriele Del Grande, giornalista e regista lucchese, è stato fermato dalle autorità turche mentre si trovava al confine con la Siria. Il 35enne, fondatore dell’osservatorio e del blog Fortress Europe – che si occupa di raccogliere informazioni sui migranti morti in mare dal 1988 fino al febbraio di quest’anno – si trovava in Turchia dallo scorso 7 aprile per condurre alcune inchieste sulla guerra e sulla nascita dell’Isis nella vicina Siria. A soli due giorni dallo sbarco è cominciata la sua reclusione in un centro di identificazione ed espulsione di Mugla, dove lui stesso ha detto di trovarsi in una telefonata alla compagna, concessagli a una settimana dall’arresto. Una violazione che in qualunque Paese europeo risulterebbe alquanto improbabile, ma che in Turchia è all’ordine del giorno: lì, la legge permette che a un soggetto in stato di fermo vengano negate le visite dei familiari e persino di un legale per i 14 giorni successivi all’arresto.

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Il primo confronto con un avvocato è avvenuto, infatti, solo nella mattinata di ieri, quando Gabriele ha potuto incontrare anche una delegazione consolare italiana. “La sua detenzione è del tutto illegale. Non ci è stata data alcuna informazione su eventualicapi di imputazione nei confronti di Gabriele. Abbiamo chiesto di vedere il suo dossier e ci è stato negato. Al momento, il direttore del centro non ha nessuna informazione riguardo a una sua possibile espulsione; non c’è nessun impedimento giuridico al rimpatrio, si tratta di un provvedimento punitivo” ha rivelato il difensore del giornalista, l’avvocato turco Taner Kilic. Più ottimista il ministro degli Esteri Angelino Alfano che, in contatto con Luigi Iannuzzi, console italiano a Smirne, ha dichiarato: “Ci risulta che Gabriele stia bene e che stia facendo uno sciopero della fame, nutrendosi solo di liquidi. Gode comunque dell’assistenza di un medico, che io stesso ho richiesto e ottenuto. Prosegue il nostro lavoro diplomatico, in collegamento costante con le autorità turche, per ottenere il rilascio nei tempi più rapidi possibili”.

Con la sua protesta, Gabriele vorrebbe abbattere il muro di immotivata ingiustizia che gli si è parato di fronte non appena ha tentato di varcare il confine con la Siria, “zona del paese in cui non è consentito l’accesso” secondo le autorità turche. “La ragione del fermo è legata al contenuto del mio lavoro. Ho subito ripetuti interrogatori al riguardo. Ho potuto telefonare solo dopo giorni di protesta. Non mi è stato comunicato che le autorità italiane volevano mettersi in contatto con me. Dopo essere stato trattenuto ad Hatay, sono stato trasferito e messo in isolamento in un centro di identificazione ed espulsione a Mugla. Sto bene, non mi è stato torto un capello, ma hanno sequestrato il mio telefono e le mie cose, sebbene non mi venga contestato alcun reato” avrebbe riferito Gabriele alla compagna Alessandra D’Onofrio. Il motivo della cattura starebbe quindi nel materiale che il giornalista aveva raccolto in quelle 48 ore di permanenza sul suolo turco, probabilmente filmati e interviste che raccontano una realtà “scomoda”, celata agli occhi dei media e della popolazione.

“La sua voce è arrivata come un disperato grido di aiuto. Era palpabile la sua frustrazione per il fatto di trovarsi in uno stato di privazione della sua libertà e dei suoi diritti, senza essere accusato di nessun reato penale”: questo il messaggio inviato dai familiari del 35enne al Senato, in vista di una conferenza stampa a cui ha preso parte anche Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela dei diritti umani.

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In questi giorni sono giunte da più parti manifestazioni di solidarietà nei confronti di Gabriele, noto al pubblico soprattutto per la regia del documentario “Io sto con la sposa”, una pellicola tratta dalla storia vera di cinque profughi siriani e palestinesi sbarcati a Lampedusa per sfuggire alla guerra. Milano, Bergamo, Venezia, Bologna, Cosenza, Napoli e tante altre città hanno visto scendere in piazza fiumi di gente pronta a difendere la libertà del connazionale, chiedendo a gran voce che venga scarcerato. Immediata anche la reazione del web: sui social stanno spopolando gli hashtag #freegabriele, #iostocongabriele e #noalbavaglioturco.

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“All’inizio erano soltanto numeri,dati pescati meticolosamente negli archivi online delle principali agenzie di stampa internazionali, a cui avevo avuto accesso grazie a una serie di password craccate, passatemi da amici della stampa nazionale. Ben presto, però, mi accorsi che i numeri non aprivano nessuna breccia nel racconto dominante sulla frontiera. Serviva altro, mi dissi. Servivano le storie. Ventimila morti non vuol dire niente, Mariam o Adama vogliono dire tutto. Vogliono dire un nome, una persona, una vita” si legge nel testo intitolato “Uomini a perdere”, in cui Gabriele racconta la nascita del suo interesse verso il tema dell’immigrazione. Sono parole cariche di passione, impegno, totale devozione verso la verità, che a soli 24 anni si tramutò in una vera e propria missione di vita. Ancora oggi, nonostante le avversità e i rischi della situazione in cui si trova, Del Grande sceglie di difendere la libertà e il diritto a un’informazione autentica, di sacrificare se stesso a favore di quegli ideali che, forse, potranno contribuire a rendere questo mondo un posto migliore. E’ per questo che merita di tornare libero, in nome della verità che ogni giorno guida il suo pensiero e le sue azioni.

Federica Marocchino

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