L’EMANCIPAZIONE SECONDO GLI ISLANDESI

Virtuoso modello da seguire per un’Italia sempre più pigra

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Freddo polare, geyser e città dai nomi impronunciabili sono solo tre dei tanti stereotipi sull’Islanda destinati ad essere surclassati da una legge nuova di zecca, pronta a rappresentare positivamente il Paese. Stiamo parlando del provvedimento sulla parità di salario, entrato ufficialmente in vigore proprio in questo inizio 2018 ma approvato già nel marzo scorso da un Parlamento quasi unanime. Da ora in poi, le aziende pubbliche e private con più di 25 dipendenti dovranno comprovare l’assenza di disparità economiche legate al genere, dispensando buste paga ineccepibilmente eque. I controlli saranno messi in atto dagli uffici tributari e dalla Lögreglan, la polizia islandese, peraltro composta in gran parte da agenti di sesso femminile; in caso di inadempienze, sono previste per i datori di lavoro considerevoli pene pecuniarie.

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La “Terra del ghiaccio e del fuoco”, come viene soprannominata l’isola vulcanica, compie un ulteriore passo verso una parità già egregiamente raggiunta. A dispetto del contraddittorio appellativo che lo caratterizza, il Paese ha sempre mostrato di avere le idee chiare in tema di gender equality, ergendosi a virtuoso modello da seguire per il resto d’Europa e per l’America, che di parità parlano fin troppo riuscendo a ottenere pochi e deludenti risultati. Già due anni fa il Word Economic Forum, nel Global Gender Gap Report 2015, aveva posto l’Islanda in vetta alla classifica mondiale sulla parità di genere, seguita rispettivamente da Norvegia, Finlandia, Svezia, Irlanda, Ruanda, Filippine, Svizzera, Slovenia e Nuova Zelanda. Gli “emancipati” Stati Uniti d’America si erano guadagnati solo il 28esimo posto, mentre l’Italia era crollata in 41esima posizione. E per chi pensa che la nostra situazione sia migliorata nell’arco di questi due anni, ecco i dati aggiornati: nel 2016 ci siamo aggiudicati la 50esima posizione, per poi disastrosamente tornare alla 82esima nell’anno appena conclusosi. La costante medaglia d’oro per l’Islanda e i buoni risultati per tutti i Paesi dell’estremo nord Europa hanno contribuito a confermare le vecchie tendenze.

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Quel piccolo territorio vulcanico disperso nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico sembra essere un vero e proprio paradiso terrestre “a misura di donna”, amministrato con particolare riguardo verso l’emancipazione in rosa. Avremmo dovuto fiutarlo già nel 1980, quando, con l’elezione di Vigdís Finnbogadóttir, fu il primo Paese al mondo ad essere guidato da un Presidente della Repubblica di sesso femminile. Una conquista che aprì le porte a una legislazione fondata sulla “parità intelligente”, capace di comprendere differenze e punti in comune dei due universi di genere senza appiattirne le esigenze e le peculiarità. Sono infatti fiorite leggi in grado di contrastare la violenza e la discriminazione fin dentro le mura domestiche, a partire dal congedo parentale non necessariamente femminile fino alle norme sulle quote rosa, che hanno portato l’80% delle donne a trovare un impiego.

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Una realtà così tristemente distante - non solo in termini geografici - dall’attuale situazione nel Belpaese, dove la percentuale di lavoratrici si attesta all’appena 48,8% e quasi una donna su tre è costretta ad abbandonare la carriera dopo la maternità. I confronti sono inevitabili, sebbene sia da considerare il differente background socio-culturale che caratterizza le due nazioni. Nella Penisola gli uomini guadagnano circa il 10,9% in più rispetto alle colleghe, valore che sale vertiginosamente al 36,3% per i laureati (dunque per le professioni convenzionalmente più prestigiose). Eppure, anche l’Italia è dotata di una legge sulla parità salariale, l’articolo 46 del Decreto Legislativo 11 aprile 2006 n.198, che recita: “Le aziende pubbliche e private che occupano oltre cento dipendenti sono tenute a redigere un rapporto almeno ogni due anni sulla situazione del personale maschile e femminile in ognuna delle professioni e in relazione allo stato di assunzioni, della formazione, della promozione professionale, dei livelli, dei passaggi di categoria o di qualifica, di altri fenomeni di mobilità, dell’intervento della Cassa integrazione guadagni, dei licenziamenti, dei prepensionamenti e pensionamenti, della retribuzione effettivamente corrisposta”. Un testo piuttosto vago, che compromette solo marginalmente la libertà dei datori di lavoro e sembra voler “accontentare” in maniera poco dignitosa l’altra metà del cielo, come quando si concede un gelato ai bambini più capricciosi per bloccarne le incessanti richieste. Sarebbe ora che quel “gelato legislativo” non bastasse più alle donne di questo Paese, segretamente affamate di parità e diritti quasi del tutto scivolati via, forse smarriti sulla strada verso un potere meno autoritario, ma ancora troppo dispoticamente maschile.

Federica Marocchino

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