L’ARCHITETTURA DELL’IMPOSSIBILE

Di Gianpiero Menniti (giornalista e critico d’arte)

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Con gli esempi del Pantheon e di Villa Adriana a Tivoli, si possono tracciare due esperienze modello della rivoluzione del calcestruzzo, un avvenimento apparentemente solo tecnico che, tuttavia, ha profeticamente indicato il futuro dell’arte architettonica: la materia diviene strumento del coraggio creativo che plasma le forme impossibili partorite dalle menti più audaci

È assai probabile che l’invenzione del calcestruzzo risalga al III sec. a.C.: l’unione di materiale lapideo di consistenza solida con calce spenta e pozzolana (che le conferisce l’idraulicità) costituisce l’opus caementicium, quello che comunemente era e viene tutt’ora definito calcestruzzo. La particolare storia di quest’invenzione ci spinge a rilevare quanto la sua affermazione abbia subito l’influenza prevaricante degli ordini architettonici e dell’antichissimo sistema trilitico che in questi ha consolidato la sua essenza. È nel I secolo d.C. e soprattutto nel secolo successivo che l’opera cementizia diviene a pieno titolo struttura visibile ed autonoma rispetto agli ordini architettonici, in conseguenza delle possibilità che questa ha di plasmare lo spazio in una maniera mai realizzata prima.

Se la chiave di lettura dell’architettura templare può essere quella della sua transizione nell’età ellenistica da “casa degli Dei” a “casa degli uomini”, anche nel contesto dello spazio urbano, quella relativa al rapporto tra il sistema trilitico degli ordini che lo rappresentano e la struttura in calcestruzzo, è certamente l’affermarsi di una tecnica avanzata con la quale è possibile realizzare edifici, basati su una pietra di “sintesi” che ha migliori caratteristiche meccaniche del calcare e del marmo, le cui arditezze stilistiche sono teoricamente infinite.

Dalla teoria alla pratica. Due esempi paradigmatici: il Pantheon a Roma e il complesso di Villa Adriana a Tivoli.

Per il Patheon indico due caratteristiche tra le molte possibili di questa straordinaria realizzazione architettonica. La prima attiene l’accostamento di uno spazio circolare, che fa da imponente tamburo, ad una cupola di enormi dimensioni, con un ingresso lineare composto tuttavia da un pronao ottastilo di ordine corinzio, sormontato dalla classica trabeazione coronata dal timpano, il quale precede lo spazio rettangolare della cella periptera interrotta proprio dall’attestarsi dell’enorme cilindro e della sua cupola. Quest’ultima è il “cuore” dell’edificio. Eppure, la qualità concettuale dell’opera architettonica è data dal riferimento marcato allo stile d’ordine classico dell’accesso che tende ad imporsi, a manifestare una preminenza attribuita dalla tradizione più che dalla tecnica.

Ed è alla tecnica che occorre guardare come altra caratteristica del Pantheon, la seconda che intendevo citare. Le due parti fondamentali dell’edificio circolare sono il tamburo e la cupola. La costruzione di quest’ultima, il cui diametro di oltre 43 metri rimane insuperato modello di riferimento nel corso di tutta la storia dell’architettura, in particolare dal quattrocento “umanista” in avanti, si articola attraverso un progressivo alleggerimento dei componenti lapidei del calcestruzzo dal punto d’imposta fino al punto di colmo rappresentato dall’oculus, alleggerimento integrato dalla sapiente cassettonatura interna in grado anche di “far respirare” l’opus caementicium nella fase di realizzazione, ottenendo un effetto di carbonatazione più profondo e quindi completo ai fini della solidità del manufatto.

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Questa necessità di ottenere solidità e leggerezza, è tanto più importante nell’anello sottostante, il tamburo, che dotato di uno spessore imponente (sette metri) finalizzato ad ottenere compattezza strutturale nella relazione con le spinte della cupola – più che con il peso di questa – deve risolvere la criticità generata proprio da una sezione così ampia: la carbonatazione, il processo di solidificazione dell’opus caementicium è impossibile da realizzarsi per simili spessori poiché l’anidride carbonica non avrebbe la capacità di penetrare così profondamente. Ecco quindi che compare una soluzione che potrebbe essere interpretata come alleggerimento perimetrale, ma che ha invece la funzione di ottenere, attraverso un articolato sistema di nicchie voltate che si elevano con regolarità l’una sull’altra come in una sostruzione, la possibilità di conferire “respiro” al tamburo e, per questa via, solidità meccanica all’opus caementicium e solidità strutturale al cilindro perimetrale.

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La capacità di governare con consapevolezza l’opus caementicium è attestata dalla principale fonte storica che è Vitruvio, ma anche da moltissime testimonianze che vanno da forme di antropizzazione complessa del territorio come nel caso del tempio della Fortuna Primigenia nell’antica Preneste (Palestrina) che risale al II sec. a.C., fino a Villa Adriana a Tivoli nel II sec. d.C., passando per il Teatro di Marcello e per l’Anfiteatro Flavio, il celebre “Colosseo”, che risalgono al I sec. d.C.: e qui colgo l’occasione per fare cenno anche alle Terme di Traiano ed ai Fori Imperiali, risalenti al periodo tra il I ed il II d.C.. Tutte opere paradigmatiche – qui citate tra le moltissime – di una correlazione strutturale tra opus caementicium - di cui si compongono per parte prevalente - e di uso degli ordini architettonici tradizionali (tra i quali quello Corinzio che Roma istituisce fin dal periodo augusteo) come elemento decorativo, come riferimento culturale “alto”, che dona prestigio alle opere architettoniche mascherandone l’anima strutturale ormai diversa, del tutto nuova.

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Quest’anima strutturale è proprio con Adriano - alla cui dotta conoscenza dell’architettura si vuole far risalire un’esiziale e drammatica disputa con Apollodoro di Damasco - che si libera di una relazione soggiogante per dare piena affermazione alla propria capacità d’incidere sullo spazio e di caratterizzarlo plasmandolo, con larghissimo anticipo (quindici secoli) sulle volute barocche.

Non era per caso che Borromini studiasse a fondo le architetture adrianee a Tivoli, in particolare le cosiddette “Piccole Terme” caratterizzate da cupole voltate, sia tradizionalmente concave che originalmente convesse: uno dei molti esempi delle possibilità costruttive più avanzate consentite dall’uso dell’opus caementicium. Ma anche delle enormi estensioni potenziali del testo architettonico, capace ormai di brillare per luce propria in una più approfondita ricerca geometrica, che da quel momento in poi, siamo nel II secolo d.C., merita di essere pienamente visibile.

Perché ha ormai realizzato l’impossibile.

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