L’ISOLA CHE NON C’ERA

Intervista a Leonardo Bonetti

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«È dunque dopo tre settimane di viaggio, pressoché invisibile alle vedette maltesi, che il nostro Leo, nei cui confronti nutriamo, è inutile negarlo, la più infinita sollecitudine, avvista finalmente l’isola. Ed è proprio allora che, di fronte agli scogli affioranti sul mare, egli avverte per la prima volta un sentimento sconosciuto, a metà tra l’affetto risorgente e una memoria dimenticata.

L’isola esisteva anche prima, va dicendo a sé il nostro Leo, sebbene sia chiaro che nessuno ne mostri consapevolezza. In fondo basta un piccolo sforzo e ciò che appare lontano diventa di nuovo vicino, vivissimo, immortale come una cosa che sembrava persa per sempre.»

cms_21149/Leonardo_Bonetti.jpgQuello riportato è un estratto dal romanzo L’isola che non c’era, edito nel 2021 da Il ramo e la foglia edizioni. L’autore è Leonardo Bonetti.

Leonardo Bonetti, nato a Roma nel 1963, ha esordito per Marietti con i romanzi Racconto d’inverno (Premio Nabokov 2009), Racconto di primavera (Premio Carver 2011) e Racconto d’estate (finalista Premio Celano 2013). Il suo A libro chiuso, volume di meditazioni a margine in prosa poetica (2012), ha vinto la XXVI edizione del Premio Lorenzo Montano.

Dopo un volume di racconti, La quercia nella fortezza (2015), torna oggi al romanzo con L’isola che non c’era.

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Allora, raccontaci un po’, come nasce questo romanzo?

cms_21149/0.jpgAd essere sincero, più in generale, mi sento più un prosatore che un romanziere. Perché la scrittura è per me sempre ricerca e scoperta di una lingua a cui si deve arrivare dopo un percorso a volte agevole, altre più difficile. In questo caso, specifico, dell’Isola che non c’era, il romanzo è un po’ come il suo titolo, una materia fatta di parole che prima non c’era e ora, in modo più o meno miracoloso, riaffiora da una regione nascosta ma non meno reale. Come dire che il romanzo esisteva già in una dimensione inconsapevole, proprio come l’isola sommersa. Non è un caso, infatti, che la storia dell’isola raccontata in queste pagine sia legata al libro. L’isola emerge nel momento stesso in cui il libro che narrava la sua storia sprofonda nell’oblio. Ecco, ricostruire quel libro, portarlo alla luce, inginocchiarsi al valore filologico della parola, equivale a condannare l’isola a un nuovo sprofondamento. Perché l’isola vive dell’oblio del libro. Ed emerge in concomitanza con la chiusura del libro. Quasi che solo a libro chiuso possa vivere davvero la sua lezione più autentica.

In realtà questa prosa sembrerebbe molto tradizionale: la disposizione dei capitoli, dei personaggi, i luoghi, ecc. In realtà però si nota in questo libro un lavoro molto profondo e particolare proprio sulla lingua, sui personaggi e la psicologia. Ecco, raccontaci un po’ come hai lavorato a questo tuo romanzo.

La scrittura sgorga in me sempre come un flusso, è liquida, sa di marine, scorre tra sponde di fiume – che sono i miei luoghi, quelli dove vivo. È materna, se così posso dire, e al tempo stesso musicale. C’è una liturgia della parola, una messa in scena rituale, insomma, che ha a che fare con l’origine, con il prima, se così posso dire. Si scrive sempre, a mio modo di vedere, mettendosi in connessione con un prima che affonda nelle regioni in ombra della nostra parabola esistenziale, quelle certe zone immerse, appunto, in un periodo della vita di cui non possiamo avere un ricordo preciso.

