L’ARTE DI RITROVARE SE STESSI

Pillole di vita

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Ciascuna storia merita di essere raccontata con la voce di chi l’ha vissuta.

Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo lo scritto di una nostra lettrice, Monica Meo, che arricchisce questa nostra nuova rubrica "Pillole di Vita", di cui ciascun lettore potrà farsi protagonista raccontando l’aneddoto più significativo della propria vita.

L’ARTE DI RITROVARE SE STESSI

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Monica Meo

Sono Monica Meo, o almeno così mi hanno chiamata. Sono nata in un paese meraviglioso e tribolato che mi ha segnata sin dall’infanzia: il Venezuela. Ma, più del mio paese, mi ha segnata la mia famiglia. Ho trascorso l’infanzia coi nonni, intere giornate ad aspettare che tornasse papà a prendermi; e quando finalmente arrivava… il nonno s’intristiva perché andavo via, e io non sapevo cosa fare. Già allora mi rendevo conto di essere sensibile, troppo sensibile: chi dovevo rendere felice? Questa domanda veniva ben prima della mia felicità, di ciò che io volevo.

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Da piccola

La morte del nonno mi ha segnata profondamente. Avevo 8 anni, e per distrarmi continuavano a farmi un sacco di regali. Ma io non capivo, e da allora ricevere regali mi riporta a quel giorno così triste. Quel giorno, però, ho capito soprattutto che io non ero fatta per ricevere regali, bensì per regalare.

Le esperienze della vita mi hanno segnata sin da bambina, cicatrici indelebili che porto con me ogni giorno. Cicatrici sul corpo, contro la mia volontà; cicatrici nell’anima, da parte di chi non ha saputo capirmi e aiutarmi anche se avrebbe potuto. Nemmeno la danza mi è stata concessa: quant’era dura vedere la maestra premiare tutte le bambine, tranne me… non sapevo nulla dei rancori tra adulti, di ciò che c’era tra lei e mia madre; so solo che, a causa sua, decisi di abbandonare anche questa grande passione, perché si era trasformata nell’ennesima fonte di tristezza.

Mia madre… ho già scritto di tutta la mia infanzia e non ho nemmeno accennato a lei. Non saprei nemmeno cosa scrivere. Avrei voluto fare con lei tutte quelle cose che fanno madri e figlie: passeggiate, compere, giochi, e tante discussioni. Ma lei lavorava tanto, così che io potessi avere tutto ciò che lei non ha avuto. E così tutte queste cose le ho fatte con mia nonna. E, quando anche lei mi ha lasciato, è stato come se avessi perso insieme una nonna e una mamma.

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Con mio padre

Così, ho passato la mia adolescenza a cercare di far felice chiunque, tranne me stessa. Ho provato a studiare, ma i miei compagni mi prendevano in giro. Ho dovuto soffrire persino per concludere gli studi, ma sono riuscita a laurearmi, per quanto ritenga che i titoli non dicano chi siamo veramente. Considero la sensibilità un dono, ma è un’arma a doppio taglio. So comprendere e immedesimarmi nelle gioie e nelle sofferenze degli altri, ho sempre saputo distinguere al primo sguardo una persona buona da una che buona non è; ma è un dono difficile da sopportare.

La svolta, per me, è arrivata con mio figlio. Lui mi ha dato nuova vita, ha fatto rinascere in me la speranza e la voglia di fare. Nulla ha avuto più importanza di renderlo felice, stargli vicino, guidarlo verso l’età adulta. Da soli, visto che io e il padre ci siamo separati. Ma ce l’abbiamo fatta, e ho dato tutto per farcela. Grazie a lui ho conosciuto la felicità, ho trovato un senso. E credevo sarebbe durata a lungo

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Con mio figlio

Ma nella vita nulla dura per sempre. Mio figlio cresce, è ormai adolescente e va in cerca della sua indipendenza. Abbiamo un bel rapporto, ma non è più un bambino. E io mi sono ritrovata, di nuovo, un po’ più sola. Più incerta, più insicura. Senza una guida, un riferimento. Ho accompagnato il padre di mio figlio nei suoi ultimi mesi, e ho visto la sua solitudine, sentendola mia. Ma, soprattutto, ho visto la mia solitudine. Ho visto sparire persone che ho amato tanto, e che mi dicevano che mai sarebbero sparite, e questo mi fa soffrire più di tutto. Nulla ci manca da adulti più di ciò che ci è mancato da bambini.

Di solito, alla mia età, le persone hanno già trovato la loro strada. Io sento invece di averla smarrita, credevo di conoscerla e invece mi sono ritrovata in una selva oscura. Ho ancora una flebile speranza, una luce tenue che mi tiene aggrappata alla vita, perché io amo la vita, amo vivere. Lo amo, nonostante tutte le sofferenze che mi costa. Ma ho bisogno di ritrovare una guida, un sentiero, perché sono stanca di camminare a piedi nudi tra i rovi.

Per questo scrivo. Per questo disegno. L’arte mi consente di sfogare le mie emozioni, le gioie e le sofferenze. Non sono un’artista: per me l’arte è un bisogno. Scrivere mi aiuta a riflettere, è un dialogo con me stessa; mentre scrivo non sono sola, o almeno così sembra. Scrivo di me, ma scrivo per gli altri, perché tanti possono riconoscersi nelle mie parole, nelle mie esperienze. Io capisco loro, loro possono capire me. La scrittura dà una forma razionale ai miei sentimenti, i disegni li rappresentano così come sono. L’arte è il mio contatto con il mondo, il mio modo di farmi sentire.

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Uno dei miei disegni

Devo ancora imparare a proteggermi dalla mia stessa sensibilità, a non lasciare che gli altri possano distruggermi. Le persone che mi amano, che mi ascoltano, che mi stanno accanto sono la luce che mi fa brillare, anche quando sono immersa nell’oscurità. Ma so che è la vita a donarmi tutto quello che ricevo, e a permettermi di dare tutto ciò che posso donare. E per questo non posso che ringraziarla, amando. La magia della vita sta nella gratitudine.

Monica Meo da Caracas - Venezuela

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