L’OPINIONE DEL FILOSOFO ...HANNAH ARENDT - I^

La libertà fra filosofia e politica

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Se il mondo deve contenere uno spazio pubblico, non può essere costruito per una generazione e pianificato per una sola vita:deve trascendere l’arco della vita degli uomini mortali.

Senza questa trascendenza in una potenziale immortalità terrestre, nessuna politica strettamente parlando, nessun mondo comune, nessuna sfera pubblica, è possibile (…).

Ma un tale mondo comune può superare il ciclo delle generazioni solo in quanto appare in pubblico.

L’oggettività del mondo - il suo carattere oggettivo o cosale - e la condizione umana si integrano reciprocamente; poiché l’esistenza umana è un’esistenza condizionata, sarebbe impossibile senza le cose,e le cose sarebbero un coacervo di enti privi di relazioni, un non-mondo, se non condizionassero l’esistenza umana.

cms_23784/2v.jpgHannah Arendt è un personaggio atipico nel panorama del pensiero filosofico, che, prendendo le distanze dalla cosiddetta “cerchia dei filosofi”, preferisce per sé la definizione di “teorica della politica”. Il suo intero pensiero è percorso dalla tensione tra filosofia e politica, tensione da cui prendono vita due campi di azione ben distinti fra loro. La politica emerge dal vivere insieme degli uomini, ha una dimensione pubblica che accoglie l’agire comune di quegli uomini che l’hanno istituita. Hannah Arendt chiama “mondo” questa dimensione, il cui carattere di contingenza deriva dall’essere uno spazio in cui si incontrano e si scontrano una pluralità di individui. Secondo Arendt, tutta la tradizione filosofica si articola intorno al fatto che il pensiero metafisico ha negato la condizione di pluralità degli esseri umani che abitano il mondo, pluralità da cui deriva il senso stesso della realtà. L’atto di nascita del pensiero metafisico occidentale coincide dunque con uno svilimento della politica, proprio a causa del suo carattere contingente. La filosofia può sembrare l’esatto opposto della politica: l’attività del pensiero è eminentemente privata e solitaria, e la sua stessa condizione di possibilità dipende dal ritiro dal mondo.

cms_23784/3v.jpgIl pensiero arendtiano sembra essere costruito sulla base di una serie di dicotomie che scaturiscono dalla tensione fra politica e filosofia: agire/pensare, pubblico/privato, mondo/io. Ma nonostante questa apparentemente inconciliabile distanza, c’è qualcosa che unisce le due sfere: tanto l’agire che trova la sua dimora in una dimensione pubblica, che il pensare che avviene in una privata, sono attività che, nel loro attualizzarsi, rendono possibile all’uomo fare esperienza della libertà. La “libertà” è intesa da Hannah Arendt come capacità di dare inizio al nuovo, e dipende dal fatto che ogni essere umano, in quanto unico ed irripetibile, è egli stesso un inizio: la sua capacità di dare vita a qualcosa di nuovo è connaturata al suo essere un individuo insostituibile; ma questa sua unicità si costruisce sulla base di una continua interazione con gli altri. Nella dicotomia fra politica e filosofia - Arendt sviluppa in Vita Activa, la teoria dell’azione, mentre in La Vita della Mente (opera rimasta incompleta) teorizza la dimensione privata -, quel sistema di opposizioni binarie può essere letto come l’opera in cui azione e pensiero si rimandano l’una all’altro in un movimento ciclico.

cms_23784/4v.jpgIl pensiero di Hannah Arendt si articola dunque intorno alla tensione fra filosofia e politica in rapporto al problema della libertà, intesa come capacità umana di dare inizio a qualcosa di nuovo.

L’enfasi che in Vita Activa viene posta sull’azione porta ad oscurare il fatto che esiste un’altra attività attraverso la quale è possibile fare esperienza della libertà:

infatti, che sia il pensiero che l’azione siano accomunati dall’essere attività che mette in pratica la libertà, viene affermato, oltre che nel saggio Ideologia e Terrore, nel testo intitolato L’umanità in Tempi bui, trascrizione del discorso pronunciato il 28 settembre 1959 in occasione del conferimento del Premio Lessing offertole della Libera Città Anseatica di Amburgo.

Poiché azione e pensiero avvengono entrambi nella forma del movimento, la libertà li sottintende entrambi nella “libertà di movimento”; la libertà viene sperimentata attraverso l’agire ed è perciò una libertà contestualizzata in una dimensione pubblica e politica, al contrario del pensiero, che invece si costituisce come un modo privato di praticare la libertà nella “libertà di pensiero”:

La libertà di movimento è dunque condizione indispensabile dell’azione, ed è nell’azione che gli uomini fanno esperienza primaria della libertà nel mondo. Quando gli uomini sono privati dello spazio pubblico - che si costituisce nell’agire in comune e quindi si riempie di eventi e di storie – si ritirano nella libertà di pensiero.

cms_23784/5v.jpgLa libertà del pensiero sembrerebbe essere quasi un “ripiego”, considerando che Arendt concepisce il problema della libertà all’interno di uno spazio politico; quando la libertà della sfera pubblica viene impedita, non resta che rifugiarsi in una dimensione privata dell’esistenza per poter ritrovare quel movimento che sta alla base dell’esperienza del pensiero come “dialogo silenzioso con se stessi”: ciò dimostra come anche nella sua interiorità l’uomo può trovare il germe della pluralità.

