L’ETNA È PIU’ BELLA DELLA GIOCONDA?

ETNA_La_natura_e__arte_02_CULTURA_E_SOCIETA.jpg

cms_20426/0.jpg

Di Mungibeddu tutti figghi semu, terra di focu, di canti e d’amuri, st’aranci sulu nui li pussidemu e la Sicilia nostra si fa onuri …

(“Sicilia bedda” – canto folkloristico siciliano)

È, per volontà dell’Unesco, “Patrimonio dell’Umanità” solo dal 21 giugno del 2013, ma è evidente come, per il mondo intero, il più alto vulcano dell’Eurasia sia qualcosa di prezioso da sempre. La bellezza di un vulcano è data dall’impressione del fenomeno eruttivo, dalla sagoma di una montagna che custodisce il mistero del fuoco e dell’energia. È data dalla consapevolezza di come, nella dinamica vulcanica e nel fluire del magma, si sostanzi o si esemplifichi il passato e il futuro del sistema universale. C’è l’epifania del centro della Terra, in un’eruzione. Nella lava, son fusi i materiali che danno base al corpo terrestre. Nelle altissime temperature e in quel colore rosso vivo che caratterizza il magma, si accende il pensiero dell’uomo che osserva e che trova, nella visione e nella percezione, lo struggimento e il tormento di chi vorrebbe capire da dove si provenga e dove si vada, la magia della vita e della morte, del tutto e del nulla, della res e della cenere.

L’Etna, patrimonio Unesco, è qualcosa di tangibile ma anche di immateriale. C’è ben oltre rispetto all’immagine. Si potrebbe persino provare una sindrome di Stendhal, come a cagione di un’opera d’arte magnifica; perché un vulcano – questo vulcano – è pennellata d’artista immenso ed eterno. Egemonia, importanza, tanti turisti, tantissime fotografie. C’è rilevanza mondiale, in Mongibello (altro nome, arabeggiante, dell’Etna).

cms_20426/1.jpgDa un capolavoro all’altro, seguendo l’ideale fil rouge della bellezza, capace di unire persino quel che sembra distante. Il dipinto più fotografato al mondo non è in Sicilia e neanche in Italia, pur essendone autore Leonardo da Vinci. È la Gioconda ospitata a Parigi, nel Museo del Louvre. Monna Lisa, enigmatica come un vulcano e apparentemente distante come una vetta, sorride con dietro, immortalato, un paesaggio che è contorno e centralità della sua bellezza. È nella natura, ma se ne staglia; ne è servita e la serve, nel contesto della raffigurazione pittorica. L’Etna è determinante per la natura che l’ammanta, ne fa parte; ma si coglie, nella aleatorietà della fuoriuscita del magma mutatore dei paesaggi e delle sorti, qualcosa che fende la natura lenta – apparentemente statica – con la celerità dell’evento vulcanico.

I quadri hanno diverse prospettive e velocità, siano opere d’arte od opere naturali. Ognuno ha la sua percezione di bellezza, persino a prescindere dal visibile. Un’opera d’arte si interpreta, stimola all’edificazione di un “oltre” che è personalizzazione dell’oggettivo. E ciò vale anche per le sensazioni che possono giungere da quel che è derivazione divina diretta, come l’Etna, oppure che, come la Gioconda, hanno una derivazione divina mediata, con l’autore che è stato mano dell’Altissimo. Quel che per me prevale ora, per te ha diversa gradazione: singolar visione, nell’hic et nunc.

Di certo, di bellezza parliamo, allorquando, sfidando le ire di chi giudicherebbe eretici taluni accostamenti, poniamo accanto il vulcano e il quadro, Mons Gibel e Monna Lisa. Due bellezze assolute e celebrate. L’Etna è di tutti, come il comparato quadro di Leonardo. Persino il soggetto del dipinto, Monna Lisa, è di tutti: a differenza della Dama con l’Ermellino, che sembra cercare con gli occhi un uomo soltanto – quello che l’osservatore della scena non vede, ma percepisce esista –, la Gioconda volge il suo sguardo a ciascuno. Dinanzi al più celebrato capolavoro leonardesco, è possibile entrare in sintonia con la donna raffigurata, come se, nell’incontro metafisico tra gli occhi pitturati e gli occhi reali del visitatore, si superasse il confine tra la dimensione del quadro e quella della sala che lo ospita; come se la scenografia, in virtù dei calamitanti occhi di Monna Lisa, si ampliasse fino a comprendere il “di là” invisibile nel quadro che corrisponde allo spazio di vita effettiva in cui si muove chi osserva il dipinto. L’opera di Leonardo si apre ben oltre il microcosmo di un cinquecentesco olio su tavola di 77 centimetri per 53: irradia l’intero cosmo.

