L’addio di Sarah Hegazy, suicida dopo il trauma dell’arresto

Non si era mai ripresa dalle violenze in carcere

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E’ l’ottobre del 2017 e al Cairo suonano i libanesi Mashrou Leila, la band più famosa del Medio Oriente, che annovera migliaia di fans in tutto il mondo. In città c’è fermento tra i membri della comunità sessuale LGBT (sigla utilizzata come termine collettivo per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender): Hamed Sinno, il cantante e leader della band è gay e difende apertamente i diritti di gay e lesbiche.

cms_17939/2v.jpgSarah è anche lei tra la folla. È felice, sorridente, sventola la bandiera dell’arcobaleno, simbolo dei diritti dei gay ma qualche giorno dopo viene arrestata perché mostrare un orientamento sessuale diverso è una colpa che costa cara nel Paese guidato dal presidente Abdel Fattah al-Sisi.

Due i principali addebiti nei suoi confronti: promozione della devianza e della dissolutezza sessuale e essere parte di un gruppo volto a danneggiare la pace sociale.

La 28enne, infatti, oltre ad essere lesbica è tra le fondatrici del Partito della Libertà, un movimento legato all’attivismo per la salvaguardia dei diritti umani in Egitto:

“Sarah ha partecipato a diverse campagne in solidarietà con i prigionieri di coscienza, in particolare scrittori e artisti che sono stati oppressi a causa delle loro opinioni - affermano alcuni colleghi di partito. Credeva nel diritto di tutti di vivere in dignità e libertà senza sfruttamento di classe o discriminazione basata sul genere o sull’identità sessuale. Lei stava esprimendo le sue opinioni con raro coraggio, sottoposta a doppia discriminazione sulla base delle sue idee politiche e sulla base di identità di genere per tutto il periodo delle indagini e della detenzione”.

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La sua detenzione dura pochi mesi, meno di quattro, sufficienti però a traumatizzarla: “È stato il periodo più brutto della mia vita, la prigione mi ha distrutto, mi ha ucciso” raccontava all’epoca l’attivista.

Il carcere di Sarah è stato durissimo e non solo per la restrizione della libertà ma anche e soprattutto per il trattamento a lei riservato. In carcere, ha raccontato agli amici, è stata stuprata e torturata.

Quando la rilasciano su cauzione, dopo incessanti pressioni internazionali, Sarah viene additata dalla stampa e dai media per il suo orientamento sessuale, inoltre il caso non è ancora definitivamente chiuso, il rischio di tornare in carcere molto concreto e le minacce e le offese ricevute anche dalla gente comune per i suoi gusti sessuali sempre più pesanti.

La ragazza teme di essere nuovamente incarcerata ed è terrorizzata dall’idea di poter subire ancora quelle torture fisiche e psicologiche che avevano giàgravemente compromesso il suo equilibrio psichico.

Da qui la scelta, pochi mesi dopo, di andare via dall’Egitto. Chiede protezione internazionale in Canada, le viene accordata e raggiunge quella lontana e sconosciuta terra alla ricerca di un nuovo inizio. Dalla città di Toronto continua a chiedere la liberazione degli attivisti nelle carceri egiziane. "Super comunista, super gay, super femminista", si descrive su Instagram ma la sua anima non è più la stessa.

“Non si è più ripresa da quell’episodio - dice Amr Mohamed, il suo avvocato ai tempi della causa. Non immaginavo di non rivederla più quando quella sera di inizio 2018 l’ho accompagnata all’aeroporto del Cairo. Le cause della sua morte sono lo Stato, la comunità e i media egiziani secondo cui non c’è spazio per chi difende la libertà e gli orientamenti sessuali”.

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Sarah è stata dunque minata nel profondo e quella traumatica esperienza non l’abbandonerà mai. I suoi incubi peggiori non le daranno tregua né di giorno né di notte, quel dolore che le attanaglia l’anima col tempo, invece di diminuire, diventa sempre più insopportabile, per questo decide di porre fine alla sua sofferenza togliendosi la vita.

“Ai miei fratelli, alle mie sorelle e agli amici. Ce l’ho messa tutta per sopravvivere, ma non ce la faccio più ad andare avanti, il dolore è troppo pesante. A te mondo, sei stato molto ingiusto con me, ma perdono te e tutti” scrive su un foglietto a righe.

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Malak el-Kashif,la giovanissima transgender egiziana, difesa dallo stesso avvocato di Sarah, Amr Mohamed, e anch’essa chiusa in carcere e vittima di violenze, appresa la notizia della morte di Sarah, ha voluto far sentire la sua voce: “Nel suo messaggio Sarah ha chiesto scusa alla famiglia, agli amici e perdonato tutti, compreso chi l’ha voluta in tutti modi discriminare. Lei perdona, io no. Lei era una grande combattente, tra le poche a darmi il suo aiuto quando ne avevo bisogno a causa del mio essere ‘diversa’ dagli schemi sociali del Paese. La sua carcerazione è stata decisiva, quando è uscita non era più la stessa. In cella è stata vittima di soprusi e i media l’hanno fatta a pezzi per il suo essere apertamente lesbica. La situazione per i membri della comunità Lgbt in Egitto è spaventosa, tra violenze verbali e fisiche. Ecco cosa producono le campagne d’odio contro di noi. È un giorno difficile per me, lei resterà sempre nel mio cuore, non la dimenticherò mai”.

Il suicidio è dunque il prezzo altissimo che Sarah ha pagato per il suo diverso orientamento sessuale, un sacrificio che non è servito tuttavia a sensibilizzare i molti che sono rimasti fermi nelle loro posizioni.

Non appena le notizie sulla morte di Sarah Hegazy sono diventate virali, infatti, i post in lutto per la sua morte hanno ricevuto un forte contraccolpo da parte dei commentatori anti-LGBT , riferendosi principalmente a testi religiosi che vietano le relazioni tra persone dello stesso sesso.

Alcuni hanno anche attaccato Sarah Hegazy dicendo che era atea e femminista "che non merita preghiere".

Intanto sui social media arabi la sua foto rimbalza e al di là di ogni diaspora resta un unico vero, incontrovertibile dato di fatto: un’altra vita giovane è stata spezzata dal sistema delle carceri egiziane.

Gianmatteo Ercolino

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