L’ITALIANO È UNA LINGUA SESSISTA?

Analisi del triangolo formato da società, cultura e linguaggio

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«Le risposte più interessanti arrivano dalle domande che nessuno ha mai fatto»

Come si suole dire in questi casi, “tagliamo la testa al toro” rispondendo subito alla domanda del titolo: no, l’italiano non è una lingua sessista. In realtà è anche strano pensarlo, ma porsi il quesito rende efficacemente l’idea di come le evoluzioni della società in cui viviamo si riflettano inevitabilmente sulla lingua che parliamo. Un esempio molto chiaro arriva dal linguaggio dei social network, che ha arricchito la lingua italiana con termini come “postare” (ovvero caricare un qualunque contenuto sul proprio profilo) o “linkare” (condividere con qualcuno un contenuto). Pleonastico sottolineare come in un’epoca più lontana nel tempo nessuno avrebbe mai accolto determinati vocaboli nel proprio personale dizionario. Anche la capillare diffusione dell’informatica, in senso lato, ha contribuito ad aumentare il numero di parole della nostra lingua: l’esempio più eclatante è quello di “bypassare” (derivante dalla procedura di aggiramento dei sistemi di protezione di un qualunque dispositivo elettronico) che si è affiancato al sinonimo “eludere”. Proseguendo sulla scia dell’evoluzione sociale, appare chiaro come il movimento del femminismo abbia messo in discussione molti canoni della vita che viviamo tutti i giorni.

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Prima di scendere nel dettaglio, è quasi lapalissiano evidenziare come la parità di genere (perseguita con i giusti mezzi e metodi) sia un obiettivo imprescindibile. Se ne può discutere riguardo i diritti, i salari sul lavoro, ma per la lingua? Degli esempi concreti possono aiutare. Detto che in italiano la distinzione dei due generi è ben marcata (quasi tutti i vocaboli maschili terminano per -o, i femminili per -a), la questione potrebbe essere sollevata da quello che si potrebbe definire come “maschile accomunante”: trattasi dell’utilizzo del maschile per indicare sia soggetti di quel sesso che femminili. Capita molto spesso di udire frasi come “gli studenti si erano preparati per l’interrogazione”, dove si indicano sia gli studenti che le studentesse. Un “problema” che potrebbe essere ovviato aggiungendo nel soggetto “e le studentesse”. Modificare le frasi, alla fine, non sarebbe difficoltoso: occorre solo cambiare abitudini linguistiche. Anche se la linguistica cognitiva afferma che una volta che il cervello si abitua a pronunciare determinate espressioni, molto difficilmente cambia questa propensione.

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Un classico: “marito e moglie” e non invertiti. È proprio nella cultura nostrana questa falsa apparenza sessista. Vasilij Kandinskij, in Punto, linea e superficie, afferma che nessun essere umano è capace di pensare al di là di quelli che sono gli schemi mentali della società in cui vive. Schemi mentali che si traducono in linguistici, in seconda battuta. Per questo in tedesco o in russo esistono il genere neutro o il collettivo (sono per i numerali, nella lingua slava). E questo genere è oggetto di una forzosa introduzione nella lingua italiana, con l’apposizione di un asterisco in luogo della desinenza di una parola esistente sia per il maschile che per il femminile (esempio: tutt*). Antica tradizione mitologica che ritorna, risalente a quando gli antichi filosofi narravano dell’esistenza dell’androgino, figura che è andata perdendosi nel tempo e nelle culture, soprattutto in quella latina. Ecco, la falsa tendenza sessista è spiegabile così: la lingua italiana (come quelle spagnola, francese, portoghese e tante altre) è una lingua neolatina. E la cultura latina era fortemente patriarcale. Qui tutto. Va bene lottare per i diritti delle donne, ma è meglio lasciare fuori la lingua da determinate questioni.

Francesco Bulzis

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