Su tale presupposto, si può comprendere la “follia” di pagare ottantamila euro per stare, pressoché da soli, di fronte al dipinto, privo di teca di vetro, mentre viene staccato dalla parete, in occasione dei controlli annuali circa lo stato di conservazione. È un’esperienza messa all’asta da Christie’s. Ignoto è il nome di chi, per questa non modesta cifra, potrà guardare Monna Lisa direttamente negli occhi, senza separazioni fisiche, senza distanze. Ci si innamora della Gioconda, credendo di poter essere ricambiati. Per l’Etna è un po’ diverso: le è destinabile un amore a senso unico, neanche sperando di essere “guardati”. Del resto, gli occhi del vulcano, le “bocche”, sono rivolti verso l’alto, verso Dio.

Come riportato nel libro “Cento Sicilie” di Gesualdo Bufalino e Nunzio Zago: “Due cultori di lingua inglese approdano separatamente in Sicilia. L’uno, D.H. Lawrance, è un famoso narratore; l’altro, Berenson, un celebre critico d’arte. Entrambi discorrono dell’Etna, con accenti, il primo di eroicolirica foga, com’era nella sua natura; il secondo, armonizzando la sua sensibilità visionaria, quasi in presenza d’un quadro di cavalletto o d’un affresco, ai colori ineffabili dello spettacolo”. L’Etna si interpreta, si metabolizza, facendone un proprio bene. Come un’opera d’arte. È una proprietà ideale, in tal senso fruibile con l’impossessamento immateriale di tutti. A differenza della Gioconda, non teme furti e distruzioni. Nessun Vincenzo Peruggia potrebbe celare al mondo “’a muntagna”, asserendo uno strano ideale patriottico. Piuttosto, l’Etna, tra il pedemontano verde dei campi coltivati, il bianco della neve per molti mesi e il rosso dell’effusione lavica, rammenta colori che, lungi da campanilismi, parlano di identità nazionale – e non solo sicula – all’intero pianeta.

La natura è arte. È la forma di arte iniziale e generativa. Gli uomini camminano in una enorme tela, come oggetti e soggetti artistici. È così forte l’assimilazione della natura all’arte, che, quando ancora la Costituzione non aveva sancito la protezione di certi interessi, il legislatore del 1939 intese tutelare la natura anche nel senso culturale, quale forma d’arte primigenia. I paesaggi altro non sono che quadri naturali.

Lo sapeva bene Leonardo che osservava attentamente quanto lo circondava. In ciascuna sua opera – dunque anche nel celebre dipinto oggi al Louvre – c’è la traccia di una ricerca che non è ricognizione, bensì convivenza stretta e irrequieta con la natura. Dentro il vulcano, v’è un tesoro da comprendere, sicché può collocarsi, nell’uomo odisseo che è sempre un geniale artista, quanto lo stesso Leonardo affermava. “E tirato dalla mia bramosa voglia, vago di vedere la gran copia delle varie strane forme fatte dalla artificiosa natura, ragiratomi alquanto infra gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata di una gran caverna, dinanzi alla quale, restato alquanto stupefatto e ignorante di tal cosa, … subito salse in me due cose: paura e desiderio: paura per la minacciante e scura spilonca, desiderio per vedere se là entro fusse alcuna miracolosa cosa”. Si può osare di immaginarlo, Leonardo, mentre lascia la riva della Costa dei Ciclopi, volge le spalle ai Faraglioni – cari a Verga –, e poi, incamminatosi, sale lungo i sentieri etnei, fino a imbattersi – in un paesaggio denso di mistero e caratterizzato da forme di discendenza lavica – in un pertugio, in una caverna, per farsi inghiottire e procedere nel buio, con timore e curiosità, pensando di trovare il miracolo e la illuminazione; pensando di potervi rinvenire Dio.