Poiché la realtà è garantita dalla presenza e dal confronto con gli altri esseri umani, Arendt arriva ad interrogarsi sulla tensione che corre fra il pensiero come attività solitaria, che per svolgersi necessita immancabilmente dell’interruzione di qualsiasi occupazione che rientri nel novero della vita activa, e la sua idoneità ad apparire in un mondo la cui realtà è garantita dalla pluralità umana.

L’enfasi cade dunque sulla politica e sulla pluralità ad essa intrinsecamente collegata, mentre un’attività solitaria come il pensiero non può che acquisire rilievo nel momento in cui appare in una dimensione pubblica come “libertà di pensiero”. Sia in Ideologia e Terrore che in L’umanità in Tempi bui il tema della libertà del pensiero è messo in relazione con quel problema che Arendt definisce in Vita Activa come “atrofia dello spazio dell’apparenza e l’inaridimento del senso comune”, nella quale si può identificare il venir meno di uno spazio in grado di accogliere l’azione, condizione derivante dal carattere “di massa” della società moderna e che costituisce il terreno fertile per l’instaurazione di un governo totalitario. Il problema della libertà viene dunque posto in relazione con la sua espressione all’interno di uno spazio politico. Esiste nel pensiero di Arendt un filo rosso che tiene uniti il totalitarismo, la libertà di pensiero, il problema della privazione dello spazio pubblico e la critica alla società di massa.

Fra le pagine di Ideologia e Terrore, Hannah Arendt tenta di definire la peculiare natura dei governi totalitari, il cui carattere particolare sta nel fatto di essere riusciti ad eliminare le condizioni di possibilità necessarie a praticare la libertà sia nella sua dimensione politica, o, per meglio dire, pubblica (intendendo con ciò l’eliminazione della capacità di azione), sia nella sua dimensione privata, rappresentata dall’attività del pensiero, grazie proprio all’azione combinata del binomio ideologia - terrore. Il terrore è definito da Hannah Arendt come “l’essenza del potere totalitario”, in quanto distrugge la pluralità umana eliminando quello spazio che è comune fra gli uomini. Il terrore mette gli uomini l’uno contro l’altro fino ad unirli in un vincolo di ferro, trasformandoli “in un unico uomo di dimensioni gigantesche” che ingloba al suo interno ogni nuova nascita: così facendo viene meno non solo quella spontaneità umana che attualizza la libertà, possibile solo in una dimensione plurale, ma la condizione stessa della sua possibilità. Il regime totalitario non si distingue dalle altre forme di governo perché riduce o abolisce determinate libertà, o sradica l’amore per la libertà dal cuore degli uomini, ma perché distrugge il presupposto di ogni libertà:

La libertà in quanto intima capacità umana si identifica con la capacità di cominciare, come la libertà in quanto realtà politica si identifica con uno spazio di movimento fra gli uomini. (…) Come il ferreo vincolo del terrore è inteso a impedire che, con la nascita di ogni nuovo essere umano, un nuovo inizio prenda vita e levi la sua voce nel mondo, così la forza auto costrittiva della logicità è mobilitata affinché nessuno cominci a pensare, un’attività che, essendo la più libera e pura fra quelle umane, è l’esatto opposto del processo coercitivo di deduzione.

cms_23784/6v.jpgNelle pagine finali di Le Origini del Totalitarismo, l’autrice identifica nell’estraniazione, esperienza tipica dell’età moderna, ciò che ha creato un terreno fertile per l’instaurazione dei governi totalitari. L’estraniazione è a sua volta connessa con altri due fenomeni: lo sradicamento, cioè la mancanza di un posto riconosciuto e garantito dagli altri, e la superfluità, cioè la non appartenenza al mondo; non può a questo punto che tornare alla mente la figura dell’apolide, che incarna alla perfezione queste condizioni.

“Maledizione delle masse moderne fin dall’inizio della rivoluzione industriale”, lo sradicamento e la superfluità “si sono aggravati col sorgere dell’imperialismo alla fine del secolo scorso e con lo sfacelo delle istituzioni politiche e delle tradizioni sociali nella nostra epoca”.

