L’ARTE TRA CURIOSITA’ E MISTERI

La Madonna del gatto e La Madonna con le verzure di Gentile da Fabriano

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cms_24059/1.jpgLa Madonna del gatto di Federico Barocci (Urbino, 1528/1535 – Urbino, 30 settembre 1612) risulta uno dei più strani quadri non solo della produzione di questo pittore, ma di tutta la Storia dell’arte.

Il San Giovannino tiene stretto in mano un cardellino, simbolo della Passione di Cristo, per fare dispetto ad un gatto e difatti l’animale rimane immobile a fissare l’uccellino pronto ad attaccare.

Anche il Bambin Gesù è distratto dalla scena, tant’è che smette di prendere il latte dal seno della madre per guardare ciò che accade con un’espressione divertita.

Maria e Giuseppe approvano?

Ebbene secondo il pittore si!

La Madonna, pur tenendo lo sguardo fisso sul figlio, indica con l’indice della mano destra il felino come per mostrarlo al figlio e San Giuseppe alle loro spalle sorride amorevolmente, probabilmente perché nella simbologia antica i gatti rappresentavano il demonio.

Ai nostri giorni si trova poco etico usare un uccellino come esca per tormentare un gatto qualsiasi sia il motivo, ma sempre secondo l’artista urbinate non la Sacra Famiglia, la quale invece sembra trovarlo un passatempo lieto.

Il Barocci ebbe una carriera brillante a Roma, ma scappò a gambe levate quando tentarono di avvelenarlo (lui scrisse per gelosia) tornando a Urbino, sua città natale, dove si mise sotto la protezione del duca di Urbino Francesco Maria della Rovere.

Sicuramente il commissionante del quadro, il conte Antonio Brancaleoni di Perugia, si limitò a chiedergli una Madonna con Bambino e San Giovannino, dopo fu la fantasia dell’artista a muoversi.

Si può immaginare che il suo dente avvelenato gli fece desiderare di vedere ogni rappresentanza simbolica del male torturata perché la sua salute divenne molto cagionevole dopo aver assunto sostanze tossiche e cadde spesso malato fino al giorno della sua morte.

“Nel dipingere aveva avuto la mano simile al nome” così, secondo Vasari, si espresse Michelangelo di fronte ad un’opera di Gentile da Fabriano. Uno dei capolavori di quest’artista dalla mano gentile si trova alla Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia, dove dai visitatori appare trascurato rispetto ad altri capolavori forse perché la sua finezza esecutiva per essere apprezzata ha bisogno di un occhio attento alle sfumature.

Con uno sguardo esercitato e puntiforme ci si accorge che sembra opera di orafo più che di pittore. Lo dimostrano gli impalpabili angeli che emergono dall’oro, la fibbia in rilievo, l’allargarsi del manto a terra in gorghi sinuosi, lo scranno ligneo dagli esili trafori.

Ma tutto in quest’opera di Gentile da Fabriano è sottile. Una trama di vibrazioni che insieme diventano un’invocazione alla Vergine e alla sua funzione salvifica.

Il trono invaso da verzure richiama alla Madonna dell’umiltà e all’hortus conclusus che, a sua volta, rimanda alla sua vita illibata e claustrale. Gli angeli in basso sorreggono lo spartito musicale del canto pasquale alla Vergine. Le lettere ancora leggibili nel bordo del manto sono una supplica a lei dedicata. Nell’aureola è scritta l’Ave Maria. Quattro dei sei angeli graniti nell’oro alle spalle della Madonna le offrono gigli gli altri due la incoronano. Il Bambino tiene in mano una melagrana simbolo della Passione con la quale di fatto termina il ruolo che il disegno divino ha assegnato alla madre del figlio di Dio.

cms_24059/2_1638928997.jpgMolto affascinante è la Madonna con le verzure di Gentile da Fabriano

“Nel dipingere aveva avuto la mano simile al nome” così, secondo Vasari, si espresse Michelangelo di fronte ad un’opera di Gentile da Fabriano. Uno dei capolavori di quest’artista dalla mano gentile si trova alla Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia, dove dai visitatori appare trascurato rispetto ad altri capolavori forse perché la sua finezza esecutiva per essere apprezzata ha bisogno di un occhio attento alle sfumature.

Con uno sguardo esercitato e puntiforme ci si accorge che sembra opera di orafo più che di pittore. Lo dimostrano gli impalpabili angeli che emergono dall’oro, la fibbia in rilievo, l’allargarsi del manto a terra in gorghi sinuosi, lo scranno ligneo dagli esili trafori.

Ma tutto in quest’opera di Gentile da Fabriano è sottile. Una trama di vibrazioni che insieme diventano un’invocazione alla Vergine e alla sua funzione salvifica.

Il trono invaso da verzure richiama alla Madonna dell’umiltà e all’hortus conclusus che, a sua volta, rimanda alla sua vita illibata e claustrale. Gli angeli in basso sorreggono lo spartito musicale del canto pasquale alla Vergine. Le lettere ancora leggibili nel bordo del manto sono una supplica a lei dedicata. Nell’aureola è scritta l’Ave Maria. Quattro dei sei angeli graniti nell’oro alle spalle della Madonna le offrono gigli gli altri due la incoronano. Il Bambino tiene in mano una melagrana simbolo della Passione con la quale di fatto termina il ruolo che il disegno divino ha assegnato alla madre del figlio di Dio.

Gruppo arte e cultura di Orietta Paganotti

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