Leonardo, al pari d’ogni artista, sfida Dio. Così come il fautore del Creato ha soffiato l’esistenza nella materia, il pittore e lo scultore donano figure e forme, partendo da segni, colori, creta, marmo, scalpelli e pennelli. Nel pensiero e nell’estetica del genio di Vinci, l’opera d’arte di modella sul mondo, si conforma a esso nell’ispirazione, salvo poi discostarsene, creare un parallelo e una contrapposizione. Comprensibilmente, non si tratta di imitare la natura, bensì sceglierne elementi e dare luce a figure ideali. Da ciò la sfida.

Come avrebbe mai concepito l’Etna, Leonardo? Se fosse stato lui, l’artefice del vulcano, lo avrebbe dipinto così? Osservando una donna – parrebbe Lisa Gherardini, moglie di Francesco del Giocondo –, Leonardo, con tentativo di surrogazione divina, ha creato Monna Lisa. Le donne esistono, le ha create Dio. Monna Lisa è una donna concepita da Leonardo. I vulcani esistono, li ha creati Dio. Tra essi, l’Etna. E nella sua sfida con Dio, ove mai assente l’Etna, come l’avrebbe plasmata e colorata, Leonardo, dopo avere visto il Vesuvio o lo Stromboli?

L’Etna, così bella, non è mai perfetta. Muta l’altezza, cambia il profilo del massiccio, si modifica il suolo. Ma è una imperfezione nel cerchio della perfezione suprema. Mai requie: v’è la perfezione di quel che si sa non potersi reputare dotato di cristallizzata compiutezza. È dunque la perfezione dell’imperfezione che si apre ai cambiamenti. Le opere di Leonardo, sfida alla perfezione divina, sono irrimediabilmente imperfette nella formalizzazione del fisicamente immutabile; e il genio sa di non potere raggiungere Dio. Monna Lisa, che egli voleva fosse perfezione femminile, è pur sempre una umanissima incompiuta, pur completa pittoricamente nel messaggio aureo da veicolare.

E allora l’Etna è più bella della Gioconda proprio perché, pur emblema di equilibri sublimi e privi di pecche, il vulcano non avrà mai perfezione, non si assopirà nel suo stato, modificandosi sempre. Quel che non può dirsi dell’opera pittorica di chi, immortale nel ricordo, ha avuto fine di vita e finitezza di estrinsecazione.

Nel provocatorio titolo, il confronto sulla bellezza parla al femminile: la Gioconda associata a un’Etna bella, non a un Etna bello. Vexata quaestio per esperti linguisti, quella del genere.

Se monte, massiccio, vulcano, l’Etna è maschio. Se montagna, l’Etna è femmina. “’A muntagna” non può che essere formosa e capace di generare, dalle sue viscere, nutrimento o castigo per figli attaccati al suo seno. È femmina, madre, persino donna nobile. Mea domina, madonna, al pari di madonna Lisa, la quale è denominata Gioconda per casato e non necessariamente per anima.

Etna è mitologica dea, figlia di Urano e Gea. Come tale, è madre terra, essendo generata dagli dei da cui trasse derivazione il mondo. In grembo, quale maschio imprigionato nel suo ventre, ha Tifone. Nella trattazione del “gelese” Eschilo e di Esiodo, Tifeo (o Tifone) si agita per liberarsi, generando terremoti, e vomita fuoco, avendo la propria bocca in corrispondenza del cratere. Di Efesto, il vulcano è la fucina; e in Sicilia, tra il dio del fuoco distruttivo e Cerere dea delle messi, è gran confronto, ben consci di come il frumento sia rigoglioso nei terreni vulcanici, gli stessi che, in precedenza hanno conosciuto la distruzione. Cerere, dopo il ratto di Proserpina compiuto da Plutone sulle rive del Lago di Pergusa, cercava la figlia sull’Etna. Dei e inferi, lungo il confine tra l’esistenza e il buio eterno. Neanche l’Acheronte è così invalicabile. Nel cercare i vivi nel regno dei morti, nel violare il confine, è epica la volizione di Demetra (o Cerere) che piange la sorte di Kore (o Proserpina). Si noti come, nella stessa leggenda in cui si presuppongono i confini tra rigoglio e desolazione, tra frumento e lava, tra luce e oscurità, si dipingano – e si spieghino – quelli delle stagioni.