Ma in che cosa consiste esattamente l’esperienza dell’estraniazione? L’estraniazione non è sinonimo di isolamento. L’isolamento è una condizione caratterizzata soprattutto da impotenza; considerando che il potere degli uomini deriva dalla loro capacità di agire insieme, l’isolamento è un fenomeno che colpisce la sfera politica della vita umana, sfera politica definita nei termini di spazio pubblico dell’azione e della pluralità, che lascia intatto l’ambito della vita privata; in particolare, c’è una certa facoltà dell’uomo che non viene indebolita da questa condizione: l’attività creativa. L’uomo, in quanto homo faber, ha la capacità di aggiungere sempre cose nuove al mondo che ha in comune con i suoi simili e questo processo creativo si svolge sempre lontano dalla sfera degli affari e delle relazioni umane. L’uomo isolato quindi mantiene un contatto con il mondo, inteso come “artificio umano”, attraverso le possibilità che gli si schiudono con l’attività creativa. L’isolamento si trasforma in estraniazione quando viene meno la forma più elementare di creatività, che si esprime ne “la capacità di aggiungere qualcosa di proprio al mondo comune”; ciò può accadere in un mondo dove tutte le attività umane sono state trasformate in fatica, e l’uomo quindi non è più un homo faber, ma un animal laborans, cioè un uomo dedito solo a quelle attività legate all’aspetto biologico della sua esistenza.

L’estraniazione non è solitudine, cioè quella condizione nella quale l’uomo è solo con se stesso, condizione che permette lo svolgersi del pensiero, che altro non è che il dialogo silenzioso con se stessi. Questo sdoppiamento, che avviene durante la riflessione, aiuta a non perdere completamente il contatto con gli altri, in quanto proprio in questa dualità l’individuo ritrova la radice della pluralità. Il problema allora diventa ricongiungere questo due-in-uno, cosa che può essere fatta solo grazie agli altri. Se nella solitudine sono solo con me stesso, ciò che rende così drammatica la condizione dell’estraniazione è che nell’estraniazione sono abbandonato dal mio io; nelle parole della Arendt: l’uomo perde la fede in se stesso come partner dei suoi pensieri e quella fiducia elementare nel mondo che è necessaria per fare delle esperienze. Io e mondo, capacità di pensiero ed esperienza vengono perduti nello stesso momento”.

L’estraniazione come esperienza quotidiana delle masse del nostro secolo crea il terreno fertile per l’instaurazione dei regimi totalitari. La pericolosità di questo sistema sta nell’essere una degenerazione sempre possibile per una società di lavoratori intrappolati nel ciclo biologico della vita, che sperimentano continuamente la condizione dell’estraniazione, e nel fatto che il totalitarismo sia una forma di governo in grado di distruggere il mondo così come lo abbiamo conosciuto e di imporgli le sue istituzioni, precludendo all’uomo la possibilità di contrastare questo processo. Tuttavia, se in Vita Activa, l’enfasi è posta sulla rilevanza dell’azione politica, con la Vita della Mente Arendt fa posto ad una riflessione che imbocca la strada di una riconsiderazione del ruolo del pensiero rispetto alla politica. La Vita della Mente può essere interpretata in modo da mostrare come lo spazio dell’azione e quello del pensiero si trovano in una relazione di tipo circolare.

Mentre si potrebbe ipotizzare il fallimento del progetto dell’analisi di una vita della mente, che si arena nel momento in cui Arendt tenta di dare risposta alla domanda da cui era scaturita l’intenzione di uno studio delle attività spirituali dell’uomo, dall’esperienza del processo al gerarca nazista Adolf Eichmann e dalla totale mancanza di autonomia del suo pensiero, nasce in Arendt l’interrogativo se il pensare stesso non possa influire sulla nostra capacità di discernere il bene dal male. A far da sfondo a tutta la sua riflessione sta poi il problema dell’ascesa dei totalitarismi: la necessità di comprendere il dramma del Novecento si snoda lungo tutto l’arco del suo pensiero, nella consapevolezza che i regimi totalitari sono riusciti a cancellare i presupposti stessi che rendevano possibile far esperienza della libertà tanto per quel che riguarda la politica che per quel che riguarda il pensiero.

Eppure, quando nel saggio L’umanità in tempi bui, troviamo elementi che possono essere significativi per un’interpretazione che veda le sfere del pensiero e dell’azione come correlate fra loro, scopriamo che il loro fondamento si basa sull’idea di una libertà possibile attraverso la relazione fra politica e filosofia, tra azione e pensiero. Il fatto che l’uomo sia capace d’azione significa che da lui ci si può attendere l’inatteso e ciò è possibile solo perché ogni uomo è unico e con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità. È proprio sulla base del fatto che l’uomo è un essere in grado di dare inizio a qualcosa di nuovo che Arendt fonda l’esperienza della “libertà”: “Con la creazione dell’uomo, il principio del cominciamento entrò nel mondo stesso, e questo, naturalmente, è solo un altro modo di dire che il principio della libertà fu creato quando fu creato l’uomo, ma non prima”.

Hannah Arendt, dunque, non rinuncia a lanciare un messaggio di speranza, una speranza rappresentata da ogni nuova nascita e dalla capacità di dare sempre inizio a qualcosa di nuovo.

(continua)

Gabriella Bianco

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