Però questo non può esaurire il discorso sulla scrittura, non ci si può limitare a una connessione intima e istintiva col linguaggio che nasce e viene alla luce; c’è bisogno di un lavoro, lungo, sulla parola. Insomma, quella parte più artigianale, frutto di paziente intervento sul testo. Ecco, questo romanzo, questa isola, me ne rendo conto solo ora, è cominciata a emergere nove anni fa. Nove anni di lavoro per un’isola che non c’era. Bene, se per me ne è valsa la pena, spero altrettanto per i lettori.

Comunque, leggendo il tuo romanzo ho avuto l’impressione di avere a che fare con quella che io definisco una scrittura desiderante, una scrittura attenta alla parola ma anche un fraseggio che in qualche modo si discosta dal tradizionale modo di intendere il romanzo. Ecco, rispetto al panorama contemporaneo, come ti collochi, come collochi questo romanzo che a mio parere è abbastanza eccentrico?

cms_21149/00.jpgIn assoluta controtendenza, credo. Rimanendo però del tutto ancorato ai miei tempi, perfettamente integrato nel contesto attuale. In tempi di postmoderno imperante mi considero un postmoderno con la nostalgia del moderno. Comunque uno scrittore che va nella direzione comune a tutti procedendo però a ritroso, e questo perché cammina rivolto all’indietro, perennemente attratto da una forma o memoria del passato ormai mitica e irraggiungibile. Diciamo che coltivo il mito del moderno in pieno postmoderno. Vedo il moderno come un luogo (forse un’isola?) in cui poter tornare per sfidare il senso del tempo. Io so che è un’illusione, che il tempo è irreversibile, che non sarà possibile tornare al prima. Ma continuo a credere che la letteratura sia proprio questo: un cammino verso un tempo che non torna più. Più questo che una letteratura che va contro l’oblio. E credo anche che il tempo e lo spazio siano il vero oggetto di questa mia letteratura tendenzialmente sediziosa e rivoluzionaria. Ecco, questo mi sembra un dato di fatto considerando tutto quello che ho scritto finora.

Quindi, sostanzialmente, il desiderio è un elemento fondamentale, è forse la struttura portante del tuo romanzo. È proprio così?

cms_21149/000.jpgIl narratore di questo libro direbbe che bisogna «farsi desiderare più del desiderio stesso». E allora quello del desiderio, è evidente, è uno dei nuclei simbolici dell’isola. Quello di un mondo utopico in cui scompaiono le differenze e gli egoismi. È un’isola che è ontologicamente desiderio, come la stella del marinaio sotto un cielo notturno, un’isola a cui si accede temendo di veder tradita la sua utopia. Desiderare in fondo è aspirare alle stelle nonostante la loro lontananza costitutiva, irriducibile. E il libro resta all’interno di questo cerchio magico. Anche nella sfera amorosa, costellata da personaggi femminili sfuggenti ma determinati.

Ecco, a volte mi chiedo se in tutto questo sfuggire, in questo desiderare fondato sulla lontananza e sulla irraggiungibilità, ci sia qualcosa che può rientrare nell’orizzonte del possibile. E mi rispondo di sì. Perché credo che proprio la letteratura può permettere a un’isola che non c’era di esserci davvero; che solo la letteratura può far sì che un’isola come questa sia più reale della realtà stessa.

Bene Leonardo, dove possiamo trovare questo tuo romanzo?

In tempi di postmoderno imperante come questi, anche questo libro si può trovare in tutti i canali di distribuzione canonici, come Amazon, IBS, ma anche nelle grandi librerie come le Feltrinelli e le Mondadori. A questo proposito abbiamo fatto un firmacopie alla Libreria Tomo a Roma, il 14 marzo dove si terrà la presentazione, nonostante i tempi particolari e le tante difficoltà. La faremo rispettando il protocollo e il distanziamento dovuto alla situazione di emergenza che stiamo vivendo.

(Per chi volesse ascoltare il testo integrale della mia intervista a Leonardo Bonetti in onda su Radioquestasera :

https://www.mixcloud.com/QuestaSera/leonardo-bonetti-scrittore-20022021/

Gianluca Garrapa

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