L’ISTRUZIONE ED IL COMPARTO SCUOLA IN ITALIA

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Riceviamo e ben volentieri pubblichiamo una nota del Prof. Pasquale Ruggiero, comparto AFAM, direttore Polo didattico dipartimentale Politecnico di Vibo Valentia

Il comparto scuola in Italia assorbe molte energie e tutte le sue dinamiche, interne ed esterne, sono spesso indecifrabili. Tuttavia, in base a statistiche accreditate e consultabili sui siti dedicati, il livello di qualità dell’Istruzione in Italia risulta essere tra i più bassi dell’UE ed il rapporto tra i costi e i benefici all’interno del sistema è improponibile. Dalla “Relazione di monitoraggio del settore dell’istruzione e della formazione 2018 Italia”, pubblicata dalla commissione Europea, viene fuori uno stato della scuola italiana molto lontano dagli standard stabiliti dall’Unione.

Sia come percentuale del Pil (3,9 % nel 2016 rispetto alla media Ue del 4,7 %), sia come percentuale della spesa pubblica totale (7,9 %, media Ue 10,2 %), i nostri investimenti sono molto al di sotto della soglia media è l’aggravante si chiama livello terziario perché, per le scuole superiori e le università, la spesa dell’Italia è la più bassa d’Europa dopo il Regno Unito, con appena lo 0,3 % del Pil nel 2016 (da confrontare con una media europea dello 0,7%).

Come se non bastasse, sussiste anche il problema dell’abbandono da parte dei giovani dai 18 ai 24 anni. Infatti, nel 2017 la quota è stata superiore di 4 punti percentuali alla media Ue (14% contro il 10,6%) ma preoccupa soprattutto il numero degli studenti che consegue un diploma d’istruzione terziaria che, in Italia, è quella del 26,9% contro la media europea del 39,9%. Ed allora, bisogna chiarire a tutti che l’Europa, visto il serio problema che abbiamo in Italia relativo al sistema scolastico, deve necessariamente richiamare il nostro Paese al fine di allinearlo agli standard e deve imporci di “promuovere la ricerca, l’innovazione, le competenze digitali e le infrastrutture mediante investimenti meglio mirati e accrescere la partecipazione all’istruzione terziaria professionalizzante”.

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L’Italia, e quindi il governo, sono alle prese con uno dei maggiori deficit organizzativi e strutturali dell’intero sistema scolastico, mai incontrato prima. La popolazione studentesca, sulla base delle previsioni di Eurostat, si ridurrà di 1 milione di unità nei prossimi dieci anni, passando dagli attuali 9,5 milioni a 8 nel 2028. La causa, ad onor del vero, secondo quanto stabilito dagli analisti, è da ricercarsi nella diminuzione dei tassi di fertilità, accompagnata dalla riduzione degli afflussi migratori internazionali. Adesso, però, la questione più importante è quella dei posti di insegnamento, in quanto il calo della popolazione studentesca porterà alla perdita di oltre 50mila posti di lavoro, con la conseguente riduzione della mobilità. Pertanto, è necessario attuare immediatamente una riforma della scuola che sia innanzitutto in grado di evitare questo scenario drammatico per studenti e docenti. A proposito di questi ultimi, dobbiamo considerare che essi vengono pagati meno dei colleghi europei e sono strutturati in un sistema a maglie larghe, per cui bisognerà porre molta attenzione sulle deroghe successive alle norme sulla mobilità introdotte dalla Buona Scuola, cioè un periodo obbligatorio di tre anni per gli insegnanti di nuova nomina prima di poter chiedere il trasferimento; licenza che, se non ritirata, rischia di provocare un cortocircuito se assonnata alle previsioni Eurostat, senza contare la frattura interna creata in questi anni di attività. La rotazione ha determinato una carenza di insegnanti al nord e, negli ultimi tre anni, 250 000 insegnanti su 820.000 hanno cambiato scuola con un tasso di rotazione del 29%, indicando come preferenze le regioni meridionali.

Lo squilibrio è dato dal fatto che la maggior parte degli insegnanti proviene dal sud, mentre la maggior parte dei posti di insegnamento è disponibile al nord, oltre che dalla mancata attuazione della norma che avrebbe consentito ai dirigenti di assumere gli insegnanti direttamente in base alle esigenze. Stiamo parlando, in questo caso, della “chiamata diretta”, abolita a giugno 2018 e in grado, forse, di restringere la forbice.

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Come già accennato, la crisi del sistema è data anche dagli stipendi dei docenti. Secondo l’Ocse, le retribuzioni dei docenti, da contratto, nella scuola dell’infanzia ed in quella primaria fino alla scuola secondaria, nel settore pubblico, sono diminuite costantemente tra il 2010 e il 2017. Nel 2016, gli stipendi corrispondevano al 93% del loro valore rispetto al 2005; una retribuzione scarna, che si somma alle limitate possibilità di carriera di un professore. Nel Def dello scorso 9 aprile 2019, furono inserite all’uopo due norme specifiche a contrastare l’abbandono scolastico e ad arricchire l’offerta formativa; più che norme attuative, sono state promesse che comunque hanno significato il rinnovato interesse delle istituzioni per il mondo della scuola.

A negativizzare ancora di più questa situazione ha contribuito il tasso di occupazione dei neodiplomati. Nel 2017, il tasso di occupazione dei neodiplomati dell’istruzione terziaria nella fascia di età 25-29 anni era del 54,5%, rispetto alla media UE dell’81,5 %. Nel sud Italia, il numero dei nostri studenti con risultati scarsi in italiano, matematica e inglese, nel terzo anno di scuola secondaria di primo grado, è più elevato rispetto al nord: 45% contro 28% in italiano, 54% contro 32% in matematica, 67% contro 30% in inglese. Il sistema di istruzione al sud sembra essere meno equo rispetto al resto d’Italia perché le differenze tra le scuole, a livello primario, sono molto evidenti e spesso lo sono anche tra le classi della stessa scuola, quasi a voler evidenziare una tendenza a raggruppare fin dall’inizio gli studenti meno capaci in classi separate. A questa situazione si aggiunge la mancanza totale di criteri omogenei di valutazione degli studenti, anche all’interno di classi parallele della medesima scuola.

Pietro Sermonti, il protagonista di un film di Sibilla, durante un colloquio per un posto da operaio edile nel quale vuole convincere il suo potenziale datore di lavoro di non aver conseguito una laurea, è molto realistico quando non riesce più a mantenere la calma e confessa:“Sì, sono laureato, ma guardi che è un errore di gioventù del quale sono profondamente consapevole”.

Tocca alla politica, ai nostri rappresentanti, alle nostre istituzioni, dopo questa emergenza sanitaria, passare ai fatti e riportare la scuola italiana ai livelli altissimi che merita.

Prof.Pasquale Ruggiero

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