L’APPELLO FANTASMA: PROSSIMAMENTE, NELLE MIGLIORI UNIVERSITA’ ITALIANE

Boicottate le prime sedute d’esame fino al 31 ottobre. Non accadeva dal ‘74

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Niente esami per questo settembre: non è il titolo di una nuova commedia cinematografica, bensì la triste realtà con cui migliaia di studenti italiani dovranno fare i conti al rientro dalle vacanze. Colpa del boicottaggio organizzato da molti professori universitari, che hanno deciso di non presentarsi al primo appello senza alcun preavviso. Non solo economiche le motivazioni del gesto: oltre al taglio delle retribuzioni, si contesta anche il mancato riconoscimento, a fini giuridici, del servizio prestato nel quadriennio 2011-2014. Inevitabili le conseguenze sul futuro pensionistico di docenti ordinari e ricercatori, a cui non sarà consentito di recuperare quanto perduto in questi anni. “Il governo Berlusconi bloccò gli scatti per tutto il pubblico impiego dal 2011 al 2014 ma, mentre per tutti gli altri pubblici dipendenti il primo gennaio 2015 sono ricominciati sia gli aumenti che gli effetti giuridici degli scatti persi, a noi non è stato consentito. Come se non bastasse, è stata stanziata una proroga di un anno del blocco” ha spiegato Carlo Ferraro, decano del Politecnico di Torino nonché portavoce del “Movimento per la Dignità della Docenza Universitaria”. Gli fa eco Giuseppe De Nicolao, dell’Università di Pavia: “E’ come se non avessimo vissuto questi 5 anni, per una perdita complessiva di almeno centomila euro”.

cms_7066/2.jpgIl caso, “esploso” in quest’ultimo scampolo d’estate, affonda le sue radici nel lontano 2014, quando i docenti di tutta Italia, stanchi dello stacco retributivo voluto dal governo Berlusconi, avviarono uno scambio epistolare con l’allora presidente Matteo Renzi. Non ottenendo alcun riscontro, raccolsero e inviarono a Sergio Mattarella 14mila firme in favore di eventuali provvedimenti, ma anche la petizione non riuscì a catturare l’attenzione delle istituzioni. Seguirono alcune trattative con l’allora Ministro dell’Istruzione Giannini, che contribuirono a scongiurare uno sciopero nello scorso febbraio. Ad oggi, però, non si è ancora giunti a un accordo definitivo. “Mi sto impegnando in prima persona per lo sblocco degli scatti di stipendio ai docenti universitari – aveva dichiarato a luglio l’attuale ministro Fedeli - L’obiettivo non è solo individuare, nella legge di Bilancio, i punti cardine per incrementare i finanziamenti al mondo della ricerca, ma anche destinare investimenti mirati a chi opera all’interno delle università”. Promesse che non hanno trovato concretizzazione nell’operato del dicastero, inasprendo ancor più i pareri dei docenti. “Non stiamo chiedendo aumenti di stipendi, ma che non venga quantomeno penalizzata l’anzianità di servizio. È vergognoso che la nostra categoria sia così bistrattata, mi sconcerta il silenzio del ministro, che aveva promesso un impegno sulle nostre richieste. Da docente, la maggiore preoccupazione è sulle ricadute che il mio sciopero avrà sui ragazzi, cercherò di tenere insieme le due necessità” sostiene Laura Calzà, ordinario di Anatomia veterinaria all’Alma Mater Studiorum (Bologna).

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In questo braccio di ferro tra autorità statali e dipendenti della Pubblica Istruzione, gli studenti non possono far altro che stare a guardare, subendo decisioni giunte “dall’alto”. Spettatori di un diritto allo studio troppo spesso calpestato, di un’università sempre più incerta e vacillante. La “solidità” delle cattedre universitarie verrà rimessa in gioco da Nord a Sud, a prescindere dalle appartenenze sindacali e politiche. Lo sciopero mette d’accordo tutti, o quasi: i professori aderenti all’iniziativa sono almeno 5.444, appartenenti a circa 79 diversi atenei sparsi lungo lo stivale. Ne usciranno martoriate più di altre le università di Pisa, Bologna, Milano e Bari, che vedranno scioperare rispettivamente 264, 213, 382 e 162 docenti nel periodo compreso tra il 28 agosto e il 31 ottobre. Salteranno solo i primi appelli autunnali: confermate le seconde sedute d’esame e, laddove queste ultime non siano state fissate, si rimedierà con un appello “straordinario”, previa autorizzazione dell’ateneo. Una soluzione che non convince gli studenti, in molti casi reduci da un’estate passata sui libri: “Questo sciopero, di cui peraltro condividiamo le motivazioni, ci danneggia in quanto parte più debole della comunità accademica – ha fatto sapere con una nota l’Unione degli Universitari - Riteniamo le rivendicazioni più che legittime, considerata l’inconsistenza degli interventi statali. Tuttavia, crediamo che l’astensione dagli esami di profitto sia lo strumento di protesta sbagliato. Questa modalità rischia infatti di produrre una spaccatura nell’università, invece di creare la coesione necessaria a rilanciare le rivendicazioni contro i principi delle riforme che ci hanno ridotti all’attuale e disastroso stato delle cose”. Come dar torto a questa associazione studentesca? La forza della cultura, di cui le università sono insieme santuari e simulacri, risiede nell’immenso potere generativo della parola, che si fa concreta proprio attraverso l’intelletto dei ragazzi. Negare una seduta d’esame significa soffocare il dialogo, chiudere le porte a un confronto certamente più proficuo e costruttivo. Insieme si può fare molto di più, specialmente se mossi da intenti e ideali comuni.

Federica Marocchino

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