Se Etna è scaturigine di tutto, elemento generativo della Sicilia stessa, sì da potere intendere i Siciliani come figli di Mongibello, pare consono ravvisarne la maternità partoriente. Ma è pur vero che occorre la paternità, in una dimensione antropomorfa. A madre Etna, prevalente nella concezione di “’a muntagna”, si deve accostare, per completamento, la mascolinità dell’Etna. Etna è padre e madre, figlio e figlia, fratello e sorella. Maschio e femmina. È il tutto.

La bellezza femminile – o quodammodo ermafrodita – di Etna fa porre mente a una bellezza femminile pittorica che riluce e che travalica il genere. Monna Lisa è madonna, donna, femmina. Se Etna reca in grembo il mascolino furore con il quale v’è connubio e completamento, la Gioconda, impreziosita da un lieve di sorriso, vive e nasconde un perenne mistero. Non tanto cosa generi il suo dolce cenno di labbra, quanto chi e cosa vi sia dentro i lineamenti del suo volto, nel complesso. Ed ecco che irrompe l’idea secondo cui la figura femminile altro non sarebbe che la smascolinizzazione dell’autoritratto dell’autore, di quell’immenso Leonardo, giammai vincolabile in classificazioni di genere. Dietro un Etna bello, c’è la bellezza muliebre: Etna bella. E la bellezza femminile di Monna Lisa, cui comparare la mondiale grandezza e la universale visibilità del vulcano, si pasce della magnificenza di un uomo, del suo operare e del suo tradursi in sembianze. Yin e yang, a ben considerare. Se l’Etna è divinità pagana e laica e se – ancor più – è prodotto del pennello e dello scalpello di Dio, deve intendersi al di là del convenzionale. Non è neutralità, né sfida grammaticale: è commistione che suona di universo. Se distrugge, Etna è maschio. Se dà tutto di sé, creando humus per i futuri semi e per la futura vita, è la madre di tutti: “Mamma Etna”. La bellezza di donna, nell’Etna, rifulge per le cime nevose. Donna con i capelli candidi che, sempre più saggia, mai invecchia. Eternità come quella di Monna Lisa, poiché una figura umana, resa in pittura, non risente degli anni.

cms_20426/2.jpgEpilogo

L’Etna è più bella della Gioconda? Agata si svegliò all’alba e vide “’a muntagna”, maestosa, immobile, nera e bianca, che sembrava galleggiare tra le scure onde del mare, con uno sfondo rosso ch’era riflesso del suo rossore. Fu un attimo. Si vestì e volò a Parigi …con quel sorriso incredibile che sembrava quello della Gioconda.

Andrea Vaccaro e Camillo Beccalli

Tags:

Lascia un commento



Autorizzo il trattamento dei miei dati come indicato nell'informativa privacy.
NB: I commenti vengono approvati dalla redazione e in seguito pubblicati sul giornale, la tua email non verrà pubblicata.

International Web Post

Direttore responsabile: Attilio miani
Condirettore: Federica Marocchino
Condirettore: Antonina Giordano
Editore: Azzurro Image & Communication Srls - P.iva: 07470520722

Testata registrata presso il Tribunale di Bari al Nrº 17 del Registro della Stampa in data 30 Settembre 2013

info@internationalwebpost.org
Privacy Policy

Collabora con noi

Scrivi alla redazione per unirti ad un team internazionale di persone dinamiche ed appassionate!

Le collaborazioni con l’International Web Post sono a titolo gratuito, salvo articoli, contributi e studi commissionati dal Direttore responsabile sulla base di apposito incarico scritto secondo modalità e termini stabiliti dallo stesso.


Seguici sui social

Newsletter

Lascia la tua email per essere sempre aggiornato sui nostri contenuti!

Iscriviti al canale Telegram