L’Europa dei talenti: cala il patrimonio di risorse umane in Italia

Tra fuga di cervelli e scarsa valorizzazione di giovani altamente qualificati

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Lo scorso 15 marzo è stato presentato presso l’Auditorium di Via Rieti (Roma) il rapporto

Europa dei talenti, promosso dall’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” e realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS. Nella ricerca viene analizzato il fenomeno, sempre più rilevante, delle migrazioni qualificate, di cui vengono prese in esame le potenzialità e gli aspetti critici.

In un’Europa priva di immigrazione la forza lavoro potrebbe diminuire di 17,5 milioni nel prossimo decennio, specialmente in Italia. Già oggi si riscontrano 3,8 milioni di posti vacanti per via delle carenze in settori chiave come le scienze, la tecnologia, l’ingegneria e la sanità, mentre gli attuali 12 milioni disoccupati per oltre la metà hanno un basso livello di competenze. Nel 2020, per esempio, si riscontrerà la mancanza di 756mila figure altamente qualificate nelle telecomunicazioni e di circa 1 milione nel settore sanitario tra dottori, infermieri, dentisti, ostetriche e farmacisti.

Urge quindi un maggiore approfondimento di questa problematica, anche perché, come sostenuto dalla Commissione Europea, l’immigrazione altamente qualificata può assicurare fino a 6 miliardi di euro di vantaggio economico annuale. Eppure, il mercato del lavoro UE stenta ad utilizzare a pieno il talento degli stessi immigrati già presenti e poco funzionale risulta lo strumento della Carta blu UE, che nel 2017 ha contato appena 24.305 rilasci (di cui solo 301 in Italia).

All’inizio del 2017 sono 16,9 milioni i cittadini comunitari attivi in un altro Stato membro, oltre a 2 milioni di frontalieri (sia lavoratori che studenti). Tra di essi, 3,6 milioni sono lavoratori mediamente qualificati e quasi 3 milioni altamente qualificati (numero quasi triplicato rispetto al 2004). Un terzo è inserito in settori altamente qualificati, come la sanitò (11,0%), le attività professionali, scientifiche e tecniche (12,0%) e l’istruzione (10,6%).

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L’aumento delle occupazioni non o poco qualificate tra gli altamente qualificati comunitari rappresenta l’essenza di un processo di crescente sottoutilizzo (brain waste) di questi giovani migranti, legato alle difficoltà economiche che coinvolgono quasi un’intera generazione, alle prese con la disoccupazione diffusa, la crescente instabilità lavorativa, un costo della vita relativamente più alto rispetto al salario. E’ per questo che i due terzi degli studenti internazionali non europei preferiscono, una volta conseguita la laure, stabilirsi in un paese non appartenente all’Unione Europea.

In Italia la situazione è ancora meno confortante per via del basso tasso di occupazione (10 punti percentuali e 3,8 milioni di occupati in meno rispetto alla media UE-15). Le carenze più gravi riguardano i comparti ad alta qualificazione (sanità, istruzione e pubblica amministrazione): in particolare, dei 2.423.000 occupati stranieri rilevati dall’Istat nel 2017, quasi 2 su 3 (62,8%) svolgono professioni non qualificate o operaie e solo 1 su 14 (7,2%) fa lavori qualificati, risultando più spesso sovraistruiti (nel 35,5% dei casi gli immigrati svolgono mansioni al di sotto del loro livello di formazione). Continuano a mancare gli spazi offerti ai lavoratori qualificati non comunitari (5.000 nel 2017).

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“L’Italia – commenta il prof. De Nardis, presidente dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” – soffre l’assenza di una strategia in grado di attrarre lavoratori qualificati nei comparti strategici, dove i ridotti investimenti bloccano l’impiego sia di nuove leve italiane sia di quelle in arrivo dall’estero, facendo del paese un tipico caso di spreco di talenti, di cui fanno le spese i giovani, sia autoctoni sia immigrati”.

Stando alle stime Ocse, infatti, l’Italia sarebbe l’ottavo paese nel mondo per numero di emigrati. Nel 2017 gli italiani residenti all’estero (oltre 5.114.000, di cui quasi 2.657.000 per espatrio) sono in aumento. I richiedenti cancellazione all’anagrafe sono stati 114.000 nel 2017 (120.000 secondo le prime stime dell’Istat per il 2018), da maggiorare per un coefficiente di 2,5/3 volte se, come ha fatto Idos, si tiene conto delle registrazioni effettuate nei paesi europei di arrivo. Stiamo in pratica raggiungendo gli stessi livelli di espatri registrati negli anni ’60: l’unica differenza è che, oggi, a lasciare l’Italia sono principalmente i laureati. Erano appena 3.500 nel 2002 e sono diventati 28.000 nel 2017, per un totale di 193.000 laureati e 258.000 diplomati in sedici anni.

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Alla luce di questi dati, possiamo sostenere con certezza che l’Italia ha perso nel 2017 tra i 90mila e i 108mila connazionali altamente qualificati, e che tra il 2002 e il 2017 sono stati circa mezzo milione i laureati espatriati per cercare fortuna altrove, di cui almeno un terzo non è più tornato nel Belpaese.

“Un paese come l’Italia – commenta Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche IDOS – che invecchia rapidamente e che continua a perdere competitività, con una economia in recessione, dovrebbe avere il coraggio di aprire i propri sistemi economici, produttivi e di ricerca ai giovani talenti, sia italiani sia stranieri, prima che essi optino per l’abbandono del paese. La dominante retorica della ‘chiusura’ non solo rivela la chiusura mentale di chi la alimenta, ma autocondanna il paese a un futuro sempre più asfittico e infecondo”.

Massimo Favia

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